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I costi dell’incapacità di cambiare

Avanti oh popolo! Alla riscossione

Gas, luce e colf. Tre esempi d’ipocrisia e mancate riforme

di Davide Giacalone - 01 aprile 2009

Gas, luce e colf. Tre modi per mettere le mani nelle tasche delle famiglie, per prendere troppo e male, facendo anche fare la figura dei delinquenti alle persone per bene. Tre esempi d’ipocrisia e mancate riforme, che rendono difficile la vita di cittadini ed imprese. Su luce e gas la notizia dovrebbe essere positiva: oggi ribassano le tariffe. Peccato che sia una mezza presa in giro. I prezzi del gas e dell’energia elettrica hanno seguito, con scostamenti vari e non decisivi, quello del petrolio. Il greggio ha ripreso a crescere nel 2004, raggiungendo vette impetuose nel 2007-2008. Le nostre bollette hanno seguito l’andazzo, adeguandosi progressivamente (e dolorosamente).

Già nel corso della seconda metà dell’anno scorso il prezzo del petrolio, però, non è diminuito, è crollato, riducendosi ad un quarto di quello di partenza. Le nostre bollette, invece, hanno continuato ad essere sempre più care nel corso del 2008, anche nella seconda metà, mentre oggi diminuiscono di circa l’8% per l’energia ed il 7% per il gas. Sommate due cose: la sproporzione fra la crescita di ieri e la diminuzione di oggi, specie in riferimento al prezzo della materia prima, più il ritardo nell’adeguamento al (minimo) ribasso. Risultato: ci stanno pelando. Dopo di che i gestori di società statali e municipali ci diranno quanto sono bravi e si pavoneggeranno degli splendidi bilanci.

La tariffa, non dimentichiamolo, è composta in modo tale che la parte del leone la fa il fisco. Quindi, a tutelare il consumatore dovrebbero essere autorità che rappresentano uno Stato intento a guadagnare dalle alte tariffe. Non aggiungo altro. Anche per le colf, la notizia dovrebbe essere positiva: l’Inps dichiara guerra agli evasori. Ma, e ci risiamo, ci rimetteranno le famiglie e non ci guadagneranno i lavoratori. Le cifre dell’Inps sono consapevolmente fasulle: a loro risultano 562mila lavoratori domestici. Le più numerose sono le lavoratrici italiane, seguono le rumene, le ucraine e via andando. Ci credono talmente poco anche loro, che sono in partenza 700mila lettere di richiamo. Più dei lavoratori.

La realtà è che di italiane ce ne sono pochissime, mentre si tratta di lavori massicciamente affidati agli immigrati. Spesso in evasione, totale o parziale, perché al lavoratore interessano i soldi, per poi tornare a casa, ed alla famiglia pagare il meno possibile. I loro interessi convergono, quelli dell’Inps no.

Il mercato reale ha reso possibile, anche per il ceto medio, il ricorso agli aiuti domestici, che siano per badanti (dato che non ci sono strutture per anziani), per bambinaie (dato che, dopo una certa ora, mancano anche per i bambini), o per le pulizie (dato che si cerca di lavorare in due). Le lettere dell’Inps sono una tassa su questi bisogni familiari, destinata a finanziare un sistema pensionistico che si ostinano a non riformare, pur essendo in strutturale squilibrio.
Formalmente è tutto a posto, tanto per il gas, che per l’energia elettrica, che per i collaboratori domestici. Nella sostanza, però, ci tocca pagare l’incapacità di cambiare, continuando ad avere l’energia più cara d’Europa, ed a considerare le famiglie come fossero aziende.

Prendiamo una famiglia borghese e la trattiamo come una sfruttatrice latifondista: sciur padrun da li beli braghi bianchi… Devono sentirsi in colpa e tirare fuori “li palanchi”, perché, che cavolo, mica è normale avere l’aria condizionata e la cameriera! Che paghino, il prezzo dell’ipocrisia nazionale. Con quei soldi dobbiamo mantenere le rendite di posizione, gli ostacoli alla competitività, l’arretratezza del mercato del lavoro e tante belle postazioni, assegnate per nomina politica. Avanti, oh popolo, alla riscossione.

Pubblicato da Libero di mercoledì 1 aprile 2009

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