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La responsabilità del voto

Aspettando il Big Bang

Elezioni europee: per chi votare?

di Livio Ghersi - 11 maggio 2009

Per chi votare nelle prossime elezioni del 6 e 7 giugno 2009? Il voto è tanto più un dovere per chi, come me, crede nella necessità politica del processo di integrazione europea e, pur essendo orgoglioso di essere cittadino italiano, avverte gli storici legami culturali e di affinità elettive, oltre che economici, che collegano strettamente l’Italia ad altri Paesi europei come la Francia, la Germania, la Spagna, il Regno Unito, l’Austria, i Paesi Bassi, senza voler far torto agli altri.

Il voto è pure una responsabilità, tenuto conto che le Istituzioni dell’Unione Europea appaiono in crisi, sia per problemi esterni inerenti alle tempeste economiche e finanziarie mondiali, sia per problemi interni circa il modo di gestire le conseguenze dell’allargamento della Comunità europea e in ordine al modo di rapportarsi ad uno Stato di grandi tradizioni e di grande rilevanza negli equilibri geo-politici, come la Turchia.

Eppure, pur essendo più motivato di altri a votare, ho notevoli difficoltà ad individuare la lista da sostenere. Non ho un partito politico di riferimento. Racconto il mio caso e ricostruisco il ragionamento che poi mi porterà a certe conclusioni, perché in questo ragionamento forse altri si potranno riconoscere. Dal punto di vista culturale mi definisco un liberale. Però la concezione del liberalismo cui mi richiamo, da tempo non ha più corrispondenza in Italia in un soggetto politico organizzato. Il mio liberalismo non è radicale ed è anzi infastidito dalla prassi politica di quei militanti del Partito radicale che fanno del rumoroso anticlericalismo ed hanno l’ossessione del Vaticano, così da non potere pronunciare dieci parole di seguito senza nominarlo.

Sono un laico interessato alla ricerca della verità, consapevole dell’importanza dei beni dello spirito, rispettoso del sentimento religioso. La concezione del liberalismo in cui mi riconosco è quella di un liberalismo moderato, che nella tradizione politica italiana va originariamente ricondotto a Cavour ed alla Destra storica. Certo, è innegabile che, in teoria, il liberalismo abbia in sé una componente "rivoluzionaria" determinata dalla volontà di promuovere e di assecondare l’affermazione dei più meritevoli e dei più capaci in ogni settore di attività.

Se questa volontà si potesse compiutamente realizzare, determinerebbe una incessante mobilità sociale ed un altrettanto incessante ricambio dei ceti dirigenti. Nella realtà italiana, purtroppo, prevalgono regolarmente le corporazioni, le clientele, la logica del favore per parenti ed amici, il conformismo ed il servilismo verso i potenti del momento, la cooptazione come esclusivo metodo di selezione dei gruppi dirigenti. Anche per questo motivo quando i "moderati" della Destra storica ebbero responsabilità di governo (1861-1876), nel loro sforzo di perseguire l’interesse generale dello Stato italiano unitario, nella loro insistenza sulla esigenza di buona amministrazione, nel loro considerare cosa quasi "sacra" il denaro pubblico proveniente dalla generalità dei contribuenti e dunque nel cercare di utilizzarlo bene e non sprecarlo, spesso operarono come se fossero dei rivoluzionari e furono avvertiti come tali.

La concezione del liberalismo in cui mi riconosco è lontana anni luce dalle teorizzazioni dei cosiddetti anarco-capitalisti. Altro che sistematica svalutazione della dimensione pubblica in nome di una malintesa esaltazione del "privato"! Altro che "meno Stato più mercato"! A simili farneticazioni va contrapposto l’ideale dello Stato di Diritto. Che non è uno Stato lassista ed imbelle nei confronti di ogni forma di criminalità, e che invece è uno Stato autorevole e ben organizzato, capace di applicare pene efficaci a tutti coloro che pongono in essere comportamenti lesivi della libertà e dignità delle persone, della salute dei cittadini, della integrità dell’ambiente naturale.

Poiché oggi ci sono uomini politici che, senza arrossire, propongono di riservare i mezzi di trasporto pubblici a coloro che, oltre ad avere il dato formale della cittadinanza, appartengono tradizionalmente ad una data comunità locale, così da escludere gli immigrati e magari in genere tutti i "Volksfremde", come nella legislazione nazista erano qualificati gli «stranieri per la Nazione», non è inutile ricordare che la logica del liberalismo è quella stessa dell’umanesimo: simpatia nei confronti di tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla razza e dal colore della pelle, perché siamo tutti accomunati dalla medesima condizione umana.

Ciò si traduce nella attitudine a riconoscere e valorizzare l’intelligenza, il merito, la bellezza, ovunque si manifestino; dunque, società aperta. Al contrario, un cretino autoctono resta sempre un cretino. Di questo liberalismo, che per sommi capi ho cercato di riassumere e di cui sono convinto seguace, c’è ben poco nei partiti politici italiani odierni. Per insipienza ed inettitudine di coloro che si dicono liberali. Quindi, anche per insipienza ed inettitudine mia.

Dal punto di vista degli schieramenti politici, sono all’opposizione dell’attuale Governo. Si tratta di un’opposizione che parte da lontano. Non ho mai votato per Forza Italia, né per il Popolo della Libertà.

