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Public Policy

Un Paese ridotto a “coriandoli”

Attacco ai politici

L’Italia dalla “lettera scarlatta” bacchettata anche dal Financial Times

di Cesare Greco - 22 gennaio 2008

Ormai ne sono tutti consapevoli e anche la stampa estera non mostra cautele nel definire con disprezzo la classe politica del nostro Paese. Il Financial Times, che non è il solito giornaletto scandalistico che tratta l’Italia sulla base di antichi luoghi comuni, qualifica i nostri politici come peggiori d’Europa ancorché strapagati. La storia di questi ultimi quindici anni da ragione all’autorevole giornale economico.

Nel ’94 in molti si erano illusi che attraverso la via giudiziaria il nostro Paese si fosse liberato di una classe politica corrotta e si avviasse verso una nuova stagione di buon governo e rispetto istituzionale. Nessuno immaginava che quindici anni dopo quei politici potessero apparire, nel ricordo collettivo, dei giganti e degli statisti di rango. Questa inattesa operazione di riabilitazione è stata resa possibile da ciò che a quel crollo è seguito e dall’assoluta indegnità dimostrata dai successori dei vari Craxi, Andreotti e Forlani, tanto per citare tre politici le cui iniziali formavano un acronimo all’epoca considerato fonte di ogni nefandezza. Ciò che è avvenuto in seguito, infatti, è stato l’affermarsi di una classe di governo costituitasi rapidamente in “casta”, secondo l’accezione del libro di Stella, autoreferente e che ha occupato militarmente tutti i centri di erogazione del pubblico denaro, adattando all’esigenza di automantenersi finanziariamente le stesse leggi dello Stato. Se oggi l’on. Mastella si meraviglia per lo scandalo che ha coinvolto la sua famiglia e si indigna per la mancata solidarietà di tutti i suoi colleghi, non è per particolare facciatosteria o arroganza, è semplicemente dovuto al fatto che, peraltro in perfetta buona fede, sia sua assoluta convinzione di non avere infranto né la legge, né le regole di un comportamento istituzionalmente corretto. Non è forse la sanità la grande erogatrice di remuneratissime prebende per galoppini di vario genere, indispensabili al funzionamento di un’efficace organizzazione che, su base clientelare, incanali il consenso verso il politico di riferimento? E non è la stessa lettera della legge di riforma della sanità a dare a lui, o a chi lo rappresenta a livello locale, il diritto-dovere di attingere tra i suoi clientes per ingolfare con direttori variamente incapaci e consulenti variamente inutili, oltre che spesso incompetenti, e strapagati, primari, assistenti, infermieri e portantini d’area la già disastrata organizzazione sanitaria? Lo sanno tutti, lo fanno tutti, in fondo lo consente la legge, perché prendersela con lui? Nessun dubbio che l’ex ministro di Grazia e Giustizia dica il vero quando afferma di non avere mai preso tangenti.

Ormai non ce n’è più bisogno, dal momento che il mantenimento dell’apparato avviene direttamente con i denari pubblici, ovvero con i soldi di quei cittadini che ormai faticano a raggiungere dignitosamente la fine del mese. Ciò che nessuno nel palazzo riesce a cogliere, tanta è ormai la distanza con il mondo reale, è la totale sfiducia, se non il disgusto, che tutti insieme, questa volta senza nessuna eccezione, i partiti di governo e opposizione sono riusciti a far nascere, maturare ed esplodere nella pubblica opinione. L’immagine che del Paese si ha all’interno come all’estero è esattamente il risultato dell’azione politica di questi anni, nulla di più e nulla di meno. L’immondizia di Napoli, con tutto il suo contorno di sperpero di risorse pubbliche e commistioni tra politica e malaffare, comitati spontanei e avvelenamento dell’aria, in fondo altro non è che una tragica, grande metafora dello stato generale. Oggi l’Italia si presenta come un paese ridotto a “coriandoli”, secondo un’efficace immagine del Cardinale Bagnasco, nel quale l’unica certezza è l’arrogante forza disgregatrice delle diverse corporazioni, organizzazioni sindacali, lobbies o dei gruppuscoli che riescono ad imporre l’agenda di governo con la violenza e il ricatto a danno del resto della popolazione. Un’arroganza basata sulla certezza di impunità da parte di uno Stato tremebondo. Un’arroganza basata sull’incertezza del diritto e sull’aleatorietà delle pene.

Un’arroganza basata sulla certezza dell’incapacità della politica di intervenire e difendere lo Stato e sul disinteresse dei politici verso il funzionamento della cosa pubblica. Così il territorio, dove non interviene la criminalità organizzata, è controllato dai vari comitati noTAV e simili. Così i tassisti romani o i camionisti possono tranquillamente paralizzare la vita della Capitale e di tutto il Paese e gruppi di tifosi assalire indisturbati i simboli stessi dell’autorità dello Stato, sospendendo di fatto le libertà democratiche e i diritti costituzionali dei cittadini, senza che nessuno intervenga e, al contrario, sostenuti nell’illegalità della loro azione da politici che, con la più totale mancanza di scrupoli (il senso dello stato è ormai in avanzato stato di decomposizione) pensano di poter lucrare voti dalla loro acquiescenza. In questo desolante quadro, il sigillo alla perdita di autorevolezza della politica è dato dalla crescente forza, senza più il bisogno di mediazioni, della Chiesa Cattolica e dei suoi organi di governo. Chi si meraviglia e strepita per le invasioni di campo esamini con serenità la storia recente. Da una parte una classe politica autoreferente, tutta raccolta a gestire il sistema di potere messo in piedi negli anni, rinchiusa in un estenuante dibattito su se stessa, incapace di elaborare idee e di proporre soluzioni, intenta a legiferare su se stessa, priva della minima immaginazione e capacità di interpretare i cambiamenti avvenuti sotto i loro indifferenti occhi nella società, totalmente inadatta al compito affidatole, dall’altra un’organizzazione efficiente, che ha avuto ai suoi vertici personaggi di spessore culturale e capacità politiche fuori del comune, in grado di incidere, come Giovanni Paolo II, sugli avvenimenti della grande storia europea e mondiale, attenta ai grandi temi e sempre pronta a esprimere i propri convincimenti senza il timore di urtare la suscettibilità di qualcuno.

Tutto ciò rende penosamente evidente l’irrimediabile sconfitta dello Stato laico così come era stato immaginato dai padri costituenti e così come, con tutti i suoi limiti, lo abbiamo conosciuto anche negli anni in cui a governare era il partito che alla dottrina sociale della Chiesa ispirava la propria azione. In quegli anni nessuno invocava a propria discolpa l’ingerenza dei “poteri forti”. Non perché non ci fossero, ma perché lo Stato era più forte e consapevole di esserlo. Se non si riflette sui rischi che tutto il Paese corre, se non si ricomincia ad elaborare idee politiche forti, la stessa convivenza democratica è a rischio. Non a causa di improbabili tentazioni autoritarie, ma a causa di una progressiva libanizzazione dei rapporti sociali e annichilimento delle istituzioni.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario