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Stretta tra l'Abi e via XX Settembre

Bankitalia e il nodo governance

Il documento all'esame dell'Abi ha ricevuto molte critiche. Ora la svolta

di Alessandro D'Amato - 08 gennaio 2008

Stretta tra l’Abi e il ministero dell’Economia sulle regole della governance duale, Bankitalia si trova a dover sbrogliare una matassa sempre più complicata. Dove trapelano preoccupazione e voglia di tutelarsi. Agli interessi dei banchieri che vedrebbero intaccati alcuni loro ruoli si è sovrapposta una serie di circostanze – i problemi in Generali e quelli annosi in Rcs – che rendono adesso molto difficile trovare una soluzione che accontenti tutti, viste le conseguenze a catena che le scelte di via Nazionale potrebbero venire a creare.

Tutto è cominciato quando, in ottemperanza alla disciplina comunitaria, Palazzo Koch ha posto in consultazione pubblica il documento sulla governance duale: una procedura inaugurata per la prima volta dalla gestione Draghi in materia di vigilanza. La risposta dell’Abi non si è fatta attendere, e si è concentrata soprattutto sulla necessità di “valorizzare al massimo l’autonomia statutaria di ciascuna impresa bancaria”, e di modellare le disposizioni del regolamento in linea con quanto è già previsto dalla legislazione vigente in tema di diritto societario. Chiaro il riferimento al modello duale di corporate governance e alla prescrizione della bozza Bankitalia in base alla quale “qualora il consiglio di sorveglianza svolga anche funzione di supervisione strategica, il suo presidente non deve partecipare alle riunioni del consiglio di gestione”. Una scelta che limita di fatto i poteri del presidente, e che, secondo le banche, sembra essere in contrasto con la norma del codice civile che ha recepito la riforma Vietti. Così come l’Abi contesta il divieto, per il presidente del consiglio di sorveglianza, di rivestire cariche nelle società controllate. In pratica, sostengono le banche, sulle incompatibilità delle doppie cariche c’è già il Testo unico della finanza che stabilisce le modalità del divieto. Ma controdeduzioni su diversi aspetti sono venute direttamente anche dalle banche, con in prima linea Intesa San Paolo.

Inutile ricordare che entrambi i punti criticati sono andati a colpire i piani alti delle principali banche, e in particolare l’ipotesi (ventilata) di vicepresidenza delle Generali per Cesare Geronzi, l’impossibilità per lo stesso (ma anche per Bazoli in Banca Intesa e per Fratta Pasini nel Banco Popolare) di partecipare alle riunioni del consiglio di gestione di Mediobanca. Ed è facile anche pensare che il management di Piazzetta Cuccia – così come quello di Intesa – possa fare il tifo per l’incompatibilità, visto che questa si tradurrebbe di certo in una maggiore autonomia gestionale. E anche per Rcs il discorso è lo stesso, mentre incombe l’ipotesi di mutamenti al vertice della società, con Paolo Mieli alla presidenza.

Nel frattempo, però, è sceso in campo anche il ministero dell’Economia. Che ha istituito una commissione di studio la quale stilerà una serie di linee-guida da far confluire in un decreto ministeriale. Scavalcando di fatto, se così andasse, Bankitalia: anche perché il rischio è che le decisioni di via XX Settembre vadano nella direzione opposta a quella immaginata da Palazzo Koch, scegliendo di sposare le tesi del mondo bancario. Un po’ sulla falsariga di quanto accaduto per i criteri di onorabilità, dove il ministero, per placare la ridda di voci che si aspettavano una soluzione molto rigida, ha fatto sapere di voler trattare la materia “con garbo”. Ma anche se il Tesoro dovesse rinunciare a entrare in gioco in questa fase, c’è anche un’altra incognita legale che potrebbe pesare sulla partita: e cioè l’ipotesi della opportunità-necessità di sottoporre la normativa al Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio, perché essa si configurerebbe come “una direttiva di vigilanza regolamentare”. Il Cicr, presieduto proprio da Padoa-Schioppa.

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