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E' bene voltare pagina

Atto finale

La Seconda Repubblica non mi è mai piaciuta

di Davide Giacalone - 15 novembre 2011

Silvio Berlusconi non si dimette (solo) da presidente del Consiglio, ma da perno insostituibile della nostra storia politica recente. Non cade un governo, cade un sistema istituzionale senza struttura costituzionale: la seconda Repubblica. La sinistra che festeggia, la pubblicistica che se ne compiace, dimostrano l’incapacità di capire. Zuppi di berlusconismo, fin oltre Berlusconi.

La seconda Repubblica non mi è mai piaciuta. Riconosco il valore semplificativo e modernizzante del bipolarismo, ma ho visto quanto fosse illusorio. Votavamo il capo del governo, ma non potevamo eleggerlo. Votavamo per maggioranze di governo, ma quelle cambiavano nel corso della legislatura. Inseguivamo la stabilità e ottenevamo il perpetuo non governo. Pretendevamo di consegnare il potere alle forze maggiori, ma lo regalavamo agli estremisti di blocco. Tutto questo s’è potuto reggere, per diciassette anni, ha potuto far nascere la Cosa, l’Ulivo e l’Unione, tre prodotti della sinistra, solo grazie (o, se preferite, a causa) di Berlusconi. In questi anni abbiamo visto crescere, anche nei rapporti quotidiani, nel dialogo con quanti incontriamo e ci circondano, lo spessore della faziosità, fino a sconfinare nell’ottusità più nera.

Noi non abbiamo mai voluto chinare il capo al luogocomunismo, non ci siamo mai genuflessi al conformismo, non abbiamo mai detto, perché non abbiamo mai pensato, che la causa d’ogni male fosse la presenza in politica di Berlusconi. Così, in questi anni, mano a mano che accatastavamo le critiche, anche durissime, al centro destra, continuavamo a vederci indicare come berlusconiani. Cosa che non ci ha mai sollecitato a smentire, ma, semmai, ci ha mosso ad umana pietà per quanti non riescono (ancora oggi) a ragionare diversamente. Anzi, li andavamo a stuzzicare, cosa che continueremo a fare. Ricordavamo loro che, dal 1994 a oggi (compreso oggi) la maggioranza degli elettori ha preferito Berlusconi a qualsiasi altra cosa e persona. Quegli elettori non sono scomparsi e non possono dimettersi. Contano. E’ sgradevole, ma anche oggi che s’è dimesso voglio tornare su un punto: quando cominciarono a uscire le storie di donne, con una evidente ed enorme caccia all’uomo, scrissi subito due cose: a. quella condotta è incompatibile con il ruolo istituzionale; b. quella caccia giudiziaria è barbarie. Confermo. Mediti, invece, la sinistra, mediti la stampa che un tempo pretendeva d’essere “progressista”, su quale mostruoso danno hanno provocato vestendo i falsi panni di un moralismo da strapazzo, indossando la tonaca che colpevolizza il peccato dopo avere cavalcato la liberazione dei costumi. Provi a comprendere quanto devastante è stato questo atteggiamento, che li ha fatti apparire per quello che molti di loro sono: dei falsi.

L’apoteosi di quest’autodisfacimento è giunta con la crisi, con il continuo rilancio delle niente affatto disinteressate voci internazionali che individuavano in Berlusconi il problema dell’Italia. Epigoni miserrimi dell’Italia che s’alleava all’estero per combattere i connazionali, questi copisti della polemicuzza hanno finito con l’occultare il dato rilevante: siamo finiti fra l’incudine del debito pubblico, che è colpa nostra, e il martello degli spread, che è colpa dell’euro e dell’Europa. La colpa che andava fatta al governo consiste (come qui abbiamo scritto) nel non avere portato, all’inizio, la questione in sede internazionale, nel non avere anticipato i tempi, capendo che l’onda greca avrebbe superato le nostre coste (come qui avvertimmo). Di questo e su questo il governo doveva cadere, invece s’è preferito strizzare l’occhio alle bizze di Merkel e Sarkozy, ovvero di due capi di governo che la storia ricorderà per avere distrutto l’Europa. Di più: per avere fatto tornare la guerra fra europei. Quei due non sono un esempio per nessuno.

Non è detto che Berlusconi esca di scena. Glielo auguro, sicuro che sarà ricordato meglio di com’è stato trattato. Ma la novità di ieri è rilevante: il suo primo governo cadde per ribaltone, organizzato dal Quirinale; il secondo entrò in crisi per risorgere, ma sempre per mano di un pezzo della maggioranza; ieri s’è dimesso perché non avrebbe potuto andare avanti. Lo schema della seconda Repubblica è esaurito, non se ne cava più nulla. Fine. Ci si arriva senza aver costruito la terza, cosa che, ora, spetta a uomini diversi. Ci si arriva ad esaurimento di un ciclo, con al volgarità di chi fa il gesto dell’ombrello e la violenza di chi fa ressa innanzi al Quirinale. E’ bene voltare pagina.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario