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Enrico Matteri

Avanguardia nucleare

Se qualcuno riprovasse, oggi, a fare quel che fece Mattei con ogni probabilità concluderebbe la propria avventura in galera. Ma se nessuno ci riprova sarà l’Italia a condurre la propria parabola verso il declino.

di Davide Giacalone - 06 novembre 2012

Sono state scritte infinite pagine, sulla figura di Enrico Mattei. In tempo di rievocazioni, poi, quelle pagine tendono a divenire tutte eguali, recando torto a chi ne è oggetto. Siccome Mattei fu intraprendente e non accomodante, figlio di un’epoca in cui i problemi erano tanto grossi quanto rilevanti le opportunità, è bene ricordarlo a partire dai problemi ancora aperti. Anche a costo di dividere. Lui stesso, credo, l’avrebbe trovato più interessante. Comunque più utile.

Mattei fu chiamato a chiudere l’Agip, creato nel 1926 dal regime fascista, e a privatizzarne beni e attività. Il governo della Repubblica, insomma, gli chiese quello che, in molti casi, sarebbe bene chiedere ancora oggi, con riferimento a numerosi enti pubblici. Lui fece il contrario: non solo non liquidò Agip, ma pensò di porlo al centro del futuro energetico italiano, raccogliendo le forze (anche lobbistiche, anche di condizionamento della politica) per creare l’Eni. In un certo senso, tradì il mandato. E fece bene. Perché qui si pone una questione delicata e decisiva, rispetto alla quale ancora oggi appare del tutto arretrato il nostro dibattito sulla presunta contrapposizione fra iniziativa privata e investimenti pubblici: capì che una cosa era trarre profitto dalla produzione e distribuzione dell’energia, attività per la quel sono più tagliati i privati, altra, del tutto diversa, disegnare un sistema capace non solo di assicurare al sistema produttivo e alle famiglie l’energia necessaria, ma di farlo in modo da preservare l’indipendenza politica del Paese. Per questa seconda cosa i capitali privati non c’erano e gli investimenti pubblici erano la sola possibilità. E aveva ragione.

Se qualcuno riprovasse, oggi, a fare quel che fece Mattei con ogni probabilità concluderebbe la propria avventura in galera. Ma se nessuno ci riprova sarà l’Italia a condurre la propria parabola verso il declino. Tema serio, sul quale riflettere.

Contrariamente a quanto si crede, Mattei non fu un cieco sostenitore del petrolio, conquistato anche grazie all’influenza sulla politica estera e agli scontri con i grandi protagonisti statunitensi. Mattei guardò con interesse all’energia nucleare, e quando fu ultimata la centrale di Latina, da lui voluta, nel 1957, con “Agip nucleare”, l’Italia era Paese d’avanguardia: aveva il più grosso reattore per la produzione di energia elettrica, la più alta produzione, la migliore tecnologia, la più quotata cultura. Siamo scesi da quel podio, per scivolare sotto gli scantinati dello stadio, siamo passati da quell’anticipazione del futuro all’odierno ripescaggio del paleolitico, dopo avere praticato al nucleare quella ricetta che Mattei si rifiutò di applicare all’Agip: lo smantellamento. Abbiamo suicidato un nostro vantaggio, travestendolo con i panni superstiziosi dell’ecologismo. Abbiamo messo in atto la più disonesta dottrina, colorandola con il sorriso ebete del sole (che funziona a energia nucleare!).

Con la morte di Mattei, dunque, non è che il petrolio scorse di meno nelle vene della politica italiana, è, semmai, che i petrolieri seppero trasfondervi non poca energia, non solo usando i partiti come taxi, ma facendo pagare ai cittadini la benzina. Truffa che ha attecchito solo in Italia, mentre gli altri europei andavano in direzione opposta. Cercando quel che Mattei voleva per l’Italia: la sicurezza energetica quale condizione di sviluppo e sovranità.

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