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Le proteste libanesi sono per una causa che l'occidente conosce

Beirut in piazza per la democrazia

Il mondo arabo è pieno di gente come noi, che chiede soprattutto libertà e democrazia

di Davide Giacalone - 15 marzo 2005

Quel che accade in Libano ci riguarda, direttamente. Altro che scontri di civiltà o mondi diversi, la piazza di Beirut è strapiena di uomini e donne che chiedono libertà e democrazia, in tutto simili a chi, nella nostra parte del mondo, di quei beni preziosi già è ricco.

Dopo il voto in Afghanistan, in Iraq, in Cisgiordania ed a Gaza, dopo quel che si è mosso in Egitto, e persino in Arabia Saudita, i libanesi hanno reagito con composta ma decisa fermezza all'assassinio politico di Rafiq Hariri, invadendo le piazze e gridando che i siriani di Bashar al Assad devono liberare il Libano dalla loro presenza. Così vuole anche la risoluzione 1559 dell'Onu.

Il regime siriano è baathista, appartiene allo stesso ceppo dittatoriale sul quale era cresciuto Saddam Hussein. Adesso che si è visto come è finito il despota iracheno, anche il trono siriano trema. Gode dell'appoggio esplicito dei soli iraniani, protagonisti di un'altra dittatura. Utilizza gli stessi sistemi di Saddam: quand'è sotto pressione finge di far delle concessioni, come il ritiro parziale delle truppe dal Libano, ma non appena la pressione si alleggerisce, torna all'andazzo precedente. Ecco, l'opinione pubblica mondiale tenga bene aperti gli occhi sulle piazze libanesi, perché questo non deve succedere e le prossime elezioni devono svolgersi senza che un solo soldato siriano le minacci. Questi sono i frutti dell'avere considerato la democrazia e la libertà valori universali, validi ovunque, facendo discendere da ciò una più determinata politica occidentale in Medio Oriente. Coloro i quali hanno avversato l'intervento militare in Iraq guardino, oggi, alle piazze libanesi, considerino quale grande fermento di civiltà si è scatenato, e valutino, finalmente, tutto il peso del loro egoismo. Non era così anche con i popoli dell'est? Non si diceva che potevano starsene sotto la dittatura sovietica, senza che la cosa intaccasse le nostre libertà e la nostra ricchezza? Anche quelle piazze hanno urlato per la libertà, ed è stato un urlo vitale. Il nostro urlo.

Oggi qualcuno fa spallucce, pensandosi intelligente nel dire che non si può certo aggredire l'Iran che vuole l'arma atomica. No, l'occidente libero usi, prima di tutto, le armi della diplomazia, e fra queste vi è la sconfitta del regime siriano. Ci si mostri fermi nella difesa dei diritti umani, ed anche le piazze iraniane comprenderanno il messaggio.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario