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Ormai non c'è più ombra di dubbio

Bce da riformare

E' necessario che l'Europa decida di darsi una nuova Banca Centrale

di Enrico Cisnetto - 28 gennaio 2008

Non tutto il male viene per nuocere. Dopo quanto è accaduto mercoledì nelle Borse europee – crollate per colpa della Bce che non ha voluto seguire la Federal Reserve nel taglio dei tassi del giorno prima, e in particolare del suo presidente Trichet che ha perso l’ennesima occasione per tacere – ora non ci possono più dubbi: l’Europa deve darsi una nuova Banca Centrale. E’ ora che i capi di Stato e di governo dell’area euro riscrivano le “regole d’ingaggio” della Bce, integrando tra i suoi obiettivi, oltre alla sacrosanta lotta all’inflazione, anche l’impegno per la crescita economica. Ovvero, che la Bce abbia gli stessi doveri della sua collega americana, quella Fed che durante il panic selling che nei giorni scorsi ha scosso i mercati e fatto temere una spaventosa recessione mondiale, ha disposto un’inaspettata (per i tempi) quanto aggressiva (per l’entità) riduzione del costo del denaro, effettuata – proprio mentre Bush prometteva un aumento del pacchetto di aiuti fiscali per il rilancio dei consumi – per fermare il crollo dei listini azionari ed evitare così che la crisi finanziaria contagiasse l’economia reale. Una decisione, quella della Fed, assunta nonostante un’inflazione che nel 2007 si è attestata al 4,1% (massimo degli ultimi 17 anni) nel pieno di un trend ascendente, e con Bernanke che ha già fatto capire di voler continuare a tagliare i tassi anche di un altro punto entro la fine di quest’anno, nel caso ce ne fosse ancora bisogno. Come a dire: l’inflazione è alta e sta salendo, ma è un male minore rispetto all’emergenza finanziaria e di fronte al rischio di una recessione. Al di qua dell’Atlantico, invece, non solo la Bce non ha seguito la Fed sulla strada del taglio dei tassi, ma Trichet ha ritenuto opportuno parlare a mercati aperti per ribadire, per l’ennesima volta, di voler “ancorare solidamente le aspettative di inflazione per evitare un’ulteriore volatilità”, nonostante che in Eurolandia il costo della vita sia del 3,1%, un quarto di meno che negli Usa. Insomma, è ormai evidente che a Francoforte non hanno alcuna intenzione di cambiare atteggiamento. E questo nonostante un fuoco di fila di critiche autorevoli: dalla Goldman Sachs, che ha denunciato apertamente come la doppia anomalia di un cambio forte e alti tassi d’interesse continui a costituire un pesante freno allo sviluppo, all’economista Nouriel Roubini, che l’altro giorno a Davos ha chiesto alla Bce di “aprire gli occhi” e tagliare i tassi, per non parlare di Sarkozy, che al suo connazionale Trichet non le manda certo a dire. E allora, l’unica strada è quella che il consiglio dei ministri Ue intervenga. Innanzitutto, ricordando a sé stesso e alla Bce che i governi hanno potere di codecisione in materia di cambio, e quindi se l’euro si apprezza troppo rispetto al dollaro, gli esecutivi hanno tutto il diritto di chiedere l’intervento di Francoforte. E poi, indicando una volta per tutte che tra gli obiettivi della Bce c’è la crescita, e che occorre integrare la politica monetaria con quella economica tout court. In più, è bene sottolinearlo, una volta riscritte le regole d’ingaggio sarà anche necessario trovare altri uomini capaci di interpretarle al meglio. Diceva il Nobel Milton Friedman: “quella della moneta è una questione troppo seria per essere lasciata alle banche centrali”. Difficile dargli torto. Pubblicato sul Messaggero di domenica 27 gennaio

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