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Opportunità e rischi dopo il caso Sanpaolo

Banche: benefici dell’ordine sparso

Per le politiche differenti seguite dagli istituti di credito occorre una strategia comune

di Enrico Cisnetto - 30 gennaio 2006

La rottura del sodalizio fra Sanpaolo-Imi e Fiat, consumatasi con la cessione delle azioni del Lingotto da parte della banca torinese, e accompagnata da uno scambio di pesanti giudizi tra i vertici dei due gruppi, è stata vissuta come l’ennesima puntata del reality show della finanza italiana piuttosto che generare sani interrogativi su quale debba essere il corretto rapporto fra banche e imprese. In un capitalismo senza capitali come il nostro, gli istituti di credito hanno assunto una sorta di supplenza del ruolo degli imprenditori, influenzandone le scelte. E’ la dinamica, per esempio, con cui si è perfezionata l’uscita di scena di alcuni dei protagonisti del capitalismo familiare come i Lucchini, i Ferruzzi, gli Orlando e i Romiti, dimostrando come le banche arrivino quasi ad agire da liquidatori.
Negli ultimi tempi, però, anche per il venir meno del ruolo guida della Banca d’Italia, i banchieri hanno seguito politiche differenti, in nome di una diversa concezione del ruolo della banca universale. Dunque, se Sanpaolo e Mps hanno ceduto i titoli Fiat frutto del convertendo, non altrettanto hanno fatto Capitalia, Bnl, Unicredito e Intesa, mentre è incerta l’intenzione di queste due ultime banche ora che Pirelli ha disdettato il patto di sindacato di Olimpia per indurre la Hopa di Gnutti ad uscire da Telecom. Nell’ordine sparso, comunque, s’intravedono alcune linee di tendenza. Per esempio, mentre Bazoli e Passera hanno tradotto lo slogan “una banca per il Paese” in una sempre più marcata attenzione verso le realtà industriali medie, come dimostra la recente operazione Esaote, il duo Geronzi-Arpe – vuoi per un patto di sindacato che schiera soci come Ligresti, Berlusconi, Merloni, Pesenti, Tronchetti, Toti, Angelucci, vuoi per una vocazione ad essere partner stabile dei grandi gruppi – sembra muoversi nell’ottica di ereditare da Mediobanca il ruolo di crocevia dell’establishment, dove s’intersecano e si compensano i maggiori interessi. Anche il Montepaschi aveva le stesse ambizioni di Capitalia, nell’ottica di creare una “finanza rossa” che riunisse credito, assicurazioni, cooperative e network industriali amici, ma il caso Unipol sembra averlo mandato all’aria. E se il Sanpaolo pare aver scelto una strada un po’ “aventiniana”, quasi non volesse più coinvolgersi in un sistema industriale in crescente declino, Unicredito è invece tutto preso dal progetto di diventare un grande player europeo, e dunque meno vincolato alle dinamiche interne.
Insomma, ciascuno va per la sua strada. E in uno scenario che vede le grandi imprese italiane sempre più indebitate e marginali nel mercato globale – come ha confermato il recente studio di Goldman Sachs secondo cui non ci è rimasto che “food and football” – una riflessione di natura sistemica sul ruolo del credito è d’obbligo. Non fosse altro perchè quando la prossima emergenza busserà alla porta – e busserà, statene certi – dover anche mediare tra i diversi approcci dei nostri banchieri potrebbe rivelarsi un ulteriore ostacolo. Il modello renano è in evoluzione, quello francese regge a fatica e persino quello anglo-americano ha mostrato clamorose falle. Ma una cosa è sicura: il “modello italiano”, con le banche socie di fatto di imprese indebitate, è fallito. E non è detto che, in tanta anarchia, l’ordine sparso sia necessariamente un male.

Pubblicato sul Messaggero del 29 gennaio 2006

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