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Un pericoloso campanello d'allarme

Attenti all'autachia

E' un bene o un male che tre francesi su quattro abbiano votato contro l'Europa?

di Enrico Cisnetto - 27 aprile 2012

È bene o male che tre francesi su quattro abbiano votato “contro” l’Europa? Se quello fosse, come qualcuno crede, una sorta di “estremo allarme”, si potrebbe persino pensare che si tratti di un warning salutare per la tenuta dell’eurosistema e la salvezza del Vecchio Continente. Ma siccome quasi un terzo dell’elettorato ha scelto un voto “anti-sistema” – il 18% del Front National di Marine Le Pen e l’11,3% della sinistra guidata da Jean-Luc Mèlenchon fanno più del 28,6% andato al socialista Hollande – è difficile ridurre il tutto ad una semplice tirata d’orecchie al duo Sarkozy-Merkel perché in nome di un’Europa più unita e più forte Francia e Germania passino da un politica di rigore di stampo recessivo ad una di sviluppo senza nuovo debito. La stessa linea di Hollande è ambigua: da un lato suggerisce giustamente di rivedere l’impianto del “fiscal compact”, ma dall’altro, nel tentativo di conquistare al ballottaggio almeno una parte del voto andato all’estrema destra che definisce di “collera sociale”, indulge contro quelli che chiama i “diktat di una burocrazia europea troppo lontana”, oltre che mettere alla gogna i “grandi capitali finanziari che pesano più di una vita di lavoro”. Insomma, il grosso del voto francese non è riformista, cioè favorevole agli Stati Uniti d’Europa, bensì autarchico, cioè contro Bruxelles, la moneta unica, i paradigmi imposti dalla globalizzazione. Non è per più Europa, ma per nessuna Europa. Per carità, non è la prima volta. Nel 1954 la destra nazionalista e la sinistra filo-russa si unirono a Parigi per far cadere il progetto di Comunità europea di Difesa, che avrebbe accelerato il cammino verso un’Europa veramente unita e federale; fortunatamente c’era la Nato, e poi comunque tre anni dopo nacque ugualmente la Cee. Ma certo, fa sempre una certa impressione vedere un grande paese come la Francia maturare pulsioni di questo stampo. Impressiona che aumenta se si osservano altri segnali preoccupanti: la crisi di governo in Olanda, la crisi economica in Spagna (con la disoccupazione al 25% è garantito che nascano spinte anti-sistema), la crisi sociale in Grecia e Portogallo. E la stessa Italia che s’interroga se davvero il vincitore delle prossime elezioni politiche sarà un guitto che predica, tra le altre fesserie, il ritorno della lira, la dice lunga sul fatto che un po’ ovunque stia soffiando forte il “vento del rifiuto”, sia esso verso l’Unione continentale piuttosto che nei confronti dell’economia globalizzata. Ed è un vento che non porta alla sconfitta della Merkel e della sua linea del “rigore fine a se stesso”, ma anzi fornisce a quella politica una formidabile giustificazione.

Sono dunque favorevole all’idea che si debba promuovere una nuova fase della politica europea che si affranchi da quella ribattezzata Sarkel, ma nello stesso tempo sono anche molto preoccupato della deriva che può prendere la contestazione ad essa. Per questo devono essere molto chiari sia i motivi della critica sia gli obiettivi che si vogliono raggiungere animandola. Dunque, contestare l’obbligo di costituzionalizzare il pareggio di bilancio non deve significare che si è favorevoli al deficit spending, e suggerire di non perseguire maniacalmente l’azzeramento del deficit corrente non deve voler dire che si può alimentare politiche neo-keynesiane a debito. Al contrario, occorre chiarire che il progetto oggi necessario in Europa (e in Italia a maggior ragione) è di taglio “liberal-keynesiano”, che significa trovare risorse per fare investimenti (pubblici, e privati tramite il taglio delle tasse) attraverso l’abbattimento del debito per il tramite della privatizzazione di gran parte dei patrimoni degli Stati. Allo stesso modo, contestare i tentativi dirigisti di Bruxelles, peraltro fallaci, non significa smontare l’Europa che detta le regole, ma regolamentare meglio i compiti degli stati nazionali rispetto a quello (ancora da creare, purtroppo) centrale. E dal prendere atto che l’euro senza un governo federale che sovraintenda alla politica monetaria insieme con una vera banca centrale (modello Federal Reserve) è fallimentare, non può derivare l’idea di cancellare la moneta unica e tornare alle valute nazionali, ma al contrario di costruire quell’integrazione politico-istituzionale che è mancata quando all’inizio degli Novanta si è messo in moto il processo di unificazione monetaria. Insomma, contestiamo pure l’ottusa Germania, ma stiamo attenti a scrollare l’albero per il verso giusto. Altrimenti rischiamo di trovarci tutta l’Europa piena di destre autarchiche, di sinistre massimaliste e di movimenti di territorio falsamente identitari. E non è certo con queste forze che l’Europa può pensare di vincere la sfida che il nuovo mondo globalizzato, spostato lungo l’asse Asia-Usa-Sudamerica, gli ha lanciato ormai da (troppo) tempo.

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