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Assemblea infuocata su Tfr e cuneo fiscale

Assolombarda, l’incubo di Montezemolo

Gli industriali del Nord contro il governo. E la decisione di fare muro in Confindustria

di Alessandro Marchetti - 05 ottobre 2006

Altro che Tfr. L’incubo di Luca di Montezemolo si chiama Assolombarda. Quando il Presidente degli industriali ha ricevuto la notizia di un comitato di presidenza straordinario, proprio nella sede milanese dell’associazione, deve aver avuto il suo bravo mal di pancia.

Pietra dello scandalo, com’era nell’aria, i provvedimenti della Finanziaria su Tfr e cuneo fiscale; difatti nonostante le promesse fatte in campagna elettorale, il Governo Prodi si trova a trattare con la Confindustria proprio quel taglio al cuneo fiscale, ossigeno per il tessuto delle PMI su cui si basano molti distretti industriali del Nord-Est. Ma oltre a questi incentivi, a scaldare la piazza confindustriale ci si mette anche la decisione di spostare le risorse per il Tfr (Trattamento di Fine Rapporto) dalle imprese alle casse dell’Inps.

Padoa-Schioppa fino ad ora si è difeso a dovere nel suo intervento alle Camere, richiamando le parti alla necessità di uno sforzo per risanare i conti pubblici, che deve venire anche da chi appartiene al “ceto dirigente del Paese”. Dunque qualunque riferimento a cose e persone non è puramente casuale: una sonora tirata d’orecchie a chi aveva assicurato giorni fa l’impegno degli industriali a “fare la propria parte”, ma che ora sembra davvero trovarsi fra l’incudine e il martello. Martello che si è già fatto sentire la scorsa settimana, quando nella furibonda e surreale assemblea di Confindustria del 28 settembre, la platea degli industriali ha conosciuto per bocca del suo Presidente il contenuto della manovra 2007; riduzione di un solo punto e mezzo del cuneo fiscale a carico delle imprese, incentivi ridotti alle bricole oltre al famigerato smacco del Tfr. E a viale dell’Astronomia è venuto giù il finimondo. Allora, lo sgomento più sentito giunse dal folto gruppo di imprenditori riuniti nella Piccola Industria guidata da Giuseppe Morandini, che ben presto si fece ira furibonda: parole grosse e ogni sorta di contumelia sembra sia volata all’indirizzo del Governo e di Prodi. Gli imbarazzi, tutti di Montezemolo, non devono essere bastati a placare la rabbia di una platea tutt’altro che rassegnata. Dalla surreale ipotesi di piazza, millantata da i più inferociti, si è poi giunti ad un compromesso al ribasso col brusco comunicato emesso dal vicepresidente Emma Marcegaglia a nome della Giunta. Aldilà dello sviluppo di una battaglia annunciata, a cui il governo ha risposto peraltro timidamente con la semplice promessa del ministro Damiano a un tavolo di concertazione sul Tfr, resta fra gli industriali più di una crepa, dove Montezemolo rischia di cadere prima del tempo.

Due principalmente: in primis, un dissidio tutto politico interno che schiera una maggioranza trasversale decisa a non spostare di un millimetro le richieste sugli incentivi, formalizzate in campagna elettorale. Nella stessa giunta, non sono in pochi a lamentare l’eccessiva cautela quasi rassegnata della linea Montezemolo: se si fa eccezione per il fedelissimo Pasquale Pistorio, nella Giunta confindustriale gli uomini del Presidente sembrano in effetti dileguarsi di fronte alle prospettive di una Finanziaria punitiva per le fasce più dinamiche del Paese: le PMI. A non credere più di tanto alle promesse del Governo c’è addirittura Anna Maria Artoni, che in primavera stava per accettare un posto nell’Esecutivo di Prodi, per non parlare dell’Unione Industriali di Padova (nota roccaforte del centrodestra) che in questi giorni si è espresso più o meno così nel suo ultimo direttivo “una manovra miope che reca il marchio ideologico della sinistra massimalista, con la prospettiva di creare un solco con le aree più produttive del Paese”.

Ma questa è solo la prima, contingente, frattura che il vertice di Confindustria ha da ricucire. L’altra, assai più profonda, viene da lontano e si chiama appunto Assolombarda. Se è proprio dagli industriali lombardi che nel febbraio 2004 venne il nulla osta definitivo alla nomina del Presidente Fiat da lì probabilmente arriverà anche il benservito. L’associazione guidata da Diana Bracco, che conta più di un falco ostile alla gestione montezemoliana, ha avuto diverse occasioni in questi anni per fare muro di fronte al clan del Presedente; in più col tempo ha imparato a farsi i muscoli, rinsaldando il legame col tessuto imprenditoriale della provincia. Metti anche un’asse stabile e proficuo con gli Enti Locali, in Lombardia veri e propri partner delle imprese negli investimenti, e il gioco è fatto: senza dimenticare che due su tre (Regione e Comune) sono in mano al centrodestra e a Forza Italia. Un ombra lunga quella di Assolombarda che non ha alcuna intenzione di sparire dal profilo di Montezemolo. Almeno non prima del 2008, quando si rinnoverà il vertice di viale dell’Astronomia, che da ben due mandati non tocca agli industriali lombardi. I nomi di Alberto Bombassei, della Bracco e dello stesso Confalonieri circolano già da tempo negli ambienti confederali, i quali vista la latitanza berlusconiana dalla politica attiva quasi avvertono aria di ribaltone. Intanto c’è da chiarire l’attuale inerzia presidenziale verso la Finanziaria. Malesseri che, c’è da starne certi, verranno rinfacciati prontamente all’imminente meeting che i Giovani di Confindustria hanno in programma a Capri, salvo poi “attavolare” un qualche compromesso con gli ospiti, fra cui Padoa-Schioppa. Poi si vedrà. Tuttavia già da questa partita, si possono intravedere le sorti della futura leadership del capitalismo italiano. Chissà che una leadership “lombarda”, da rappresentanza forte del Nord produttivo e dinamico, non diventi un comodo pulpito da cui fare opposizione.

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