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Banche e ripresa

Bad bank e bad bankers

La bad bank quale loculo in cui seppellire le proprie colpe è inammissibile, perché perpetuerebbe la selezione dei peggiori

di Davide Giacalone - 11 febbraio 2014

Aiutare le banche può servire a spingere la ripresa. Aiutare i banchieri che hanno sbagliato, invece, serve a garantirsi la recessione. Si discute di “bad bank”, quale contenitore ove cacciare i crediti deteriorati. Può essere utile, considerato che la Banca d’Italia segnala un aumento delle sofferenze, su base annua, del 24.6%, in accelerazione. Può essere necessario, tenuto presente che stiamo parlando di un ammontare che si aggira sui 300 miliardi, di cui la metà in più urgente bilico e circa 70 privi di puntelli. Può essere auspicabile, se l’operazione è finalizzata a ridare fiato al credito verso le aziende produttive e i consumatori. Ma non è accettabile se serve a sollevare le banche dal loro rischio d’impresa e i bad bankers dai loro, non innocenti, errori. Non è proponibile se si pensa di prendere soldi del contribuente e destinarli alle banche, senza adeguata contropartita. Il tema è complesso, ma attenzione a non farsi turlupinare dai linguaggi oscuri e falsamente tecnici.

Siamo già reduci da una sciagura, scientemente organizzata ai danni della collettività: la cessione a pochi privati di patrimonio pubblico, mediante il pessimo modo in cui s’è fatta la rivalutazione delle quote Banca d’Italia. Ho letto, sempre a proposito degli equilibri dei bilanci bancari, che si mettono quei miliardi (7.5 in tutto, la gran parte a privati bancari) nel conto del consolidamento patrimoniale con il quale far fronte ai crediti deteriorati. Che è esattamente quel che qui ho sostenuto (ovvero che c’era passaggio di patrimonio, in attesa di passare anche denaro frusciante, con la negoziazione delle quote eccedenti il 3%), nonché il contrario di quel che sostennero il governo e la maggioranza. Le bugie hanno le gambe corte, ma questa era così enorme, e con gambine talmente gracili, che non ha neanche svoltato l’angolo. Dopo questo regalo, ci manca che se ne aggiungano altri.

Ricordando, inoltre, che nel trattare i loro clienti le banche sono divenute peggiori della pubblica amministrazione. Sia per le modalità burocratiche, che per i tempi di disbrigo, che per la perentorietà con cui chiedono e la lentezza con cui erogano. E senza dimenticare che, per far fronte alle difficoltà di bilancio, non hanno esitato a chiedere sangue ai vivi pur di non tumulare i loro morti. I quali ultimi sono solo in piccola parte degli errori (tutti ne commettiamo), ma in massima parte frutti avvelenati del capitalismo relazionale e del credito utilizzato come strumento di potere. Quando non di arricchimento di amici che non investono nella produzione, ma sottraggono all’azienda per ingrassare i propri forzieri personali. Non solo non c’è una sola ragione al mondo per essere comprensivi con tale condotta, ma sarebbe bene combatterla.

Poi c’è l’altra faccia della medaglia. Le nostre banche sono mediamente messe meglio delle banche tedesche o francesi. I loro bilanci sono meno tarlati da trucchi. La nostra vigilanza è stata più severa (con significative eccezioni). Però sono sottopatrimonializzate. Abbandonarle in balia delle loro sofferenze significa ulteriormente indebolire la nostra competitività. Agire è necessario. Come?

Sempre all’opposto di quanto si è fatto con il decreto Imu-Banca d’Italia: quando si usano soldi pubblici (come hanno fatto gli altri europei, quindi non saremmo i primi, semmai gli ultimi) si deve avere in mano o una partecipazione nella proprietà o un titolo di credito. I regali non sono atti di generosità, ma di prodigalità praticata con soldi altrui. Le sofferenze nate dalla crisi è bene siano sostenute, ma distinguendole da quelle nate da interessi politici, personali, di gruppo o di sistema. Il primo tipo di sofferenze, dovute a debitori che sono sani, ma in difficoltà, che intendono pagare, ma ora non possono, che torneranno a essere produttivi, ma oggi sono strangolati dal fisco e dalla recessione, è tale solo temporaneamente. Non è facile distinguere così nettamente, ma per sostenere queste sofferenze si può ben ricorrere a fondi specializzati, alimentati da una liquidità oggi abbondante, nei mercati internazionali. Si può anche immaginare una garanzia pubblica, sotto il controllo della Banca centrale europea. Sarebbe bene pensare a un intervento diretto della Bce, nella consapevolezza che dopo avere favorito (bene) gli aiuti ai debiti sovrani è saggio intervenire anche verso quelli produttivi. Senza i secondi, del resto, non c’è Stato che regga, sicché anche i debiti pubblici trarrebbero giovamento dall’argine contenitivo delle frane private.

Tutto, però, sempre con strumenti che creino e restituiscano ricchezza. La bad bank quale loculo in cui seppellire le proprie colpe no, quella è inammissibile. Nonché inutile alla collettività e dannosa per il mercato, perché perpetuerebbe la selezione dei peggiori.

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