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Public Policy

Attrezziamoci a vivere nella globalizzazione

Attenti ai fuochi di paglia

Non possiamo permetterci di posticipare le riforme radicali e necessarie

di Davide Giacalone - 13 maggio 2010

L’alternarsi, repentino, di depressione ed euforia è una malattia del sistema nervoso. Gran parte della nostra pubblicistica ne soffre. Il rialzo borsistico di lunedì è stato salutato con fuochi d’artificio e fontane d’entusiasmo, dopo giorni in cui s’erano annunciati disastri. Calma, i problemi sono ancora tutti al loro posto, e i nostri non sono solo immutati, ma aggravati dalla possibilità che cresca l’inflazione, quindi i tassi d’interesse, rendendo più oneroso il debito pubblico. Ciò ha conseguenze politiche rilevanti, che rendono necessario il cambiamento di molte cose, a cominciare dal fatto che non possiamo assopirci in una crescita asfittica, nuovamente diagnosticata dal Fondo Monetario Internazionale. Ci sono cose scomode, che vanno dette subito.

E’ vero che la deresponsabilizzazione e l’azzardo contenuti in prodotti finanziari molto diffusi hanno innescato una crisi globale, ma è anche vero che la Cina avanza come una freccia, il Brasile corre alla grande, gli Stati Uniti hanno ripreso a trottare, mentre l’eurozona arranca, con tassi di crescita più contenuti e scarsa capacità di creare nuovo lavoro, e noi italiani dopo uno scivolone rovinoso, siamo inchiodati, cresciamo con il contagocce e non riassorbiamo la disoccupazione, anzi, ne creiamo di nuova. I greci precipitano, altri sono sul ciglio del burrone, ma la gara a chi è messo peggio ha un che di macabro.

La cosa politicamente rilevante è comprendere perché la medesima crisi ha effetti così diversi. I Paesi che ho citato sono paradigmatici, e una visione d’insieme aiuta a capire come procedere. Non sono pessimista, lo premetto, anzi, comincio adesso a vedere segnali incoraggianti. Il buio era profondo e l’aria appestata quando si era circondati dall’inconsapevolezza e dall’incoscienza politica. Ora, almeno, la realtà s’è imposta. La Cina è un caso a sé, che tiene assieme dittatura e accumulazione capitalistica. Fin qui ha retto perché faceva comodo avere un produttore a basso costo, che alimentava mercati di consumatori onnivori, e fa ancora comodo, perché può essere il volano della ripresa, liberando un po’ di domanda interna, ma le contraddizioni sono evidenti: il risparmio forzoso ha portato all’acquisto del debito occidentale, acquisendo un potere enorme, ma l’avvio dei consumi genera consapevolezza individuale e sociale, minando le basi stesse del sistema. Il Brasile ha, come la Cina, abbondanza di manodopera a basso costo, cui aggiunge una borghesia ricca e cosmopolita. Fin quando i due gruppi si sono considerati antagonisti (complice la guerra fredda) il Paese è rimasto ingessato nella dittatura e nell’instabilità.

Poi sono giunte le privatizzazioni, quindi un presidente di sinistra con una spiccata vocazione capitalista. In più è una democrazia, imperfetta quanto si vuole, ma pur sempre una democrazia. Il futuro è promettente, se non si risvegliano gli incubi della storia. Inoltre, oggi sono i Paesi del Bric (Brasile, India, Cina) a prestare soldi a quelli che, un tempo, erano i padroni della storia e del mondo. Significativo. Gli Stati Uniti sono stati l’epicentro del terremoto finanziario, la culla dove è cresciuto il mostro dell’irresponsabilità. Ma sono anche un sistema elastico, capace di riadattarsi. Sono ripartiti prima degli altri e riassorbono disoccupazione più degli altri. Hanno un problema di debito privato, mentre lievita quello pubblico, ma sono la più grande potenza militare del mondo, e sarebbe sciocco non metterlo sulla bilancia. Nel pieno della crisi hanno saputo fare due cose: avviare un programma di welfare state sanitario e sfruttare la legislazione del lavoro per creare occupati. Da quattro mesi l’occupazione cresce, nel solo mese di aprile si sono registrati 266mila occupati in più, nel settore privato, e 66mila nel pubblico (con contratti a termine).

Dal punto di vista economico, invece, l’Europa è veramente il vecchio continente. Abbiamo il modello di welfare state più costoso e la struttura di mercato più rigida, con il risultato che cresciamo meno di tutti, pur essendo il più ricco mercato di consumatori. I Francesi ne sono consapevoli e il capo del governo, François Fillon, ha annunciato una politica di restrizioni, che mira a comprimere la spesa pubblica, anche quella pensionistica. Si avverte la necessità di uscire dalla corazza di un sistema in cui più della metà del pil dipende dallo Stato. La Germania ha da tempo ristrutturato il suo sistema produttivo, colmando (sebbene non del tutto) il divario fra le due parti del Paese. Le restano ambizioni continentali, che cerca di perseguire esercitando l’influenza economica che le deriva dall’avere l’euro più forte (quello che paga i più bassi interessi sul debito pubblico). L’Italia è rimasta ancorata al passato. E’ stata capace di non spendere, ma non è capace di spendere bene, come ci sarebbe bisogno. E dentro l’Italia ci sono zone a quasi totale dipendenza dai trasferimenti pubblici, che rappresentano la palla al piede dell’economia.

Il succo è questo: chi si attrezza a vivere nella globalizzazione ne trae i vantaggi, mentre chi si attarda nella conservazione del non conservabile ne subisce solo gli effetti negativi, vale a dire una progressiva perdita di competitività, quindi di fette di mercato mondiale. Siamo noi, e non possiamo permettercelo, non possiamo rimandare oltre i conti con noi stessi, posticipando riforme radicali e necessarie, che suscitano l’opposizione dei corporativismi e delle rendite di posizione. E’ un problema politico, che richiede scelte politiche. Attardarsi è costoso, troppo.

Pubblicato da Libero

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