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Cuneo fiscale: nuovo rischio per il governo

Benzina inutile per un motore fuso

La selezione degli incentivi: strategica per rendere meno onerosa la manovra sul bilancio

di Enrico Cisnetto - 16 giugno 2006

Ha ragione il governo quando evoca il criterio della selettività per la distribuzione dei benefici alle imprese degli annunciati tagli fiscali, oppure i rappresentanti degli imprenditori che, al contrario, chiedono sia generalizzata? Ho paura che abbiano torto entrambi. Il governo, perchè in campagna ha promesso una riduzione di almeno cinque punti del cuneo fiscale da fare subito, mentre è ormai chiaro – nonostante si neghi di voler fare la politica dei due tempi – che prima si farà la manovra correttiva evocata dal ministro Padoa Schioppa e poi nella Finanziaria si vedrà quali spazi ci saranno per agire su quella maledetta differenza tra il costo del lavoro per le imprese e il netto in busta paga per i dipendenti. Per la verità nessuno, nemmeno il ministro dell’Economia, ha finora messo in discussione l’opportunità di intervenire sul cuneo, ma certo il fatto che sia emersa la necessità di uno slittamento – del tutto logico visto che la manovra estiva sarà fatta esclusivamente per ridurre il rapporto deficit-pil – e che nel frattempo si sia aperta una discussione sui beneficiari dell’eventuale taglio – imprese o lavoratori? – che rischia di accentuare le già forti differenze politiche interne al centro-sinistra, la dice lunga su come la questione non sia per nulla scontata. Senza contare che prima o poi si dovrà pur dare risposta alla domanda rimasta insoluta in campagna elettorale, e cioè dove si reperiscono le risorse per finanziare i 2 miliardi di minori entrate per ogni punto di cuneo tagliato. E poi, non è intervenendo sui fattori di costo, tra quelli che determinano il livello di competitività del nostro sistema economico, o spingendo i consumi – ammesso che la parte dei benefici che va ai lavoratori si trasformi effettivamente in maggiori spese delle famiglie (l’esito dell’aumento delle pensioni e degli sgravi fiscali del governo Berlusconi dice di no) – che si possono assicurare condizioni strutturali di sviluppo. Se poi, come sembra, il compromesso tra capitale e lavoro sui benefici dovesse tradursi in un salomonico fifty-fifty, non avremmo né un aumento degli investimenti né dei consumi.
Ma supponiamo per un momento che la necessità di dare seguito alle promesse elettorali faccia in qualche modo premio su qualsiasi altra valutazione, e che il taglio si faccia. A quel punto si pone la questione sollevata dagli imprenditori: che a loro vada tutta o parte di quella riduzione di oneri, quali sono le imprese che ne beneficeranno? Qui, a mio avviso, c’è l’errore che rischiano di commettere in solido governo e datori di lavoro. Dire “nessuno escluso” da parte di Confindustria e altre confederazioni imprenditoriali è comprensibile – si tratta pur sempre di sindacati di interessi – ma sbagliato, perchè il primo strumento cui dobbiamo mettere mano per uscire dal declino è proprio quello della radicale trasformazione del nostro panorama produttivo. Dunque selezionare gli incentivi è una necessità non solo per rendere meno onerosa la manovra sul bilancio pubblico, ma anche e soprattutto per dargli un senso strategico. Nello stesso tempo, però, è colpa del governo – o per meglio dire del centro-sinistra che ha avuto alcuni anni per definire una proposta al Paese – se il dibattito sulla selettività si è incentrato sul dualismo piccola-grande impresa o, peggio, sulle aziende che hanno nei loro bilanci una posta intitolata alle spese per innovazione e ricerca e quelle che ne sono sprovviste. La selezione non si fa così. Intanto perchè oggi, nel mercato globale, il vero discrimine – come ama spiegare efficacemente il presidente dell’Ibm, Andrea Pontremoli – è tra imprese veloci e imprese lente. E poi perchè la selezione, specie se si vuole evitare perniciose discrezionalità, si deve fare tra settori e settori, scegliendo quelli che hanno maggiore futuro e non quelli dove è dislocato il nostro presente. L’esempio – l’ho già scritto più volte e lo ripeto – è quello della Francia, che ha scelto una sessantina di aree di eccellenza su cui puntare, dirottandovi tutte le risorse disponibili. E’ troppo chiedere che il governo approfitti dei “due tempi” tra manovra-bis e Finanziaria per capire che senza un progetto di riconversione dell’apparato produttivo, e dunque senza un modello di sviluppo alternativo, qualsiasi iniziativa equivale a mettere benzina in un’auto dal more fuso?

Pubblicato sul Foglio del 16 giugno 2006

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