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Public Policy

La "manovretta"

Bicchiere mezzo vuoto.

Alcune critiche costruttuive e in libertà alla "manovretta" e alle scelte non fatte da Monti, come quella sull'Iva

di Enrico Cisnetto - 12 ottobre 2012

Partorita nel peggiore dei modi dal punto di vista della comunicazione, che non è cosa secondaria perché è da lì che passa la credibilità o meno di un provvedimento e di chi lo adotta, la “manovretta” di fine stagione licenziata dal governo è sì necessaria, ma non si segnala né per utilità pratica né, tantomeno, per spessore strategico.

Necessaria perché una volta scelta la strada di aggredire il deficit e preso l’impegno con l’Europa di arrivare all"agognato pareggio di bilancio – feticcio di un rigore un po’ fine a se stesso e per di più pericoloso in tempi di recessione come questi – il governo non può certo fermarsi a metà. Ma io giudicavo sbagliata a novembre e così continuo a giudicare adesso la decisione presa da Monti di imperniare la manovra anti-spread sull"azzeramento del deficit – anziché sull"abbattimento del debito – con l’intento di rispondere affermativamente alla famosa lettera della Bce dell’estate 2011.

La politica di rigore – indispensabile, sia chiaro – si è inevitabilmente trasformata in un fattore di aggravamento del trend recessivo, rendendo tra l’altro sempre più difficile il raggiungimento del “punto zero” del deficit corrente. Né poteva essere diverso: se vuoi ridurre velocemente il deficit, non puoi far altro che aumentare le tasse, di conseguenza deprimendo l’economia. Ma una volta fatto trenta, era fatale fare trentuno con l’ultimo (sperando che sia davvero tale) “rabbocco”. A questo punto, però, tanto valeva completare l’aumento dell’Iva con i due punti in più che a suo tempo erano stati programmati. Invece, sotto la pressione di partiti sempre in più in campagna elettorale e di ministri crescentemente presi dalla preoccupazione del consenso, per mesi si è andati dicendo che la maggiorazione dell’Iva era scongiurata, quando invece sarebbe bastato guardare l’andamento al ribasso del Pil – il governo solo qualche giorno fa ha dovuto raddoppiare in negativo (da -1,2% a -2,4%) le previsioni per il 2012 – per capire come non ci fosse spazio per questa “generosità”.

Qualcuno dice: ma con lo scambio Iva-Irpef che è stato fatto, si afferma il principio – giusto – che è bene spostare la pressione fiscale dalle persone alle cose. Peccato, però, che se il piccolo intervento sui redditi voleva avere una ragione equitativa – visto che, in teoria (e purtroppo credo solo in teoria), sui consumi è neutro – esso non sia in grado di soddisfare quell"obiettivo. Infatti, mentre da un lato lo sgravio Irpef non si applica agli 8 milioni di cittadini dai redditi così bassi da stare dentro la cosiddetta “no tax area”, dall"altro questi stessi “poveri”, cui dovrebbe orientarsi l’equità, si beccano il punto di Iva in più quando vanno a fare la spesa. Ergo, ci rimettono. Se poi a questo si aggiunge la volatilità di voci di entrata dall"esito per definizione incerto come quelle rivenienti dalla spending review e dalla futura Tobin tax, peggio ancora.

Ecco la tassa sulle transazioni finanziarie, è un classico esempio di scelte teoricamente giuste fatte nel modo sbagliato. Ovvio che intervenire sui guadagni facili sia moralmente giusto, specie se questo significa allentare la pressione fiscale sull"economia reale (imprese e lavoro). Ma è altrettanto chiaro che per come è configurato il mercato finanziario (non a caso ho usato il singolare, è ormai unico ed è il più clamoroso caso di intersezione di due fenomeni epocali del nostro tempo, la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica digitale) o quella tassa la applicano tutti i paesi del mondo oppure i capitali fuggiranno verso quelli che se ne sono sottratti e renderanno la Tobin tax non solo inutile, ma anche dannosa (la fuga dei capitali, per quanto impiegati sono su prodotti finanziari, è sempre un impoverimento). Detto questo, c’erano alternative? Sì, avere più coraggio. O quello di andare più decisamente fino in fondo sulla strada già imboccata (la Germania ha aumentato l’Iva di tre punti e la ricaduta sui consumi è stata una riduzione dello 0,75%, ma perché sono state prese altre misure per la crescita), o ancor meglio di fare una bella inversione di marcia e puntare all"obiettivo di una riduzione del debito sotto il 100% del pil mettendo in gioco il patrimonio pubblico e chiamando a concorrere quello privato.

Così, invece, si è rimasti nel limbo di un’ambiguità che rischia di far male al governo Monti – e lo dico da sostenitore, non certo da avversario – ma soprattutto di compromettere la continuità della “discontinuità” che esso rappresenta anche nella prossima legislatura. Con il rischio che in questa ambiguità sguazzino in parlamento proposte come quella che per sistemare (ammesso e non concesso che riesca) gli esodati finisce per smantellare la riforma Fornero delle pensioni, che l’unico vero grande intervento strutturale realizzato fin qui dal governo Monti.

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