Esattamente come, in anni precedenti, non avevo mai votato per la Democrazia Cristiana. Rivendico con orgoglio questa scelta che, nella realtà siciliana, è sempre stata scelta di minoranza. Sono un elettore della quinta Circoscrizione: Isole. Escluse le liste improvvisate per l’occasione e che non hanno alcuna possibilità di superare la soglia di sbarramento nazionale del quattro per cento, in linea teorica potrei prendere in considerazione sei liste che tutte rappresentano forme diverse di opposizione al Governo in carica. Tra queste, scarto subito, per ragioni di incompatibilità ideale, quelle di Rifondazione comunista e di Sinistra e Libertà. Candidano pure persone degne, ma l’impostazione politica complessiva è troppo distante dalla mia.

La lista che porta il nome di Emma Bonino e Marco Pannella fa riferimento, a livello europeo, all’ELDR, la famiglia politica dei liberali. Stimo abbastanza la Bonino, che sempre ha onorato con lavoro assiduo e serio i mandati elettivi ricevuti. Tuttavia, come ho già detto, il liberalismo dei radicali è molto diverso dal mio. Ed il liberalismo come io l’intendo non potrà affermarsi mai finché i radicali resteranno egemoni nell’accreditarsi come genuini liberali. Quindi, per quanto mi riguarda, non voterò la loro lista.

Pure l’Italia dei Valori, in teoria, aderisce all’ELDR; ma è un partito culturalmente povero, con un leader incontrastato, quindi con una vita interna asfittica ed antidemocratica. Il leader crede di essere furbo e vuole parlare il linguaggio della gente comune. In realtà, è soltanto rozzo e si esprime in modo spesso imbarazzante per chi abbia un minimo di conoscenza della lingua italiana. Le teste pensanti di questa composita aggregazione non sono certo riconducibili alla tradizione liberale. Un eccessivo moralismo declamato a parole può nascondere comportamenti molto disinvolti.

Infatti, nel recente passato, sono stati eletti nell’IdV parlamentari che hanno dimostrato di non essere secondi ad alcuno in fatto di attitudine trasformistica. Evidentemente, il "capo" aveva selezionato male. Tra i liberali a denominazione di origine controllata, cioè quelli che hanno alle spalle una tradizione familiare e coltivano buone letture, Di Pietro viene considerato un populista con pulsioni autoritarie. In conclusione, niente voto all’IdV.

Passo all’UDC, cioè all’Unione di Centro. Mi piace la proposta di ricostruire un’area "di centro" che contrasti la prospettiva di un bipartitismo imposto per legge. Mi riconosco nella difesa della democrazia parlamentare e del ruolo del Parlamento. Ho condiviso la critica del federalismo fiscale, cioè della legge di delegazione legislativa in materia. In linea di principio, potrei votare senza problemi per un cattolico liberale. Voterei volentieri per un Tabacci, potrei votare per Casini e per lo stesso Buttiglione, che pure è più caratterizzato come cattolico impegnato in politica.

Tuttavia, non è proprio possibile votare UDC in Sicilia. Qui l’UDC porta pesantissime responsabilità di governo a livello regionale e locale ed esprime un ceto politico perfettamente intercambiabile con quello del Popolo della Libertà. Casini ha troppo piombo nelle ali, è appesantito da troppa zavorra, per potere credibilmente proporsi come leader di un progetto politico nazionale. Se vuole essere credibile dovrà compiere scelte politiche dolorose. Perdere alcuni, se vuole guadagnarne altri.

Resta la lista del Partito Democratico. Qui è possibile trovare, tra i candidati, qualche persona perbene. Ed è anche possibile individuare un candidato che, ad esempio, in materia di Referendum sulla legge elettorale, condivida le posizioni espresse da Luciano Violante, da Francesco Rutelli, o da Vannino Chiti, e non la linea ufficiale per il SI al Referendum portata avanti dal Segretario Franceschini.

Sono convinto che il cosiddetto "impero" di Berlusconi sia molto meno solido di quanto appaia. Quando l’imperatore non sarà più tale, perché la Storia macina tutto e macinerà pure lui, si determinerà un gigantesco rimescolamento di carte nella politica italiana. Forse allora, con una diversa guida politica, sarà perfino possibile che il centro-destra diventi lo schieramento più adatto per i moderati italiani. Forse si potrà costituire al centro una credibile aggregazione, insieme di cattolici e di laici. Forse potrà rinascere un Partito liberale dichiaratamente ed autenticamente tale.

Aspettando il Big Bang, intanto compirò il mio dovere di elettore cercando di contribuire a mandare al Parlamento Europeo un rappresentante di quella parte di Italia che non si riconosce in Berlusconi. E’ un fatto di stile, di costume, di dignità nazionale, attestare che non tutti gli Italiani sono berlusconiani. Berlusconi è l’espressione di un profondo malessere, di una decadenza dell’Italia. Prima o poi da questa decadenza si dovrà uscire e ora occorre sostenere chi gli resiste e non si lascia corrompere.

Voterò, dunque, per la lista del Partito Democratico, come male minore nelle circostanze date, senza che ciò implichi alcuna adesione alla linea politica di un partito al quale non ho voluto iscrivermi e sperando di avere alternative migliori nel prossimo futuro. Viva l’Italia. Viva l’Europa.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario