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Un primo segnale positivo viene dalle trattative sul pubblico impiego

Bene la competitività, ma il lavoro subordinato?

Il rilancio della competitività mette tutti d'accordo, ma la disciplina del lavoro subordinato va rivista

di Marco Marazza - 11 aprile 2005

Tutti concordano sul fatto che la sfida più importante dei prossimi anni è quella della competitività ma non è ben chiaro quale debba essere il contributo del diritto del lavoro. Le parti sociali rivendicano più risorse per innovazione, ricerca ed ammortizzatori sociali. Il Ministro Maroni rilancia in questi giorni con una proposta che sembra raccogliere un consenso diffuso. Torniamo a ragionare sul costo del lavoro rimodulando le aliquote Inail per chi investe in sicurezza e prevenzione. Il clima sembra propositivo ma c'è da chiedersi se i temi sollevati siano realmente quelli giusti. Non ne sono convinto. La riduzione del costo indiretto del lavoro di un punto percentuale o poco più non modifica sostanzialmente la posizione italiana rispetto ai competitori europei e, soprattutto, non determina un reale incremento della produttività del lavoro.

La vera innovazione passa necessariamente attraverso un ripensamento della disciplina del contratto di lavoro subordinato. In Inghilterra, dove il livello di garanzie è certamente inferiore al nostro, il 16% dei dipendenti lavora oggi più di 48 ore settimanali in quanto sono ammesse deroghe individuali alla disciplina dell'orario di lavoro. In Germania, dove non esiste l'art. 18, la disciplina dell'orario di lavoro è stata rivista per arrestare il processo di delocalizzazione di una primaria industria automobilistica. L'esperienza dimostra che la competitività richiede una riconsiderazione delle tutele del lavoro ma sembra difficile ammetterlo. I lavoratori ritengono di aver già dato a sufficienza assumendo di aver sacrificato con la recente riforma Biagi il loro primario interesse ad essere occupati con un contratto di lavoro a tempo pieno ed indeterminato. In parte hanno ragione ma certamente trascurano il fatto che l'introduzione di nuovi contratti di lavoro o la rivisitazione di altri non cambia, nei termini in cui è stata proposta, la produttività del lavoro. La disciplina del rapporto di lavoro, qualunque sia il contratto utilizzato, è sempre uguale a se stessa. Il Governo, da parte sua, evita di sollevare il problema. Lo conferma lo scioglimento della Commissione di esperti istituita presso il Ministero del lavoro per la formulazione di una proposta di riarticolazione delle tutele del lavoro. La conseguenza è che i più recenti rinnovi contrattuali non solo stentano a dare piena operatività alla riforma del mercato del lavoro, che taluni ipotizzano addirittura di cancellare con la prossima legislatura, ma neanche offrono spunti alternativi per l'innovazione.

Una via di uscita si può ipotizzare. Il tiepido atteggiamento della contrattazione collettiva nei confronti della riforma Biagi può infatti essere giustificato a condizione che le parti sociali inizino a ragionare sull'inadeguatezza del principio di eguaglianza formale, e non sostanziale, che caratterizza l'attuale diritto del lavoro. E' questo un possibile punto di partenza di una nuova politica sociale. La condivisibile spinta verso l'occupazione stabile a tempo indeterminato richiede come contropartita un ripensamento del concetto di rendimento del lavoro e la valorizzare della quantità individuale di produzione nell'unità di tempo. Ciò è possibile, da un lato, incentivando la produttività con una seria politica delle dinamiche retributive variabili pienamente governata dal dialogo sociale e che il governo potrebbe alimentare usando la leva fiscale. D'altro lato, consentendo che il rendimento assurga a parametro di verifica dell'esatto adempimento della prestazione di lavoro.

In tal senso un segnale incoraggiante lo registriamo dove meno lo avremmo aspettato e, cioè, nella trattativa per il rinnovo del contratto del pubblico impiego. Pienamente condivisibile, infatti, è la disponibilità offerta dal Ministro degli Esteri a nome del Governo. E' possibile superare la soglia dei 95 euro a condizione che il sindacato accetti di discutere di competitività e meritocrazia. Perché è giusto stanziare nuove risorse ma è dubbio che debbano essere distribuite, senza distinguere il lavoratore più produttivo, in ossequio di un falso principio egualitario.

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