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Per non scivolare indietro, si deve accelerare il passo

Basta con le geremiadi, è ora di agire

Cerchiamo una chiave per far uscire il Paese da un drammatico vuoto di classe dirigente

di Davide Giacalone - 20 aprile 2011

Oramai è divenuto un luogo comune, che coinvolge osservatori, politici di maggioranza e d’opposizione: si riconosce al governo, per la precisione a Giulio Tremonti, di avere ben operato nell’imporre il rigore della spesa, ma si aggiunge subito dopo che mancano la politica per lo sviluppo, gli investimenti infrastrutturali e tante altre belle cose. Da ultimo se n’è fatto portavoce Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria. Come tutti i luoghi comuni, anche questo contiene una dose di verità è una generosa palettata di banalità.

Siamo partiti, prima della crisi del 2009-2010, essendo il Paese più indebitato, quindi finanziariamente più debole. Questa condizione, di certo non bella, ci ha protetti dallo spendere per sostenere mercati e attività comunque in crollo, talché, all’arrivo, ci ritroviamo fra i più finanziariamente rigorosi, quelli con il deficit (maggiori spese, rispetto alle entrate, nel corso di un solo anno) assai contenuto, mentre i debiti degli altri sono cresciuti, senza particolare costrutto. Riconoscerne il merito al governo è il minimo che si possa fare. Un merito particolare va riconosciuto a Tremonti, perché anche dentro al governo, per non parlare di fuori, le pressioni verso la spesa sono state forti, e non ingiustificate. Ma i risultati premiano il rigore, che è stato la politica complessiva del governo.

Posto ciò, si deve stare attenti a non fare la fine di quelli che, per conservarsi in buona salute, non bevono, non fumano, non si strapazzano e non s’abbandonano ai piaceri, quindi, in conclusione, per allungare la vita anticipano la morte. Il nostro debito pubblico resta elevatissimo e non a caso qualche pensatore sommario propose di passare alle vie di fatto della patrimoniale, per metterci una pezza. Per gestirlo, senza esserne soffocati, andando incontro a tempi in cui i tassi d’interesse cresceranno, c’è bisogno di puntare sulla crescita del prodotto interno. Per non scivolare indietro, insomma, si deve accelerare il passo. E qui si arriva alla seconda parte del luogo comune: mancano politiche e scelte per la crescita.

E’ vero. Ma di che stiamo parlando? Per le ragioni appena riassunte, non certo di maggiore spesa pubblica. Molte imprese italiane campano di commesse pubbliche, e non potrebbe essere diversamente, in un Paese in cui la spesa pubblica supera la metà del pil. A quelle va detto chiaramente che la musica deve cambiare. E non senza dolore. Poi c’è il capitolo delle scelte e delle riforme necessarie, che non solo non costano, ma dovrebbero comportare, a regime, risparmi. Su questo Confindustria deve interrogarsi. Dov’era nel mentre noi criticavamo il governo per il sostanziale abbandono della scelta nucleare? Mi sono sfuggite le parole di monito, pronunciate in modo da superare il brusio e risultare udibili. E quando il governo ha posto la questione di Parmalat, che è solo esemplare del volere mantenere i colori nazionali su determinati marchi, imprese e mercati, gli industriali italiani che hanno avuto da dire, se non constatare che, ancora una volta, il nostro capitalismo s’era sottratto all’investire capitali? Per carità, si può anche essere contrari. A me, ad esempio, sfugge del tutto il valore strategico del latte, se non per chi lo munge, ma capisco che si tratta di un parlare a nuova perché suocera intenda.

Certe cose, poi, il governo le ha fatte: dalla semplificazione amministrativa alla riforma scolastica, per non dire delle pensioni. Anche qui: si può sostenere che è troppo poco, ed è quel che penso, si può anche affermare che manca un filo conduttore. Ma non si può tacere, ripetere sempre le stesse geremiadi e poi lamentarsi. Il capitalismo italiano non s’è ancora posto il problema di cosa diventare in un mondo i cui mercati non somigliano a quelli di ieri. Alcuni imprenditori hanno capito l’antifona e hanno messo le vele al vento della globalizzazione, ma lo hanno fatto per sé, mentre altri, non pochi e non piccoli, hanno preferito imboccare le baie delle rendite e delle riscossioni. Anche questo (certo, non solo questo) spiega la realtà di un’Italia che cresce troppo poco. L’impresa ha mille ragioni, che qui non ci sottraiamo dal difendere, ma nei propri difetti e nelle proprie mancanze cerchi la chiave per far uscire il Paese da un drammatico vuoto di classe dirigente. Il che riguarda la politica, ma anche il resto.

Pubblicato da Libero

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