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Richiesto l’intervento di Fassino e Rutelli

Azionisti di maggioranza del governo

Gli alleati piccoli pestano i piedi per frenare ottenere di tutto. Loro stanno a guardare

di Enrico Cisnetto - 08 settembre 2006

Che Romano Prodi abbia come suo primo, se non unico, obiettivo quello di durare il più a lungo possibile, e a qualunque costo, è stato chiaro fin dalla notte del 10 aprile, quando ha fatto finta che il “pareggio” uscito dalle urne fosse una vittoria. E’ un comportamento politicamente non edificante, ma umanamente comprensibile. Diverso, invece, è – o dovrebbe essere – il caso dei leader di Margherita e Ds, i due azionisti di maggioranza del governo di centro-sinistra. Francesco Rutelli è sì vicepremier e ha in mano deleghe, Beni Culturali e Turismo, che gli consentono un lavoro redditizio per il Paese e per la sua immagine, ma rimane pur sempre un politico con molte ambizioni per il futuro. Piero Fassino, poi, non fa neppure parte dell’esecutivo e dunque ha tutto da guadagnare a tener ferma la barra riformista del suo partito. Le interviste che entrambi hanno dato sulla questione Finanziaria-pensioni (Rutelli sul Messaggero dell’altroieri e Fassino sulla Repubblica di ieri) dimostrano che hanno bene in mente il percorso di rigore e di riforme che il governo dovrebbe seguire sul terreno economico. Due ottime uscite, pienamente condivisibili. Ma non bastano. E’ fin troppo evidente che le componenti massimaliste e giustizialiste del centro-sinistra – Rifondazione e Pdci che vogliono ridurre il perimetro della manovra e bloccare ogni intervento sulla previdenza che non sia la demagogica riduzione delle cosidette “pensioni d’oro”, Pecoraro Scanio che va in Sicilia a bloccare i termovalorizzatori, Di Pietro che blocca Autostrade-Abertis, Visco infoiato sulla “lotta all’evasione” come se un terzo di economia sommersa fosse un problema di polizia – stanno imponendosi sul grosso della coalizione. Sfruttano la loro posizione, marginale ma decisiva in termini parlamentari, e trovano in Prodi un mediatore fin troppo accondiscendente e in Padoa-Schioppa un ministro senza forza politica e lasciato solo.
Cosa aspettano, dunque, Rutelli e Fassino – tanto più visto che evocano un partito che dovrebbe accomunarli – a battere i pugni sul tavolo, facendo pesare il loro essere maggioranza? Non si facciano ingannare dal luccichio della congiuntura, pensando che in fondo l’obiettivo del rientro del deficit-pil sotto il tetto europeo del 3% possa essere raggiunto anche con molto meno di quanto preventivato. Primo perché non è affatto detto che sia così, e le tante manovre correttive di primavera degli anni scorsi stanno a testimoniarlo. Secondo perché, anche se fosse, i problemi si ripresenterebbero aggravati l’anno prossimo, quando tra l’altro tutti prevedono un peggioramento della nostra crescita. Terzo perché il barometro della congiuntura mondiale segnala tre grossi problemi: il rallentamento degli Usa, con una possibile ulteriore svalutazione del dollaro (e non sarà certo l’Europa, appena uscita da una lunga malattia ma ancora in convalescenza, a fare da locomotiva mondiale: il Prodi presidente della Commissione Ue l’aveva pronosticato nel 2001 e sappiamo come è andata); la certezza che il prezzo del petrolio si manterrà sopra i 70 dollari al barile, con la probabilità che i rischi di degenerazione del conflitto mediorientale lo spingano verso i 90-100; l’altrettanto sicuro aumento dei tassi d’interesse. Quarto perché a ben vedere i dati italiani non sono per nulla rassicuranti, per quanto migliorati: amesso (e non concesso) che a fine anno si arrivi al +1,8% di crescita generosamente previsto dall’Ocse (Bruxelles dice 1,7%, la Confindustria si ferma all’1,5%), il nostro Paese si troverebbe comunque ad aumentare il suo distacco da Eurolandia di un ulteriore terzo (1,8% contro 2,7%, che diventa 2,8% se dal conteggio si esclude l’Italia) e dai paesi del G7 del 40% (1,8% contro 3%, che diventa 3,2% senza l’Italia). Francia e Germania, pur sotto la media Ue, sarebbero comunque più avanti di noi, rispettivamente al 2,2% (-19%) e al 2,4% (-25%) di aumento del pil, mentre gli Stati Uniti, crescendo al 3,6%, manterrebbero un passo doppio rispetto al nostro. E siccome il problema italiano è soprattutto quello della competitività mondiale, cioè delle quote (decrescenti) di mercato globale che riusciamo a conquistare, è del tutto evidente che in questo momento stiamo consumando “ottimismo virtuale”. Proprio ieri, nel rapporto sul Fare Impresa (Doing Business) della Banca Mondiale, che misura dieci categorie di indicatori sulla facilità nello svolgere attività di impresa, l’Italia è scivolata dal 69esimo posto dello scorso anno all’82esimo, lontanissima dagli altri paesi più industrializzati (tutti nei primi 20).
Dunque, delle due l’una: o i riformisti sono in grado di imporre a governo e maggioranza le riforme strutturali evocate nel Dpef su sanità, pensioni, pubblica amministrazione ed enti locali – che hanno solo come conseguenza e non come obiettivo il risanamento della finanza pubblica – oppure prendano atto subito che per governare il Paese occorre passare attraverso un’esprienza di Grande Coalizione alla tedesca. La quale, proprio in queste ore, sta producendo scelte di politica economica – di cui il liberista Sole 24 Ore si è finalmente accorto – all’insegna sia del rigore, tanto che il disavanzo scenderà al 2,8% già quest’anno e al 2,5% nel 2007 perché le entrate extra saranno utilizzate per ridurre il deficit, sia dello sviluppo, creato continuando la linea del governo Schroeder di delocalizzazione ad Est delle produzioni povere e potenziamento dei grandi gruppi a forte contenuto di innovazione tecnologica. Francesco e Piero, se ci siete battete un colpo.

Pubblicato sul Foglio dell’8 settembre 2006

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