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Da irresponsabili proporre di tornare alla lira

Basta ipocrisie, l’euro non c’entra

La moneta unica ci ha permesso di non affondare. Il problema è l’anima dell’Europa

di Davide Giacalone - 06 giugno 2005

Abbandoniamo l’euro e torniamo alla lira. La tesi, più ridicola di quanto sembri, è l’alticcio frutto di un trio leghista, abbeveratosi al pensiero economico di Bonolis (propalatore del “vecchio conio”, ovviamente retribuito dalla nuova zecca) e speranzoso di correre gli aperti spazi della demagogia e dello sfascismo. Come sempre hanno fatto, del resto.

L’Italia fuori dall’euro sarebbe un relitto alla deriva. Certo, potremmo ancora utilizzare la leva del cambio per promuovere una svalutazione competitiva, potremmo ancora abbassare il valore della moneta che abbiamo in tasca per ridare competitività ad aziende troppo piccole, troppo poco innovative, con costi troppo alti. Ma a che prezzo? I costi delle materie prime schizzerebbero alle stelle (assai più di quanto accada), il debito pubblico sarebbe del tutto fuori controllo, indebitando sempre di più i giovani, i tassi d’interesse sarebbero lo specchio dell’inaffidabilità, le aziende drogate correrebbero ancora qualche metro, per poi schiantarsi definitivamente, mentre chi ha denaro si guarderebbe bene dall’investirlo e lo convertirebbe immediatamente in valuta straniera, da tenere all’estero (più di quanto già oggi non si faccia). Questa, all’evidenza, non è una ricetta di politica economica, è una corbelleria che non meriterebbe neanche discutere.

Certo, l’euro ha i suoi problemi, e serissimi. Problemi che non solo non ho taciuto, ma, anzi, continuamente sottolineato. Leggo che, secondo Ernesto Galli Della Loggia, “solo ora” si prende atto delle insufficienze dell’Unione europea. Solo ora, dove? Solo ora sul giornale ove il prof. scrive (Corriere della Sera), solo ora lui. Ma qui lo si ripete da molto tempo.

Purtroppo capita che a non affrontarli i problemi marciscono, e mentre si avrebbe bisogno di più Europa, nel senso di un’Unione più politicamente integrata, più istituzionalmente attrezzata, con più governo dell’economia e dei diritti, va a finire che i morsi della crisi rendono attraenti le parole a vanvera di qualche saltimbanco che, in Italia come altrove, tenta di mettere sulle spalle dell’Europa le responsabilità di un mondo diverso e più aperto.

Intendiamoci, in questo caso come in altri, la colpa non è dei saltimbanchi, che bene interpretano il ruolo dei demagoghi irresponsabili, la colpa è di una classe dirigente non all’altezza.

Una classe dirigente politica, economica e culturale che oggi denuncia il ritardo con cui gli altri s’accorgono del problema, quando, tutto al contrario, altri avevano già gridato, ma loro erano e sono sordi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario