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Risiko bancario e italianità apparente

Bazoli, Arpe e il progetto Octopus

La partita che si gioca tra Galassie del Nord immaginate e cavalieri bianchi stranieri

di Alessandro D'Amato - 14 marzo 2006

A che punto è il “progettone Octopus”? Questo nome che sembra preso da un film di James Bond serve a indicare l’intenzione più o meno dichiarata di creare un unico polo italiano che raggruppi Banca Intesa, Capitalia, Mediobanca e Generali: un po’ sulle orme della “Galassia del Nord” che Cuccia, in età avanzata, voleva lasciare come estrema eredità al capitalismo italiano. Oggi come oggi, la versione riveduta e corretta (o corrotta?) del piano vede nelle vesti del grande dominus il professor Giovanni Bazoli, arcinemico di Cuccia – a cui soffiò la Comit –che oggi vorrebbe far partire un risiko bancario-assicurativo con l’effetto di rendere non contendibili i “gioielli finanziari” italiani. Per sommi casi, le mosse sarebbero quattro: 1) acquisizione da parte di Banca Intesa (oppure integrazione) di Capitalia, e solo con questo Bazoli diventa maggior azionista di Mediobanca. 2) tentativo di raccogliere altre azioni di Piazzetta Cuccia o sul mercato o attraverso la dismissione di qualcuno che è interessato a vendere (Unicredit?). 3) di lì, grazie al gioco delle partecipazioni incrociate, Intesa si presenterebbe alle assemblee di Generali già come maggior azionista. Ma se servisse dover mostrare altri muscoli, c’è pronto Zaleski che recentemente ha preso il 2% del Leone di Trieste e non gli manca la liquidità per salire. 4) a questo punto, non sarebbe difficile espandere l’influenza a Rcs, Fiat, Telecom e Pirelli. Come a dire, tutto sarebbe collegato da una ragnatela di intrecci societari che sarebbero un’assicurazione per la vita a favore di tutti i protagonisti.

Ma la partita è intricata e complessa, non solo per la ragnatela di partecipazioni incrociate, ma soprattutto perché è il momento ad essere sbagliato: se il progettone fosse stato lanciato un anno fa, in un momento di calma piatta per la finanza italiana, forse – Fazio permettendo – sarebbe anche potuto andare in porto. Ma oggi troppi interessati stranieri guardano con curiosità a quel che succede in Italia, soprattutto dopo che il nuovo governatore ha dato la netta impressione di non volere né potere più proteggere la foresta pietrificata della finanza italiana dall’assalto di campioni stranieri che per dimensioni e ambizioni potrebbero – ad esempio – fare un sol boccone anche di quella che è la terza banca italiana per capitalizzazione, il San Paolo-Imi. Gli acquirenti, o i potenziali acquirenti, sono molteplici: prima di tutto l’Abn Amro, che forse si è saziata acquisendo Antonveneta ma che non si lascerebbe scappare l’occasione di un’altro takeover, magari in partnership con qualcuno. Poi c’è il Santander, oggi azionista proprio del San Paolo, che ha molta liquidità così come il Bbva, uscito sconfitto – in attesa della sentenza del Tar, ma non dovrebbero esserci grosse sorprese – dalla gara con Bnl soprattutto per sua scelta. I due colossi spagnoli si dice che siano potenzialmente interessati alla quota di Abn in Capitalia – insieme a Société Generale du Belgique – e che abbiano sondato gli olandesi che hanno messo il loro 7,5% in vendita. Per fare cosa? Di certo non un investimento soltanto finanziario. Paribas intanto, dopo Bnl, potrebbe muovere su Carige in partnership con la Cnce (l’Unione delle Casse di Risparmio francesi), che ha un’opzione di acquisto se la Fondazione dovesse dismettere la sua quota.

