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Occasione per riflettere sui fondamenti liberali

Bertinotti, visita ai capitalcomunisti

I compagni cinesi sono entusiasti della globalizzazione. E non parlano di diritti umani

di Davide Giacalone - 12 dicembre 2005

E’ partito per la Cina, Fausto Bertinotti, l’ex sindacalista socialista che una volta caduto il comunismo s’è proposto di rifondarlo, con l’idea di andare a dire, ai compagni cinesi, che i diritti umani vanno rispettati. Così, almeno, s’era congedato dal suolo natio. Ma le cose sono andate diversamente.

Gli incontri politici hanno preso avvio su una diversa questione, anzi, due. La globalizzazione ed i diritti dei lavoratori. Sulla globalizzazione il comunista italico ha cercato di convincere i cinesi che trattasi di un processo negativo, capace di portare ovunque le regole più crude del capitalismo. I compagni cinesi lo hanno guardato come un marziano, e gli hanno risposto che la globalizzazione è una grande opportunità.

Se la concorrenza non si sviluppa solo fra aziende, ma anche fra sistemi paese, se il vantaggio competitivo non sta solo nella ricerca e nella raffinatezza, ma anche nel costo dei fattori produttivi, ecco che una sterminata landa di fame ed arretratezza, come la Cina, fa il suo ingresso nel bel mondo della competizione e della ricchezza. Questa è la magica occasione per tenersi la grande muraglia, da dedicare ai turisti, ed al tempo stesso scavalcarla con gli aerei che esportano nel mondo le merci cinesi. Quindi è una bella cosa, e non pensano affatto di farsela sfuggire.

In quanto alla tutela dei diritti dei lavoratori, il buon Bertinotti s’è trovato di fronte una doppia chiusura ad ogni sua pretesa d’interloquire. Intanto, in uno Stato comunista, gli interessi dei lavoratori e gli interessi dello Stato sono la stessa cosa, per definizione, quindi i lavoratori sono ben felici d’essere tutti iscritti allo stesso sindacato, che è un sindacato di Stato. Se Bertinotti non lo capisce, e non lo apprezza, vuol dire che non è un buon comunista. E questa è la prima sberla. La seconda arriva a ruota: ai lavoratori interessa lavorare, per guadagnare, quindi non devono essere tutelati dal licenziamento, che può ben essere individuale o collettivo, l’importante è che ritrovino lavoro, e siccome questo in Cina avviene, perché c’è un sacco di cose da fare, di problemi non ne esistono. In quanto allo sfruttamento ed ai bassi salari, ricordi, l’italico compagno, che un operaio cinese guadagna quattro volte quel che guadagna un contadino cinese, quindi è felice, punto e basta. E non si venga fin qui a far la predica sul lavoro minorile, perché imporre troppi vincoli alle aziende significa impedirne lo sviluppo, quindi la capacità di creare ricchezza e posti di lavoro.

La delegazione di Rifondazione Comunista, dunque, sta, come si dice, toccando con mano quanto è brutto il capitalismo all’interno di uno Stato dispotico. Forse questo li illuminerà circa uno dei pilastri del pensiero liberale: il capitalismo è solo uno strumento, non è e non deve essere un’ideologia, ciò che rende l’uomo diverso dalla bestia, ciò che lo libera dalla schiavitù, non è il sistema produttivo, pianificato e demenziale, del comunismo, ma la libertà politica; il sistema si regge se libertà economica e libertà politica si accompagnano. Spero che questo lo capiscano, Bertinotti ed i suoi, prima di rimettere piede in aero, sulla via del ritorno, recuperando l’originaria e giusta idea di rimproverare ai compagni cinesi il loro disprezzo per il diritto e la libertà.

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