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L’Italianità delle banche e i suoi inganni

Bankitalia tra giocatori e funamboli

Draghi, arbitro attento e promotore della crescita e del rilancio dell’università

di Eva Giovannini - 12 febbraio 2007

Poco più di un anno fa un pubblico pressoché trasversale fischiava le possibili fusioni tra Bnl e Unipol e tra Antonveneta e Banca Popolare Italiana. “Politica nazionalista e corporativa” fu il refrain rivolto all’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, colpevole di aver difeso un’innominabile “italianità” delle banche. Negli ultimi due mesi, lo stesso pubblico ha applaudito l’italianissma fusione di due pilastri del credito nazionale come Banca Intesa e Sanpaolo (rispettivamente primo e terzo azionista di Bankitalia). Mettiamoci d’accordo. Chi difende l’italianità delle banche è da ascrivere tra i buoni o tra i cattivi? Probabilmente, la questione dell’italianità è mal posta. Perché presuppone un certo approccio ideologico e un giudizio di valore a priori. Non è detto, infatti, che l’italianità delle banche costituisca un principio da difendere sempre e comunque, come si fa per i valori in cui si crede. Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, a un anno suonato dal suo insediamento, sembra infatti muoversi nel segno del pragmatismo e come un funambolo rimane in equilibrio senza cadere nell’autolesionismo del “va bene tutto pur di giocare in casa” o nel pericoloso “svendiamoci al primo offerente” in nome di un liberismo cieco.

La prima posizione è quella che ha rovinato Fazio (più che un complotto ebreo-massonico gridato dal cattolico forzista Guido Crosetto), poi indagato per insider trading e abuso d’ufficio. L’ex governatore, è ormai giudizio condiviso, si è circondato di attori sbagliati, ha cavalcato il lato forte e arrogante di poteri deboli e ottusi, e li ha difesi troppo a lungo. Ha appoggiato fusioni che il suo stesso staff sconsigliava – tanto che è ricorso a illustri pareri esterni, come quello del professor Fabio Merusi, pur di dire sì a Fiorani – e ne ha scoraggiato altre per paura degli “stranieri”, come quando ha detto no a Geronzi che voleva fondere Capitalia con Antonveneta, perché su quell’operazione si allungava l’ombra degli olandesi di Abn Amro. In quel caso non se ne parlò, ma se ci fosse stata un’Opa, sarebbe stata bollata come “ostile”. Chissà poi perché se un’Opa arriva da un istituto di credito straniero le viene affiancato l’aggettivo “ostile”. Ancora questione di approccio ideologico? Difficilmente, poi, si potrà paragonare il recente e temporaneo stop della Consob inglese all’acquisizione della Borsa di Londra da parte dell’americana Nasdaq, a una semplice paura dello straniero in stile Fazio.

E’ necessario distinguere: non tutti i “gioielli nazionali”, infatti, sono uguali. Al di là del caso inglese, è importante ad esempio scindere tra aziende private e aziende pubbliche, verso le quali è più comprensibile, e forse necessario, proteggere il capitale affinché resti nazionale o, come nel caso di Enel ed Eni, proteggere la proprietà, separandola dalla gestione operativa. E poi, tornando al London Stock Exchange, un conto è evitare che sulla City venga piantata la bandiera a stelle e strisce, un conto è aver paura, noi, di quell’Europa Unita che andiamo tanto sbandierando. Nel nostro caso, non è più possibile pensare in termini di confini nazionali. E l’equilibrista Draghi, fin dalle sue prime mosse, sembra averlo ben chiaro. Si è inserito perfettamente nel solco delle nuove regole della legge per la Tutela del Risparmio (la 262 approvata quasi in contemporanea con il suo insediamento) che snelliscono le competenze di Bankitalia sugli Istituti di Credito e, soprattutto, nella prima assemblea di via Nazionale ha annunciato che tutte le proposte di acquisizione possono pervenire direttamente ai Cda delle banche senza passare da palazzo Koch. Che, tradotto, significa: io faccio l’arbitro, sto a guardare e non do rigori che non esistono.

Un arbitro attento, certo, conforme al suo profilo internazionale e alla sua esperienza in Goldman Sachs, ma che lascia spazio al gioco. E nell’ultimo anno, infatti, ci sono stati importanti accorpamenti, dalle Popolari (Bpi con Bpvn e Banca Lombarda con Bpu) al nuovo colosso Intesa-Sanpaolo, passando per Unicredito che ha acquisito la tedesca Hvb. E’ vero: la maggior parte delle fusioni sono avvenute in casa. Forse, per andare oltralpe un pochino più forti. All’arbitro Draghi, comunque, non può sfuggire la sfida globale. Mentre noi stiamo ancora lì a guardare in cagnesco il vicino francese o spagnolo, le banche cinesi si gonfiano di dollari e covano l’Opa del dragone. Stavolta sì, “ostile”. Il ruolo super partes che il nuovo governatore si sta ritagliando potrà favorire una più agile dialettica europea, magari nel segno di una maggiore reciprocità (emblematico il caso Enel), visto che ancora oggi siamo un po’ troppo “comprati” e troppo poco “soci”, dalla moda alle assicurazioni, dall’alimentare alle tlc.

Da che parte riprendere in mano le sorti del nostro sistema economico-finanziario? Draghi, marcando un altro elemento di discontinuità dal suo predecessore, non perde occasione per parlare di “incentivi alla crescita”. E con quel suo stile asciutto e tagliente, il governatore suggerisce da un lato di rimuovere i vincoli strutturali che la bloccano (spesa pubblica, costi eccessivi del sistema creditizio etc.) e dall’altro di investire nella formazione e nella ricerca anche con il rilancio dell’università italiana, basata sul merito e sulla giusta distribuzione delle risorse. Qui sì che l’italianità va difesa senza indugio.

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