ultimora
Public Policy

L'altolà Ue

Bocciatura da bocciare

Mentre Renzi gira per le scuole la Commissione Europea ha fatto la prima mossa. Offendersi? Meglio reagire

di Davide Giacalone - 07 marzo 2014

La Commissione europea gioca sporco. Che il debito pubblico italiano vada ridotto non è poco, ma è sicuro. Che le riforme vadano fatte, anche. Che qui se ne parla e non si quaglia, purtroppo è vero. Ma gli squilibri non sono solo nostri. I dati a nostro favore sono molti, ma omessi e nascosti. Elencare quali cose deve fare il governo italiano, ove non voglia incorrere in sanzioni e restrizioni che peggiorerebbero la nostra condizione, non è da leale collaborazione, ma da commissariamento. Mentre il surplus commerciale della Germania non è un’infrazione da buffetto sulla guancia, amorevolmente dato dai commissari, bensì una delle cause che genera squilibri gravi. La dimostrazione che c’è chi guadagna, dall’inerzia europea.

Surreali le parole del commissario Olli Rehn, pronunciate illustrando il rapporto della Commissione: “L’Italia dovrà mantenere il surplus primario per molti anni”. Peccato che non abbia avuto modo di citare i dati della stessa Commissione, dai quali risulta una solare verità: l’Italia è in avanzo primario da 21 anni (nel 2009 andammo in disavanzo per appena lo 0,8%). Nessuno è stato capace di fare altrettanto. Solo nel 2013 il nostro avanzo primario ha raggiunto i 36 miliardi, mentre la Francia, in tutta la sua storia, ha toccato il massimo avanzo primario nel 2001, per un ammontare di 21 miliardi. Non solo, ma posto che arrivammo alla crisi dei debiti sovrani con un debito pubblico troppo alto (colpa nostra), dal 2008 a oggi il nostro è cresciuto assai meno di quelli altrui, solo poco più di quello svedese, meno del tedesco, la metà del francese. Eravamo patologici, ricoverati nel reparto malattie infettive, in isolamento, ora siamo in corsia, con gli altri. Però la Commissione ci mette fra i soli tre con “squilibri eccessivi”: noi, la Slovenia e la Croazia. Spiacente, ma questa non è una constatazione contabile, bensì un’offesa politica e istituzionale. L’Italia non è solo uno dei paesi fondatori, la seconda potenza industriale e la terza economica, è anche il Paese che ha sganciato più di 50 miliardi, in quattro anni, per aiutare gli europei in crisi. Anche quelli vanno messi nel conto.

Perdiamo competitività, dice la Commissione. Ce ne lamentiamo con noi stessi da anni, invocando le riforme che anche la Commissione chiede. E’ colpevole non averle ancora fatte. Sottoscrivo. Ma il resto no: in questi anni siamo cresciuti nelle esportazioni in area extra Ue, e lo abbiamo fatto grazie a imprese, lavoratori e innovazioni capaci di navigare la globalizzazione e la competitività. Non crescono le esportazioni interne all’Ue, ma questo anche perché la Germania tiene chiuso il proprio mercato interno. E qui è necessario chiarire: un Paese può ben scegliere di esportare, arricchirsi e non far crescere la propria domanda interna, rientra nella sua autonomia politica e sovranità economica; ma non può farlo se ha in tasca la stessa moneta degli altri, se in questo modo importa risparmio altrui, tiene alto il cambio facendo scendere la competitività degli altri e paga tassi d’interesse minori per finanziare i propri debiti, grazie ai difetti strutturali dell’euro. Questo non è uno squilibrio è il massimo di ostilità e aggressività economica possibile. Un secolo addietro si sarebbe chiamata in modo più crudo: guerra.

Ne volete un bilancio provvisorio? Dal 2008 al 2012 gli investimenti nel debito pubblico, provenienti dall’estero, sono cresciuti di (soli) 24 miliardi per l’Italia (il 35% del debito lo abbiamo dentro i confini nazionali), di 297 per la Francia e di 345 per la Germania. Non c’è nulla d’innocente, negli attacchi che abbiamo subito. Le odierne parole della Commissione sono in quel filone. La nostra colpa, qui continuamente denunciata, consiste nel procedere senza cambiare. Mica solo il mercato del lavoro, perché si deve aggredire la malagiustizia tanto quanto il satanismo fiscale. Chiedere deroghe senza riformare è da scemi. Ma pensare di riformare nel mentre si pagano più di 80 miliardi di interessi e ci si appresta a dovere tagliare ogni anno di un ventesimo il debito pubblico è da pazzi. Tedeschi e francesi sforarono ripetutamente quei parametri, senza che nessuno dicesse nulla, ora la Commissione annuncia che a noi potrebbe dire cosa, come e quando fare. In pratica commissariandoci. Non è accettabile. E non è da europeisti, perché in quel modo salta l’euro.

Alla nascita del governo Renzi scrivemmo che a parte i giovani e le donne, le chiacchiere e i calembour, la sostanza era una sola: avere la forza di trattare con la Commissione, facendo valere i nostri (notevoli) punti di forza e mettendo in moto il processo riformatore. Avevo supposto che, in quel senso, si potesse disporre di un certo appoggio americano, posto che la politica à la tedesca nuoce anche a loro. Qui, ancora, non s’è fatto nulla. Si va in giro per scuole, lasciando che i bimbi leggano discorsetti, in uno stile un po’ troppo alla Ceausescu. La prima mossa l’ha fatta la Commissione. Ed è oltraggiosa. Non si tratta di offendersi, ma di reagire. O sparire, perché inutili.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario