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Public Policy

Il 40esimo rapporto del Censis è ottimistico

Boom silenzioso e selettivo

Le potenzialità economiche dell’Italia sono frenate da una politica bieca e meschina

di Davide Giacalone - 04 dicembre 2006

L’Italia andrebbe forte, se non fosse zavorrata da una diffusa cultura che detesta il mercato e passa il tempo a trasformare in strumenti fiscali la condanna del successo. La manifestazione di Roma ha mostrato la forza della protesta, prima di tutto contro il governo delle tasse. Ma a guidarla c’erano anche molti leaders che alla loro più lunga prova di governo hanno accompagnato una crescita della spesa pubblica. Domani riprenderà il cammino della legge finanziaria, con un governo sordo alla protesta ed alla ragionevolezza, teso solo a durare. Finirà con il voto di fiducia, dato da quanti non si fidano ma ci tengono a restare là dove si trovano. Questa è la zavorra che frena il Paese.
Il Censis parla, nel suo quarantesimo rapporto, di boom, segnala che ci sono settori vitalissimi, nel nostro mercato, che le nostre esportazioni vanno bene. Tutto vero, ma è anche vero che i mercati mondiali sono da tempo in continua espansione, il boom lì c’è e lo vedono tutti, noi italiani ne approfittiamo, ma cresciamo ad un ritmo inferiore a quello dei nostri più lontati e più vicini concorrenti. Questo significa, al di là dell’ottimismo cui induce il segno più, che perdiamo quote di mercato. Andiamo avanti, ma troppo lentamente, anche gli altri avanzano, ma più velocemente, con il risultato che la distanza aumenta. Il boom, è silenzioso, dice il Censis, ed anche selettivo. Silenzioso perché non in sintonia con quel che la politica racconta, selettivo perché riguarda solo chi si affaccia su mercati più ampi. La politica millanta buchi quando c’è un aumento delle entrate fiscali, ragiona dei parametri europei come se fossero pane da mangiare, frena i consumi drenando soldi da spendere in modo improduttivo, poi concede finanziamenti, ma a chi compera televisori prodotti dai nostri concorrenti. Siamo giunti al miracolo di trasferire ricchezza statale nelle tasche degli asiatici.
L’Italia ha tutte le carte in regola per recitare un ruolo importante, nei mercati mondiali, i nostri imprenditori possono eccellere, se liberati da quanti li umiliano arricchendosi con le rendite, i nostri lavoratori sanno rimboccarsi le maniche, se non sbeffeggiati dagli aumenti diretti verso le mezze maniche improduttive. Il nostro patrimonio è grande, ma la cecità e la meschineria della politica anche.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario