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L’impatto delle recessione sui conti pubblici

“Barlumi di speranza” anche per l’Italia?

La migliore risposta alla crisi? Una forte dose di stimoli, da compensare con l’avvio di riforme strutturali

di Angelo De Mattia - 16 aprile 2009

Nessuno, nel riferire sulla stampa sul Bollettino trimestrale della Banca d’Italia, si è soffermato su di un punto sottolineato con molta evidenza, quello, cioè, riguardante l’impatto delle recessione sui conti pubblici che ne subiscono, dunque, un peggioramento.

Dopo aver rilevato che si intravedono alcuni segnali prospettici di allentamento della forza della recessione –una formula quasi simile ai “barlumi di speranza” di cui ha parlato il Presidente Obama – il Bollettino ricorda che nel 2008 il disavanzo è tornato a crescere, al 2,7 per cento del prodotto, che le entrate hanno registrato un forte rallentamento e il gettito delle imposte indirette è diminuito.

Nei primi tre mesi del 2009 le entrate di cassa si sono, poi, ridotte del 5,4 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. L’aggravarsi della congiuntura aveva indotto il Governo a stimare a febbraio un ulteriore aumento del disavanzo di un punto percentuale del pil. Ora è atteso un aggiornamento delle previsioni.

In definitiva, la crisi da finanziaria è diventata crisi dell’economia reale e, ora, retroagendo, quest’ultima sta impattando non solo sulla finanza, con la qualità del credito che risente del peggioramento congiunturale, ma anche sui conti pubblici. Significa, ciò, che interventi di stimolo, ampi e incisivi, a livello interno e internazionale (come contributo dell’Italia) non siano perseguibili se non si vuole mettere in forse la finanza pubblica? Intanto, come rivela il Bollettino, a febbraio, il Governo ha comunque rafforzato l’azione discrezionale di sostegno della domanda aggregata, con incentivi all’acquisto di beni durevoli e con sgravi fiscali alle imprese. Tuttavia, il vincolo del debito pubblico non è certamente un’invenzione.

D’altro canto, lo stesso Bollettino evidenzia con nettezza la intervenuta caduta del prodotto, il netto ridimensionamento delle esportazioni e degli investimenti, il rallentamento del credito per ragioni di domanda e di offerta, mentre prosegue la diminuzione dell’occupazione e si intensifica il ricorso alla cassintegrazione. Per il primo trimestre di quest’anno si stima che prosegue il calo dell’attività economica, anche se si intravedono i segnali prospettici sopra richiamati.

In questo quadro, dunque, occorrerebbe rinunciare a ulteriori azioni di stimolo? Non dovrebbe essere così. Vi è, innanzitutto, la necessità imprescindibile del rapido reperimento delle risorse per finanziare gli interventi nelle zone colpite dal terremoto e per il sostegno della ricostruzione, che dovrà avvenire nel contesto della più ampia trasparenza e correttezza. Sia per questa improrogabile esigenza, sia, più in generale, per la necessità del rilancio dell’economia, occorre pur sempre puntare su di una più forte dose di stimoli, da compensare – come più volte è stato prospettato – con l’avvio di riforme strutturali, la migliore risposta al vincolo del debito pubblico.

E’, questa, una strada dalla quale però si rifugge. Tuttavia, è l’unica oggi percorribile, se si tiene conto anche dell’esigenza di predisporre un contesto economico idoneo per la fase nella quale si uscirà dalla crisi, dovendosi prevenire, allora, il rischio di una spinta inflazionistica. E se si considera che, in rapporto al pil, l’Italia è fra i Paesi avanzati che finora hanno impiegato minori risorse per fronteggiare la recessione.

In un quadro del genere, anche il doveroso indennizzo degli obbligazionisti Alitalia troverebbe uno spazio più ampio. Si tratta di una decisione che va comunque adottata, in una misura senz’altro più dignitosa e più equa di quanto finora sia previsto. Fa parte di quegli atti che uno Stato deve compiere proprio per rispondere alla fiducia in lui riposta, per la tutela dell’affidamento, direbbero i giuristi. Chi ha sottoscritto quei titoli, lo ha fatto perché si trattava di un’azienda controllata dallo Stato e perché vi erano state assicurazioni sull’operazione da parte di esponenti del Governo. Sono due aspetti decisivi – che hanno fatto parlare di una sorta di prestito allo Stato “che non può restare senza ritorno” (Presidente della Consob) – i quali differenziano nettamente tale sottoscrizione da tutti gli altri casi del cosiddetto risparmio tradito che solitamente si citano in circostanze del genere. Non ci si può, dunque, limitare all’osservazione secondo la quale i risparmiatori sapevano di correre dei rischi. Per lo strumento adottato (obbligazioni), per la proprietà pubblica dell’impresa, per le assicurazioni pubbliche (sarà stato azzardato rilasciarle, ma comunque è stato fatto), il concetto di rischio è stato percepito in modo assolutamente limitato. Se si considera, poi, che nel precedente piano di salvataggio dell’Alitalia era previsto un ben altro indennizzo, si deve concludere che si impone una decisione “pro bono et equo” (altro che riconoscere una cifra inferiore al 30 per cento del valore nominale).

E’ facile parlare di tutela del risparmio quando si tratta di altri soggetti che debbono risponderne; meno facile quando è chiamato comunque in ballo lo Stato nella sua funzione di proprietario, ma anche nell’esercizio di quei compiti che non possono trascurare affatto l’articolo 47 della Costituzione, tante volte citato a sproposito in occasione del conferimento ai Prefetti degli specifici poteri di controllo sull’erogazione del credito.

Chi metterà, questa volta, sulla scrivania, in un Ministero, un aeroplanino-giocattolo? La consapevolezza dei risparmiatori, nel caso di specie, è stata anche consapevolezza del ruolo giocato dallo Stato. E, allora, è bene confidare in un ravvedimento operoso del Governo. Ma è anche bene prepararsi a tutte le possibili iniziative, qualora questo ripensamento non vi dovesse essere, anche se appare difficile che ciò possa accadere.

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