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L'elezione del nuovo Papa

Benedetto XVI, un teologo nella vigna di Dio

Una novità nella continuità. Lo sarà anche per i giovani? Le prime risposte alla Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia

di Roberto Paglialonga - 20 aprile 2005

E’ la scelta più giusta. Almeno per la Chiesa cattolica. E rappresenta la “novità nella continuità”, come l’ha definita con un’espressione azzeccata Monsignor Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona e già segretario del cardinale Achille Silvestrini.

Partiamo dagli elementi nuovi. Innanzitutto, il nome, Benedetto XVI. E’ forte la volontà di richiamarsi al patrono d’Europa, Benedetto da Norcia, che grazie ai movimenti monastici tentò di evangelizzare il Continente. Lo stesso probabilmente vorrà, e dovrà, fare Joseph Ratzinger, da sempre a favore dell’inserimento delle radici cristiane nella Costituzione europea, e di una ri-evangelizzazione – lo si è capito soprattutto con le ultime omelie da cardinale, a cominciare da quella pronunciata in occasione della Via Crucis – del mondo cristiano e del mondo occidentale in particolare, che in questi tempi si è perso, inseguendo il modernismo e il relativismo.

Ma è forte anche la volontà di richiamarsi al Benedetto precedente, il XV, che durante la prima Guerra Mondiale, si scagliò contro “l’inutile macello”, iniziato e perpetrato soprattutto per distruggere l’ultimo impero cattolico rimasto, quello austro-ungarico. Quale saranno “l’inutile macello” contro cui combattere, e l’impero cattolico da difendere? Il primo riguarda lo scontro di civiltà che rischia di veder soccombere l’Occidente di fronte alle forze del terrorismo, il secondo può oggi identificarsi con la Chiesa cattolica, rappresentante di quei valori che rischiano la disintegrazione.

Inoltre, Ratzinger sarà il primo Papa a non richiamarsi nominalmente ai pontefici post-conciliari. Ciò che, conseguentemente, segnala anche la discontinuità rispetto ai principi dell’ultimo Concilio – nonostante anche lui vi abbia partecipato come teologo – ed in modo particolare l’assemblearismo della Chiesa e l’apertura alla modernità. Da teologo e Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Ratzinger ha sempre dimostrato di voler lottare contro gli spifferi letali delle correnti moderniste e contro un governo ecclesiastico di tipo, diremmo noi, “federale”. E tutto sommato, non potrà che essere un bene. Papa Wojtyla, anche secondo fonti interne al Vaticano, non ha mai dato troppo peso agli affari di Curia, aspetto che dopo 28 anni forse necessita di essere riconsiderato.

Infine, un tratto di tipo caratteriale. Nel suo discorso d’insediamento, Benedetto XVI, non ha cercato la simpatia della folla. Non è stato ironico o carezzevole. Insomma, ha marcato la distanza da quel “se sbaglio mi corrigerete” di wojtyliana memoria, e già dalle prime frasi ha lasciato intendere l’impronta del suo pontificato. E subito si è richiamato al Vangelo, dichiarandosi “umile lavoratore della vigna di Dio” e dimostrando di voler riportare le questioni dottrinali al centro del dibattito.

A questo punto ci si potrebbe chiedere dove sta la continuità. Che, invece, è forte tanto quanto il suo contrario. Ratzinger, infatti, è stato per ben venticinque anni Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il custode dell’ortodossia cattolica, insomma, carica alla quale fu chiamato nel 1981 proprio da Giovanni Paolo II. Il quale non esitava a chiamarlo “il mio amico Joseph”. Ratzinger è stato una sorta di braccio destro di Karol Wojtyla, è un intellettuale vivace e un teologo finissimo, che in questi anni non ha esitato ad esporsi alle critiche più dure pur di difendere i valori e i principi del cattolicesimo. In piena sintonia con Wojtyla: no all’aborto, al divorzio, al matrimonio dei preti, alle donne prete, ai metodi anticoncezionali. A chi si professa riformista e liberale, e si aspettava un pontificato che ammorbidisse certe rigidità, potrà non piacere, ma questa è la Chiesa. E non poteva essere altrimenti. Neppure se fosse stato scelto un Papa “progressista” (categoria utile a noi per capire, ma totalmente inapplicabile ai problemi ecclesiastici), sarebbe stato lecito attendersi una rivoluzione. La Chiesa, oggi più che mai, ha bisogno di unità, da ricercare soprattutto con l’affermazione di determinati valori. Ed è anche questo che le migliaia di giovani presenti alle esequie di Giovanni Paolo II volevano dimostrare.

E poi, anche qui è riscontrabile un’affinità caratteriale Giovanni Paolo II-Benedetto XVI. Se è vero che quest’ultimo non ha cercato il compiacimento della folla, è anche vero che in privato Joseph Ratzinger viene descritto come persona dolce e affabile, ancorché rigorosa. Proprio come il predecessore. Insomma, forse l’allarmismo di qualche quotidiano nostrano, come il Manifesto, che parla di “pastore tedesco” e “Papa in nero” appare eccessivo.

Per i giovani che cosa è lecito attendersi? Dare delle risposte è probabilmente ancora troppo presto. Certo, verranno richiamati ad un maggiore impegno sulle questioni della morale sessuale e ad essi sarà richiesto di riempire le chiese oltre che le piazze. Se Benedetto XVI riuscirà in quest’immane opera di convincimento e di conseguentemente riavvicinamento dei giovani alle questioni dottrinali e ai valori della religione cristiano-cattolica, potremo dire che sarà stato un “grande” Papa. In quest’ottica cresce l’attesa per la Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia, dal 16 al 21 agosto, momento in cui Benedetto XVI e giovani si incontreranno ufficialmente per la prima volta.

Habemus Papam. Rallegriamoci, e vediamo cosa succede.

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