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È la demografia a produrre economia

Boom delle nascite in Francia

Record in Europa. In Italia invece sviluppo demografico e produttività preoccupano

di Antonio Gesualdi - 17 gennaio 2007

Viva la Francia dove una donna feconda sforna, mediamente, due figli. Attenti alla Francia dove hanno già bloccato la Costituzione europea, contrastato l"attacco di Bush all"Iraq e dove, fra qualche mese, sceglieranno il nuovo Presidente della Repubblica.

La Francia, non la Germania, imporrà il ritmo all"Europa dei prossimi anni. Ed è in Francia che si giocherà la partita tra liberalismo di scuola e protezionismo, tra lepenismo ed europeismo, tra cultura europea e culture altre. Stiamo parlando del Paese più prolifico d"Europa, e del Mondo, e secondo le ultimissime proiezioni dell"istituto nazionale di statistica, Insee, al 2050 potremmo contare tra i 61 e 79 milioni di francesi. Rispetto a qualche anno fa c"è stato, addirittura, un ritocco della previsione verso l"alto dovuto ai nuovi dati sulla fecondità e sui flussi migratori. E veniamo a noi: in Italia, invece, osserviamo con terrore (ma siamo ancora troppo pochi!) il calo delle nascite e ci appoggiamo a qualche intellettuale oblubinato che continua a ritenere risolutivo il flusso migratorio. Niente di più falso, in Francia il saldo migratorio considerato attendibile è di 100.000 all"anno ed è ritenuto niente affatto risolutivo; aiuta solo per un quarto l"intera crescita della popolazione. Tanto per essere chiari, in Francia i bambini nati da madre straniera sono stati, nel 2006, il 12%. Dato, per giunta, in flessione rispetto al 2005 (12,4%). Questo non è altro che la conferma della teoria secondo la quale le donne immigrate adeguano da subito il tasso di fecondità con quello del Paese di arrivo. Assurdo dunque, in Italia, pensare ad esempio ad un saldo migratorio che possa compensare la nostra accelerazione dell"invecchiamento. Tra l"altro i flussi migratori non sono infiniti e costanti e si muovono in base agli attrattori economici: in questo un Paese in difficoltà come il nostro sarà sempre meno attrattivo e competitivo. L"immigrato va dove trova lavoro non dove è bello stare.

La soluzione vera, quindi, è ricominciare a fare figli: l"innalzamento della produttività comincia da lì, dalla produzione di italiani e italiane. Il tasso di natalità francese nel 2006 rappresenta un record assoluto dal 1981 e la popolazione cresce soprattutto nell"area centrale che è anche quella con il tasso di attività (lavoratori attivi su inattivi) più alto. Quindi non è l"economia che fa la demografia, caso mai è l"inverso. E non dipende neppure dalle politiche stataliste di intervento sulla famiglia e l"assistenza (che per farle bene devono essere gestite in modo dettagliato e settoriale): i Paesi europei più avanzati destinano tra l"1 e il 3% del Pil alla famiglia (in Francia il 3, in Italia poco più dell"1), ma con diversi pesi. In Italia, ad esempio, va poco alla famiglia, ma moltissimo agli anziani sotto forma di assistenza sanitaria, esenzioni, pensioni, eccetera. La Spagna spende molto meno dell"Italia per la famiglia, ma vive un"economia molto più dinamica della nostra tanto da far dire a Zapatero che nel giro di qualche anno gli spagnoli avranno una potenza economica superiore a quella italiana. Per finire: gli irlandesi, in proporzione, spendono molto più di noi italiani per la famiglia, ma gli irlandesi hanno una popolazione molto più giovane della nostra.

Noi siamo, semplicemente, un popolo divenuto anziano, quindi con economie, politica, cultura in declino. Ma in declino non perché siamo più incapaci di altri, ma perché gli altri vanno più veloci e sono più ottimisti e fanno pure più figli. Dunque l"andamento demografico è governato dalla mentalità delle popolazioni con tutto quello che vi consegue. Tante nascite significa tanti occupati, soprattutto tanti consumatori e poi anche tanti contribuenti. Se continuiamo così non ci resteranno altro che tanti pensionati che piuttosto di votare chi vuole fare una riforma delle pensioni chiederà di chiudere gli asili e, magari, pure le scuole... tanto non ci saranno più studenti.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario