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Public Policy

Ancora una volta vince "l'emergenza"

Attenti alle vittorie di Pirro

Il Paese ha bisogno di darsi una progettualità per vincere le sfide globali

di Enrico Cisnetto - 21 giugno 2010

L’intesa alla Fiat di Pomigliano è come la manovra correttiva del governo: necessaria ma non sufficiente. E’ necessaria perché, nello specifico, sono fondati tutti i capi d’imputazione a carico di lavoratori e sindacati – assenteismo oltre ogni limite, scarsa produttività, permessi sindacali e scioperi funzionali al lavoro nero fatto altrove, collusioni camorristiche – e la situazione è talmente fuori controllo che richiede misure altrettanto eccezionali. Inoltre è del tutto evidente che di fronte alla possibilità di mantenere i posti di lavoro, anziché chiudere lo stabilimento e tutti a casa, e davanti ad un investimento di 700 milioni per produrre auto che, ragionevolmente, dovrebbero prendere le molte destinazioni del bacino del Mediterraneo – la Panda, non a caso – sfruttando il vantaggio competitivo “naturale” che la posizione geografica ci assegna nel conquistare i mercati di quella che Gianni De Michelis chiama la “quarta economia”, ebbene di fronte a tutto questo dire no sarebbe non solo sbagliato, ma criminale. Francamente, io continuo a pensare che Marchionne avesse in testa un altro disegno: forzare la mano per farsi dire no e con quell’alibi chiudere Pomigliano, come ha già fatto a Termini Imerese, e tenere in Polonia ciò che già produce e aprire in Serbia le nuove linee di produzione.

Ma il sì di tutti i sindacati ad eccezione della sola Fiom, l’apertura di Epifani e l’isolamento dell’ala dura dei metalmeccanici Cgil hanno cambiato le carte in tavola. E siccome il progetto di fare del bacino di Mediterraneo un suo nuovo mercato di sbocco, il numero uno della Fiat lo aveva nel cassetto già da tempo, ecco che la vicenda ha preso la piega che conosciamo. Anche qui, intendiamoci: è una giusta visione delle possibilità strategiche del manifatturiero italiano quella di immaginare di conquistare i nuovi mercati emergenti del nord Africa, dell’Egeo e dei paesi arabi, a loro volta porta verso Cina e India. E dunque, come si vede, ci sono ragioni che militano a favore del protocollo d’intesa e della sua ratifica da parte dei lavoratori anche di tipo meno contingente, per non dire “ricattatorio”.

Tuttavia, tutte queste considerazioni sull’ineluttabilità dell’accordo a Pomigliano non tolgono alcuni dubbi che l’intesa stessa genera. E non mi riferisco, ovviamente, al solito piagnisteo del sindacato ideologico contro la contrattazione decentrata, la flessibilità nell’organizzazione del lavoro o (ma non è questo il caso) la differenziazione territoriale del salario, tutte cose che dovrebbero far parte normalmente del bagaglio delle relazioni industriali moderne e pragmatiche. E neppure mi riferisco alla questione, in verità molto più seria, dei diritti toccati – in primis quello di sciopero – e delle regole introdotte, come quella sul monte ore degli straordinari, che è solo in parte una questione di mercato. No, intendo parlare di un’altra questione: la totale mancanza di “politica industriale”.

E’ forte l’impressione, infatti, che nella vicenda Pomigliano sia chi “impone” – la Fiat, e con essa la Confindustria e quelle componenti politiche che hanno acriticamente applaudito – sia chi “subisce” – lavoratori e sindacati, e con essi la sinistra, tanto quella che accondiscende quanto quella che si oppone – non abbia valutato bene il significato strategico che l’accordo rischia di avere. Ed è quello di credere e far credere al Paese che per rimettere in linea di galleggiamento la barca rovesciata e naufraga dell’economia italiana ci voglia, o ancor peggio basti, far concorrenza all’Est e al Sud del mondo abbassando il costo del lavoro.

Se così fosse, e lo conferma il silenzio assordante intorno non solo a ciò che viene dopo e va oltre Pomigliano – peraltro perfettamente in linea con la scomparsa del concetto di politica industriale dalla linea dell’orizzonte del governo e dell’opposizione da ormai oltre tre lustri – sarebbe davvero grave: è un errore letale credere che la capacità competitiva dell’industria manifatturiera italiana si giochi solo, o anche principalmente, sul terreno dei costi. Certo, ce ne solo alcuni anomali che devono essere quantomeno ridotti se non azzerati, come le diseconomie ambientali (e Pomigliano ne è un fulgido esempio), ma l’idea che noi possiamo battere la Cina – la cui concorrenza, peraltro, si è già spostata sul terreno dell’alta tecnologia – abbassando i salari già fin troppo compressi, è proprio una bestialità. Il tema, invece, è quello di alzare il profilo produttivo, sia facendo innovazione nei settori tradizionali, sia uscendo da alcuni di questi (quelli a più basso valore aggiunto) per andare verso le produzioni maggiormente hi-tech o a più alto tasso di creatività.

Ma per far questo non basta la bilateralità contrattuale delle parti sociali, occorre l’indirizzo strategico della politica. Cioè proprio quello che è clamorosamente mancato a Pomigliano e che più in generale manca al Paese ormai da troppo tempo in declino. Insomma, Pomigliano sarà pure un “caso a parte”, e come tale va giudicato, orientando i comportamenti all’eccezionalità. Ma rimane il fatto che l’Italia non può continuare a vivere di emergenze e la classe dirigente, politica ma non solo, non può limitarsi a gestire, bene o male che sia, gli stati di calamità vari. Il Paese ha bisogno di darsi una progettualità, in tutti i settori ma prima di tutto in quello dello sviluppo economico e industriale. Speriamo che l’8 settembre della Seconda Repubblica arrivi presto.

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