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Public Policy

La dittatura continua

Barbari dello spread

Si invocano crescita e sviluppo, ma non si sa da che parte iniziare

di Davide Giacalone - 16 maggio 2012

Mentre le forze politiche invocano lo sviluppo e implorano di non limitarsi al rigore, salvo non dire nulla di sensato su come si possa ottenere un simile risultato e, per giunta, continuando ad appoggiare un governo che fa l’opposto, il nuovo dittatore, lo spread, fa sentire la sua prorompente vitalità, scorrazzando indisturbato e comprensibilmente incurante del chiacchiericcio. Da destra a sinistra, da sopra a sotto il dimenarsi è inconcludente perché tutto interno ad un modello culturale sbagliato, quello secondo cui per rilanciare il mercato ci vuole più Stato. Sicché, incapaci di pensare il futuro diverso dal passato, si beccano le scudisciate di uno spread che prima fu invocato come causa più che sufficiente per cambiare governo, poi si pretende di trascurarlo laddove indica quel che sarebbe opportuno: far dimagrire lo Stato, diminuire la spesa pubblica e abbattere il debito collettivo.

Il governo, auspicabilmente politico e regolare, ma va bene anche quello tecnico e commissariale, dovrebbe piantarla di pensare alla tassazione del patrimonio privato e dedicarsi alla dismissione di quello pubblico. Da lì verrebbero risorse aggiuntive, con le quali abbattere il debito (abbattendone il costo) e rilanciare gli investimenti pubblici nelle infrastrutture. Quei soldi non dovranno in nessun caso essere l’alibi per mantenere inalterata la spesa pubblica corrente, che non solo va tagliata in modo significativo, ma che, in molti casi, più la si taglia più migliora la qualità del servizio (abbiamo già fatto tanti esempi, su scuola, giustizia e sanità). Questa è l’unica strada che vedo per conciliare rigore e crescita, perché porta a minore spesa e minore prelievo fiscale. Sarebbe bello sapere cosa ne pensano i tanti che, oramai, ripetono a pappagallo formulette senza senso. Assisto con fastidio allo stagnare intellettuale di chi se la prende con lo spread al pari del prendersela con gli dei capricciosi, i quali avevano la fenomenale caratteristica di non esistere, in un trionfo della superstizione. Sono i barbari dello spread. E vedo con timore il lievitare di una falsa soluzione, che vorrebbe chiudere con l’era del “liberismo selvaggio” (ma quando mai c’è stata?), per chiedere allo Stato di rimediare ai fallimenti del mercato. Strada suicida, perché quello cui assistiamo è l’opposto: il fallimento dello Stato che tassa e spende e il fallimento di quello che non c’è, vale a dire quello europeo.

La signora Merkel è stata prima ossequiata e adorata (ricordate il vanto: “sono il più tedesco degli economisti italiani”?), poi adottata quale causa di tutti i mali. In realtà ella si trova nella condizione di forza negoziale che le deriva dal come sono strutturati i trattati europei, e nella condizione di debolezza culturale di chi governa in Europa senza aver vissuto la storia, anche dolorosa, della sua nascita e sviluppo. Questo duplice volto rappresenta un problema politico collettivo, non risolvibile certo con le elezioni locali tedesche, ma che rimane al di sopra di una classe dirigente nana, in Italia come in altre parti d’Europa, che assiste senza fiatare alle dimissioni di Jean-Claude Juncker, rinunciando a farne l’inizio di un diverso corso federale. Come capita a molti giochetti d’enigmistica, la soluzione non è difficile, quando poi è svelata a tutti pare ovvia, ma non ci si arriva perché si adotta un modello culturale, un modo di pensare sbagliato. Supporre di conservare il welfare state disfunzionale, scambiandolo per spesa indirizzata al bene dei cittadini, salvo poi volere dominare i mercati del mondo, esportando prodotti e importando risparmio altrui, è da dementi. Oppure da colonialisti, che, però, hanno perso la voglia e la forza d’essere tali. Quindi: non ci serve più crescita indotta da ulteriore dilagare della mano pubblica, ma più libertà portata da minore invasività statale; al tempo stesso ci servono più investimenti pubblici, ma non alimentati dal gettito fiscale, bensì dalla vendita di un immenso e improduttivo patrimonio pubblico. L’unico modo per far la fine dei greci consiste nel ripercorrerne tutti gli errori (consentendo all’Unione Europea di perseverare nella più sbagliata delle politiche). Chi crede che sia un fatto tecnico, chi non vede la natura politica di questa scelta, è naturale si dedichi al sacrificar selvaggina sugli altari mendaci, nella speranza che gli dei si plachino e consentano la fine della carestia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario