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Public Policy

Strigliata da Bruxelles

Botte da Olli

Il commissario europeo Rehn ci bacchetta sui conti pubblici. Si teme lo sforamento del 3% del deficit

di Davide Giacalone - 17 settembre 2013

La ripresa è troppo debole, torna a ripetere Mario Draghi. Qui neanche s’è vista. Dalla Commissione europea giungono intimazioni sul nostro deficit, ma siamo fra quanti finanziano di più l’Europa che sembra trattarci come appestati. Ma se guardate la scena politica sembra che di tutto ciò non vi sia consapevolezza.

Se l’Italia fosse una vettura e disponesse di un cruscotto, tanto il pilota quanto i passeggeri (noi tutti) assisterebbero a uno spettacolo singolare: da una parte c’è una spia accesa, che segnala il pericolo di sforamento del 3% di deficit sul prodotto interno lordo, spia resa lampeggiante dalla mancata chiarezza nella copertura di mancate entrate (Imu e Iva) e maggiori spese (rifinanziamento cassa integrazione in deroga), per un totale che si aggira sui 4 miliardi di euro; dall’altra, mentre ci dicono che la nostra dissennatezza mette a rischio l’Unione europea e ci spediscono il commissario Olli Rehn a ricordarci gli impegni presi, una lancetta indica il totale dei contributi dati dall’Italia al sostegno dei paesi in difficoltà, nell’area dell’euro: ad oggi fanno 51.3 miliardi (8.7 dall’inizio dell’anno, quindi il doppio di quel che manca per onorare le promesse del governo). Ma, allora, noi siamo il pericolo o il sostegno? Siamo un pericolo per 4 e il sostegno per 51? E perché questa epocale tragedia per l’eventuale sfondamento del deficit, posto che molti altri lo sforano, bruciano e raddoppiano, senza che succeda nulla? A Enrico Letta, che sostiene essere pericolosa la crisi di governo, nel qual caso la legge di stabilità italiana verrebbe scritta a Bruxelles, si vorrebbe fare una domanda: perché, crede di averla scritta o di scriverla lui? Portategli un caffè forte, così si sveglia.

Nel corso del 2013, dati della Banca d’Italia, il nostro debito pubblico è cresciuto di 83 miliardi. Tale dato dimostra che la cura del rigore e delle tasse non funziona. Come sostenuto per tempo. Ma se si calcola la crescita complessiva del debito europeo dal 2008 a oggi, vale a dire dall’inizio della crisi finanziaria, il contributo dell’Italia è minimo, mentre quello di altri grandi paesi, come Francia e Germania, massimo. Detto il modo diverso: il nostro debito è cresciuto assai meno di altri. Allora, perché siamo sempre sul banco degli accusati? La risposta si articola in due parti: 1. perché abbiamo una classe dirigente inadeguata e incapace di far valere le nostre ragioni, che ci sono; 2. perché abbiamo sprecato il tempo garantito dalla Banca centrale europea limitandoci a tassare e dimostrandoci del tutto incapaci di riformare (con la sola e unica eccezione delle pensioni).

Chiudendo la procedura d’infrazione (per eccesso di deficit) il governo Monti fece una gran piacere ai tedeschi e ai francesi, nonché alla burocrazia della Commissione, ma ci tolse la possibilità di fare quel che tedeschi e francesi continuano a fare. Qui avvertimmo: quella chiusura, se non accompagnata da politiche di abbattimento del debito, mediante dismissioni (vere, non a chiacchiere), sarebbe divenuta un cappio. Che ora stringe. Oggi sbarca a Roma il commissario Rehn, che ha già mandato a dire che i conti non tornano. E non tornano. Dirà che la stabilità è un bene, che il governo è sovrano, che le scelte spettano agli italiani, ma dopo avere esaurito le frasi dell’inutile rito si verrà al dunque: servono soldi. Noi potremo pure rispondergli di leggere le dichiarazioni di Brunetta e Fassina, concordi nello scongiurare l’aumento dell’Iva, ma lui replicherà: me ne compiaccio, dove prendete i soldi? Non dagli aiuti europei, perché quelli li diamo e non ne prendiamo.

A ottobre le leggi di stabilità europee saranno trasmesse alla Commissione. Se Letta e Saccomanni saranno stati bravini nell’eseguire il dettato, noi ci troveremo con più tasse e qualche taglio farlocco alla spesa (più probabili rinvii). Se non saranno stati diligenti ce la riscrivono, così sarà fatta a Bruxelles anche con Letta a Palazzo Chigi (Jeroen Dijsselbloem, capo dell’Eurogruppo, ha già annunciato una riunione straordinaria sul tema). Non se ne esce, se non scolpendoci in testa che il debito pubblico va abbattuto e non mantenuto, né può essere sostenuto se non facendo crescere la ricchezza nazionale. La seconda cosa chiede l’opposto dei rinvii, ovvero l’anticipazione di riforme che devono essere vissute come liberazioni, non come imposizioni. Servono per tagliare la spesa e abbassare le tasse. L’alternativa al progressivo scivolamento nel sopore mortifero c’è, è a portata di mano, ma ci vuole politica. Tanta buona politica. Qui, invece, fanno tutti finta di credere che esista un governo e ci sia una maggioranza, dentro la quale il principale scopo di ciascuno non è quello di governare, ma di porre fine allo strazio dandone la colpa agli altri (e, da questo punto di vista, il “caso Berlusconi” è un alibi perfetto). Come nei matrimoni o nelle società fallite: non conta salvarsi, ma chiarire che la colpa è dell’altro. Con una differenza: i responsabili della guida sono anche gli unici garantiti di potere continuare a campare alle spalle degli altri, né hanno spessore intellettuale sufficiente a capire che tale condizione non promette nulla di buono.

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