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Quando il capitalismo vuol essere serio

Bonus sì, ma contenuti

Rispettiamo i criteri delle regole del gioco finanziario mondiale

di Enrico Cisnetto - 20 gennaio 2010

Coraggiosamente esemplare o populisticamente alla ricerca di consenso: Mario Draghi come avrà giudicato l’Obama fustigatore di banche e società finanziarie che ha annunciato una tassa sui super-profitti e sui bonus realizzati grazie ai salvataggi con denaro pubblico? E’ con questo maledetto interrogativo in testa che, mercoledì 20 gennaio, i maggiori banchieri italiani hanno varcato il portone di via nazionale a Roma, convocati dal governatore della Banca d’Italia. Incontro di routine, sì, ma fissato a pochi giorni dalla clamorosa sortita del presidente americano contro i guadagni nuovamente stellari, come prima della crisi, di banche e banchieri, mentre la ripresa stenta a decollare e l’economia reale produce ancora disoccupati.

Wall Street rispetto ad un anno fa vale il 35% in più (piazza Affari il 27%), il sistema finanziario ha ripreso alla grande a usare la leva del debito – ed è stato proprio l’eccesso di prestiti rispetto al patrimonio che ha causato la crisi, innescato nell’estate del 2007 dallo scoppio della bolla dei mutui immobiliari dati anche a chi non poteva rimborsarli – mentre Goldman Sachs, Morgan Stanley e JP Morgan, le tre grandi banche d’affari sopravissute allo tsunami si apprestano a distribuire ai propri manager la bellezza di quasi 30 miliardi di dollari, con molti banchieri che supereranno i 5 milioni a testa di “gratifica”.

Pura arroganza, perché non era difficile immaginare che – considerati gli aiuti diretti del Tesoro, le garanzie concesse dalla Federal Reserve e una politica monetaria da “tasso zero” – l’opinione pubblica americana si sarebbe ribellata e che il presidente, che pure dalle banche ha attinto gli uomini più importanti della sua squadra, ne avrebbe dovuto tener conto. Non fosse altro perché la sua popolarità è in netta discesa.

Ma ora che Obama ha promesso “ci restituiranno fino all’ultimo dollaro” e che il ministro Tremonti, paragonandolo ad un novello Robin Hood, lo ha applaudito, che succederà da noi? Per fortuna Draghi è anche a capo del Financial Stability Board, l’organismo che ha studiato la riforma delle regole del gioco finanziario mondiale. E ai banchieri nostrani non può che chiedere di applicare i criteri, rigidi ma non monacali, da lui stesso elaborati: bonus sì, ma contenuti e soprattutto legati ai risultati di lungo termine. Come si conviene quando il capitalismo vuol essere serio.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario