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Le parole di Draghi e lo spread

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Giovedì 26 è stata la giornata più emblematica da quando si è aperta, due anni fa, la crisi europea. Le parole di Draghi hanno fatto schizzare in alto le borse e in basso gli spread. Il che vuol dire almeno tre cose

di Enrico Cisnetto - 27 luglio 2012

Se non hai soldi e strumenti, mettici la faccia e una buona parola. Quella di ieri, con Mario Draghi che si è speso nella difesa dell’euro come mai prima e come nessuno finora, è forse la giornata più emblematica da quando si è aperta, due anni fa, la crisi europea, coda velenosa del crack della finanza mondiale iniziato negli Usa nell’estate del 2007. Perché la reazione che i mercati hanno avuto alla ferma e solenne rassicurazione del governatore della Bce – “siamo pronti a tutto per salvare l’euro” – con le Borse in forte recupero e gli spread in ritirata, per quanto destinata purtroppo a durare poco ci suggerisce almeno tre riflessioni. La prima: se sono bastate “parole”, per quanto di un uomo credibile come Draghi, vuol dire che il grosso degli operatori non è coinvolto (ammesso che esista) in un piano speculativo che abbia con predeterminazione l’obiettivo di annientare l’euro, e non vede l’ora che le pressioni terminino e sui mercati torni la normalità. Questo significa che basterebbe “poco” – anche se il complotto anti-euro esistesse davvero – per invertire la tendenza e riportare i differenziali sui titoli di Stato europei nell’alveo della logica. Solo che la dice lunga – e qui siamo alla seconda riflessione – il fatto che abbia più credibilità, e quindi maggiore impatto, il governatore della banca centrale geneticamente “handicappata” piuttosto che i governi, sia nella loro individualità che riuniti in vertici (una trentina quelli dedicati alla crisi dell’eurosistema). Sarà che il vento dell’anti-politica non spira solo in Italia, sarà che effettivamente in questa fase i leader continentali non hanno dato prova di lungimiranza, sta di fatto che i mercati non si fidano dei politici e sperano che l’unica istituzione federale europea, per quanto statutariamente priva di alcuni poteri, li surroghi efficacemente. Il terzo pensiero, infine, è che il rimbalzo di ieri, proprio perché basato su niente di concreto, è un “miracolo” inevitabilmente destinato a non durare: un po’ di prese di beneficio, e tutto tornerà come prima. A meno che? A meno che non si facciano le due cose che lo stesso Draghi ha chiesto a chiare lettere: che si arrivi alla condivisione della sovranità nazionale Ue e, nel frattempo, si faccia la piena unità finanziaria e bancaria. Non ci sono firewall che tengano, o si arriva all’unità politico-istituzionale o la pressione speculativa (ordita o meno che sia) finirà con lo sbriciolare il sistema monetario europeo e con esso rompere l’intelaiatura continentale costruita da Yalta in poi. Insomma, se default europeo ci fosse, sarà “politico” e non finanziario. In fondo l’Europa è l’area del mondo che produce un quinto del pil planetario e dove il benessere è più diffuso che altrove, i paesi in difficoltà sono marginali e quelli che, come l’Italia, hanno un debito troppo elevato, dispongono anche di un patrimonio pubblico e privato in grado di azzerarlo 4-5 volte. Ma è aver creato una moneta unica per economie diverse, rimaste tali per mancanza di un governo federale capace di unificarle in nome dell’interesse comune, che rende fragile ed espone al peggio il continente più ricco. Il tema, dunque, non è dotarsi degli strumenti per salvare le banche e il Tesoro di questo o quel paese, ma mettere rimedio all’errore compiuto a Maastricht e non riparato al momento del materiale conio dell’euro. Ieri, nell’incontro londinese dove Draghi ha dato la sua parola sulla “irreversibilità” dell’euro, è stato un manager italiano arrivato al vertice di Vodafone, Vittorio Colao, a porre con brutale decisione la questione delle questioni, chiedendo se non fosse l’ora di dire forte e chiaro che solo “l’unione politica in Europa è in grado di placare i mercati”. “Ora le cose si stanno muovendo molto rapidamente”, è stata la diplomatica risposta di Draghi. Sì, ma quanto tempo abbiamo? C’è chi sostiene che di spread non è mai morto nessuno e che in fondo l’esistenza di rendimenti non uniformi è un’anomalia meno insostenibile di quella che c’era sino al 2007, quando si compravano Btp greci ai medesimi tassi dei Bunds tedeschi. Può darsi. Ma l’altra faccia della medaglia di questa situazione è la rottura delle regole concorrenziali. Per esempio, se un’azienda italiana con i bilanci a posto paga il credito di più di un’azienda tedesca assai meno florida, e non esistendo barriere commerciali tra Italia e Germania, ovvio che il sistema economico italiano diventa incapace di concorrere (più di quanto non lo fosse per motivi endogeni) con quello tedesco. Viceversa, se la California va in default e paga tassi diversi da un stato Usa solido, al dollaro e all’economia americana non succede nulla perché entrambi gli stati sono protetti dal Stato federale, indipendentemente dai debiti di ciascuno. Caro Draghi, non le rimane che convocare lei i capi di governo recalcitranti, tirar loro le orecchie e spiegare cosa bisogna fare. Altrimenti la prossima anche le sue parole non saranno ascoltate dai mercati.

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