E’ per questo che Bazoli e il suo grande amico Romain Zalesky – cavaliere bianco assai liquido – stanno studiando una qualche strategia per muovere lo scacchiere. Peccato che la loro possa essere soltanto la seconda mossa, visto che la prima è stata appannaggio di Matteo Arpe, che ha acquistato il 2% di Banca Intesa. Un movimento difensivo o offensivo? Di certo, grazie all’articolo del Tuf che regola le partecipazioni incrociate, adesso ogni risposta di Intesa dovrà essere per forza amichevole e concordata con il management della banca romana. Eppure la sensazione è che sia proprio Capitalia “colei che tutto move” – anche involontariamente – nel progetto Octopus. E precisamente, adesso, tutto dipende dall’azionariato di Geronzi e Arpe. Quel 7,5% in mano ad Abn è ufficialmente in vendita – anche se ufficiosamente potrebbe anche non esserlo – e Bazoli potrebbe essere interessato. A questo punto, però, l’opzione di acquisto tramite Banca Intesa è ufficialmente bruciata. Ma il professore potrebbe avere un asso nella manica: Mittel. La finanziaria presieduta da Giovanni Bazoli, attraverso il fondo If Investimenti e che ha riconfermato nella carica di vicepresidente Zaleski, potrebbe essere la testa di ponte attraverso cui aggirare i regolamenti del Tuf ed entrare neanche troppo alla chetichella nel cda di Capitalia. Poi, da lì, tutto può succedere. Ma queste cose negli uffici di Roma le sanno benissimo, tanto che stanno sembra stiano preparando una contromossa: hanno tirato fuori dal cassetto un dossier, secondo il quale Capitalia e AntonVeneta possono andare spose. Il progetto di simulazione era stato scritto a quattro mani da Geronzi e Groenink. Un progetto, guarda caso, di cui era stato reso partecipe anche l’ex governatore di Bankitalia, Antonio Fazio quando il governatore di Alvito e il presidente avevano stretti rapporti di amicizia, tanto è vero che andavano, con le proprie famiglie, in pellegrinaggio a Lourdes. Questo accadeva prima della entrata in scena di Giampiero Fiorani, ex numero uno di Banca Popolare di Lodi. Proprio la mancata aggregazione della banca romana con quella patavina scatenò quel putiferio estivo che portò, in seguito, alle dimissioni di Fazio da Palazzo Koch e all’arresto di Fiorani. Geronzi si sentì tradito da Fazio, perché questi flirtava con Fiorani. Bazoli ha puntato gli occhi su Capitalia, anche perché questa ha, nei prossimi mesi, il rinnovo del patto di sindacato, per cui Abn Amro deve decidere se uscire o restare. Per Arpe, non ci voleva questa attenzione particolare che potrebbe risultare fatale per la banca che sta guidando. Capitalia, malgrado stia in questa strettoia, ha ancora un asso nella manica: Rijkman Groenink. Ecco quindi il “cavaliere bianco” che può risolvere la partita che si sta giocando attorno alla banca romana.

Ma su un’aggregazione Intesa-Capitalia, a prescindere da tutto quel che ne verrebbe fuori, si può ragionare anche oggi. Notando in primo luogo che la fusione avrebbe un senso dal punto di vista industriale, ma forse moltissimi problemi di natura squisitamente strategica. Gli incontri di preparazione tra Bazoli e Geronzi non sono serviti granché, visto che mentre i due “vecchi marpioni” si promettevano di rivedersi dopo le elezioni, ecco che è arrivato l’acquisto da parte di Capitalia del 2% di Intesa. Quindi, è chiaro che i due diffidano l’uno dell’altro. Ma soprattutto, Crédit Agricole ha già fatto sapere che userà il suo potere di veto per qualunque operazione finanziaria che diluisca il controllo che i francesi hanno su Intesa. Ergo, se nascesse un nuovo soggetto, l’Agricole vorrebbe mantenere la sua quota del 20%, eventualmente accrescendo la sua partecipazione. E non è detto che i francesi continuerebbero a fare gli sleeping partners come hanno fatto in Intesa per tanti anni. Allora a questo punto una domanda sorge spontanea: come si fa ad ergersi a paladini difensori dell’italianità creando un soggetto che ha un quinto in mano agli stranieri?

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