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Acceleriamo la differenziazione delle fonti energetiche

Attenti al sibilo delle sirene

La recessione globale ha solo imposto una pausa al “super ciclo” del greggio

di Enrico Cisnetto - 25 maggio 2009

Recessione e boom del prezzo del petrolio sono necessariamente un ossimoro? Niente affatto: mentre la caduta del pil del Vecchio Continente si fa sempre più pesante, forse a qualcuno è sfuggito che l’oro nero è tornato sopra quota 60 dollari. E, più che il valore assoluto, è quello relativo a spaventare, se si considera che solo 100 giorni fa un barile si vendeva a 34 dollari, il 56% in meno. E non è detto che ci si fermi qui: non appena il “dopo crisi” cominciasse a delinearsi con certezza, una nuova impennata dei prezzi potrebbe farci tornare verso i famigerati 147 dollari al barile toccati nel luglio 2008. Questo per due ordini di motivi.

Intanto, perché le grandi società petrolifere di fronte ai prezzi in discesa hanno pesantemente disinvestito nelle esplorazioni (secondo l’agenzia Iea, nel 2009 scenderanno di un terzo i nuovi pozzi aperti), considerato che tutti i posti “facili” dove si poteva trivellare sono stati già esplorati, mentre per trovare nuovi giacimenti è necessario affrontare o paesi con governi ostili (come il Venezuela di Chavez o la Bolivia di Morales) o zone geologicamente difficili come le aree sottomarine al largo dell’Africa, o ecologicamente difficoltose come l’Artico.

In secondo luogo, ci sono aree del globo dove la recessione è già alle spalle, ammesso che sia mai avvenuta. Per esempio la Cina – dove il pil del primo trimestre è salito del 6,1% (ci si aspettava un 8%, è vero, ma il resto del globo ha la stessa percentuale ma col segno meno) e la Borsa ha guadagnato il 46% da inizio anno – è una locomotiva che continua a richiedere petrolio a qualunque costo. Dunque, se torna la domanda e scende l’offerta, i prezzi non possono che salire.

Insomma, la recessione globale – o semi-globale – ha solo imposto una pausa al “super ciclo” del greggio. Che continuerà, pur contraddistinto da un’altrettanto super volatilità: dal massimo storico dei 147 dollari ai 34 dollari toccati nello scorso febbraio, il tonfo è stato del 430% in 7 mesi, cioè una forchetta più ampia di quella che avemmo, in senso opposto, nel 1973 con la prima crisi petrolifera, quando il greggio schizzò da 3 a 12 dollari al barile (“solo” + 400%, e per di più in un anno).

Ma proprio questa volatilità dovrebbe indurre tutti, e l’Italia in primis, ad accelerare la differenziazione delle fonti energetiche. Così, da una parte, fa piacere constatare la crescente attenzione imprenditoriale intorno alle cosiddette rinnovabili (fotovoltaico in particolare), che non a caso nel 2008 sono cresciute del 16% a livello internazionale. Mentre dall’altra, è senz’altro da applaudire l’operato del ministro Scajola, che ha finalmente incassato dal Parlamento il primo sì definitivo al ritorno del nucleare.

Colmando un buco nero durato 22 anni – era il 1987 l’anno del famigerato referendum – e fissando così l’obiettivo di costruire nel 2013 la prima centrale, di produrre energia nucleare “made in Italy” non oltre il 2018 e di coprire a regime il 25% del fabbisogno nazionale, raggiungendo il traguardo della giusta differenziazione da gas e petrolio. Del resto, lo hanno capito perfino gli arabi che l’oro nero è troppo instabile per farci affidamento, se è vero che gli Emirati hanno firmato un contratto da 40 miliardi di dollari per farsi costruire una prima centrale nucleare da aziende Usa. Una scelta che vale molto più di mille spiegazioni teoriche.

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