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Perché oggi uno è la sponda dell’altro

Berlusconi-Veltroni: piccola coalizione

Non è credibile l’ipotesi di una grosse koalition. E l’appeasement non apre la Terza Repubblica

di Enrico Cisnetto - 19 maggio 2008

Certo che l’Italia è proprio uno strano paese. Dopo quindici lunghi, interminabili anni di guerra ideologica, di sputi e di cappi mostrati in diretta a Montecitorio, dopo campagne elettorali a cui gli stessi protagonisti delle vicende di oggi chiamavano gli italiani a scegliere tra il Bene e il Male, ora dovremmo spellarci le mani per applaudire coloro che, smessi gli abiti dei piromani, hanno indossato la divisa dei pompieri per spegnere il fuoco della contrapposizione frontale e della delegittimazione reciproca. E magari felicitarci con loro perché ci stanno regalando un’aria finalmente respirabile, che poi non è né più né meno che quel “clima normale” che c’era già nella vituperata Prima Repubblica, quando pur essendoci la Guerra Fredda e il più grande partito comunista d’Occidente fosse italiano, il rispetto e la collaborazione erano scontati. Oggi si grida al miracolo, e c’è chi si spinge a parlare di “nuova stagione politica”, se non addirittura dell’avvento della Terza Repubblica, solo perché Berlusconi ha dismesso il linguaggio di un tempo e Veltroni ha abiurato l’anti-berlusconismo come unico collante della sinistra. Ridicolo.

Intendiamoci, il fatto che i toni siano più distesi è positivo. Ma da qui a dire che siamo finalmente diventati – o ritornati, se si è un poco nostalgici del 1947-1992 – una “democrazia normale”, ce ne corre. In realtà, il sospetto è che questa maggioranza, pur uscita solidissima dalle urne, si sia già accorta che i problemi sul tavolo sono tali e tanti che non si potrà affrontarli senza un apporto da parte dell’opposizione e senza la “pace sociale” che viene richiesta al sindacato. Infatti, non basta convocare il consiglio dei ministri a Napoli per sciogliere il nodo drammaticamente sempre più intricato dell’immondizia campana (e non solo), ma bisogna avere idee chiare, strumenti operativi pronti e tanta, tanta capacità decisionale. E del dossier Alitalia – che con quello della spazzatura rappresenta il fronte più caldo dove si prenderanno le misure al Berlusconi IV – cosa vogliamo dire? Siamo di fronte non a un progetto industriale, bensì ad una “colletta” spacciata per cordata che, al di là della sua effettiva riuscita, non pare comunque in grado di dare sia una risposta strategica al problema della compagnia che organica al tema del trasporto aereo e del sistema aeroportuale nazionale. Eppure entrambe le vicende devono essere risolte entro l’estate, se Berlusconi non vuole giocarsi la faccia.

E poi c’è, sempre meno sottotraccia, la situazione di declino dell’economia italiana che sta emergendo in tutta la sua gravità. I dati arrivati nelle ultime settimane, infatti, sono particolarmente pesanti: prima il crollo dei consumi (-1,7% a marzo, il dato più pesante del 2005), poi l’andamento dell’export, con un dimezzamento delle esportazioni verso i nostri partner Ue registrato nei primi due mesi dell’anno, quindi un prolungato rallentamento della produzione industriale. L’Europa nel primo trimestre è andata meglio del previsto (+0,7%), trainata da una Germania che non cresceva così da 12 anni (+1,5%), mentre per noi sarà grasso che cola se il pil non dovesse regredire (i dati li avremo solo il 23 maggio). E’ l’effetto accumulo di ritardi decennali, proprio mentre sta venendo meno l’alibi della recessione mondiale e del disastro stile 1929. E con quali strategie si affronterà questo che è di sicuro il problema dei problemi? Prima e durante la campagna elettorale di idee se ne sono viste ben poche, il dibattito sulla fiducia non ha certo riempito questo vuoto.

Insomma, l’asse Pdl-Lega ha vinto le elezioni ma ha prodotto un Governo che non ha alibi e non può permettersi il rischio di deludere. La condizione è certo diversa, ma finire bruciati come Prodi si fa presto. E i rapporti tra Berlusconi e il suo “partito”, da un lato, e la Lega, dall’altro, non saranno certo facili se, com’è prevedibile, Bossi farà pesare il suo essere indispensabile tanto alla Camera quanto al Senato. Dunque, Berlusconi ha disperatamente bisogno di una sponda, e spera in Veltroni. Ma sull’altro fronte, il Pd è messo pure peggio: uscito male dalle elezioni, è preda di convulsioni interne che sarà difficile calmare, come dimostra l’insofferenza di D’Alema e dei prodiani. E dunque il “signor ma anche” sa che o trova una sponda di dialogo che gli consenta di apparire come l’innovatore della politica italiana, non più rissosa, o se ne va a casa.

Ecco, allora, che così inquadrato è più spiegabile l’appeasement di questi giorni tra Berlusconi e Veltroni: entrambi hanno interesse a sorreggersi l’un l’altro. Tuttavia, se così fosse, ai fini degli interessi del Paese, rischia di trattarsi di un dialogo fuori tempo massimo, perché ben diverso sarebbe stato profilare un’intesa durante la campagna elettorale, altro è farlo ora per motivi contingenti. Se avessimo visto Veltroni e il Cavaliere siglare prima delle urne un patto di concorso in solido alla soluzione dei problemi più scottanti – Napoli, Alitalia, crescita economica, e magari anche legge elettorale – gli elettori avrebbero potuto valutare quella convergenza attraverso il voto. Ben altra cosa, invece, sarebbe una sorta di grosse koalition “ex post”. Troppo comodo. La diagnosi, e la proposta di una ricetta condivisa, andavano fatte prima. Adesso, chi ha vinto ha il dovere di governare, anche perché il verdetto elettorale, almeno in termini di seggi, è stato netto.

Questo non significa che per affrontare la dimensione e l’urgenza dei problemi italiani la Grande Coalizione non sarebbe necessaria. Anzi. Ma visto che il confine tra convergenza e inciucio è labile, e dato che per produrre la prima e non generare il secondo c’era lo strumento del parlar chiaro in campagna elettorale ma non si è usato, ora quella della grosse koalition sembra davvero un’ipotesi poco credibile. Più probabile che si tratti di una “kleine koalition”, una piccola coalizione, con la quale di certo non si apre la stagione nuova della Terza Repubblica, ma al massimo si riesuma un vecchio arnese della Prima, il consociativismo. Cosa della quale, francamente, non si riesce proprio ad avere alcuna nostalgia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario