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Ormai è tardi per "metterci una pezza"

Berlusconi-Fini: il duello sbagliato

Solo la nascita della Terza Repubblica porrà fine al logorio del Paese

di Enrico Cisnetto - 23 maggio 2011

Da un lato, Silvio Berlusconi che dimezza i voti di preferenza a Milano, dopo aver personalizzato e politicizzato la corsa a sindaco della Moratti, segnale di una più generale e grave sofferenza del Pdl che contagia anche la Lega e rischia di mettere in crisi il governo.

Dall’altro lato, Gianfranco Fini che non riesce a dare un contributo decisivo per far decollare il Terzo Polo – nonostante l’evidente affanno del bipolarismo, che oltre alla più evidente crisi del centro-destra deve registrare le picconate che assestano al polo di centro-sinistra le vittorie dovute alla sinistra vendoliana e ai giustizialisti a Milano e Napoli – ed è costretto a prendere atto, con Ronchi e Urso, degli ennesimi abbandoni di esponenti della prima ora del Fli.

Se si dovesse tracciare un bilancio del divorzio Berlusconi-Fini un anno dopo (per l’esattezza 13 mesi se lo facciamo decorrere dal 22 aprile 2010, il giorno del famoso “che fai, mi cacci?”, meno di dieci mesi se partiamo dal 30 luglio 2010, quando fu decisa l’espulsione dal Pdl dell’ex leader di An), certo non potrebbe essere favorevole per nessuno dei due. Alessandro Campi, un intellettuale intelligente che è stato vicino a Fini nella fase calda ma poi se ne è allontanato, sostiene che chi ci ha rimesso di più è il premier. Altri, al contrario, pensano che Fini si sia giocato le chances che aveva di vestire i panni dell’erede, e per questo paghi lui il prezzo più alto.

Io, invece, propendo per un pareggio se parliamo di conseguenze, mentre attribuisco il grosso delle responsabilità a Berlusconi se parliamo delle dinamiche che hanno portato alla rottura. Comunque, un cattivo affare per tutti. Dalle parti del premier dicono: non c’erano alternative, la rottura è la conseguenza di un disegno di Fini per far fuori Berlusconi. Supponiamo, per un momento, che le cose siano andate davvero così, senza tener conto della campagna che alcuni organi di stampa fecero nei confronti del presidente della Camera.

Ma perché mai il presidente del Consiglio – forte di una maggioranza senza precedenti in parlamento, di una presa sul partito da padre-padrone e di un rapporto con l’alleato Bossi a prova di bomba – avrebbe dovuto far fronte al “nemico” necessariamente mettendo mano alla pistola? Se in quella famosa direzionale nazionale del Pdl il premier avesse risposto alle critiche fattegli da Fini non con parole di stizza e di rottura (“se vuoi fare politica dimettiti da presidente della Camera”, fu la sintesi di 6 minuti di replica del Cavaliere) bensì con un gesto di ridimensionante inclusività (tipo: “siamo un grande partito, c’è spazio per tutti; Gianfranco con il suo discorso ha segnato la nascita di una corrente che accogliamo nel partito e a cui verrà dato il peso che saprà conquistarsi”), le cose sarebbero andate in modo assolutamente diverso, e ben più favorevole al “più forte”.

Al contrario, Berlusconi con quella reazione da “hai leso la mia maestà”, ha finito col dare il via ad una lunga stagione di veleni di cui, come ben si vede – per la verità anche prima delle amministrative – è il primo a pagare le conseguenze. Da quel momento il governo si è fermato (già andava pianissmo), e il ritmo della vita politica è stato esclusivamente scandito dallo scontro, prima interno e poi esterno al Pdl, con Fini e il suo nascente partito. Da aprile a luglio solo rissa interna, poi l’espulsione e in agosto prima delle ferie l’amara constatazione che ben più che su una decina di parlamentari Fini poteva contare. Quindi la nascita del Fli, l’attenzione mediatica quasi spasmodica sull’appuntamento di Mirabello, la costruzione del tentativo di sfiduciare il governo fallita il 14 dicembre.

E infine l’affannoso recupero di parlamentari con la nascita del patetico raggruppamento dei cosiddetti Responsabili, l’apertura sempre per mano di giornali amici di un altro caso di presunto tradimento (Tremonti), nuovi e crescenti problemi con la Lega, e così via fibrillando fino alle elezioni e al dazio politico pagato a Milano e non solo. Come poteva pensare, Berlusconi, che tutto questo non gli avrebbe procurato danno? Cosa credeva di aver ottenuto facendo fuori Fini? “Solo macerie”, sintetizza Campi, ricordando come proprio su i due principali j’accuse di Fini oggi il premier sia in difficoltà: troppo leader e troppo poco il partito; l’eccessiva subordinazione politica alla Lega.

Difficile dargli torto. Ma, nello stesso tempo, come non vedere le difficoltà del percorso dello stesso Fini, che ha in mano un partitino dal presente incerto – non solo per le fughe di molti aderenti, ma anche per evidenti incertezze di linea politica – e dal futuro ancor più carico di incognite, e che soffre di una caduta d’immagine cui ha certamente contribuito la “macchina del fango” che lo ha investito, ma a cui ha aggiunto del suo non capendo che le dimissioni dalla presidenza della Camera avrebbero dato al Fli ben altra credibilità.

Ora, poi, deve fare i conti – non solo lui, naturalmente, ma certo lui più di Rutelli e Casini – con una partenza del Terzo Polo che ha mostrato limiti evidenti. Insomma, anche a lui il divorzio da Berlusconi è costato non poco. Certo, per entrambi è ormai troppo tardi per “metterci una pezza”. Ma almeno ascoltare da entrambi qualche considerazione autocritica su come si sono svolti i fatti e sui prezzi pagati, sarebbe il segno di una comprensione che può aiutare a far fare al Paese un passo in avanti sulla strada di una transizione verso la sempre più necessaria e urgente Terza Repubblica.

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