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Terza Repubblica

Apriamo il cantiere della nuova Italia

Il bipolarismo muscolare all’italiana ci viene riproposto tale e quale. Gli elettori, disorientati e incavolati come mai prima, sono disposti a trangugiare ancora una volta questo amaro calice?

di Enrico Cisnetto - 02 giugno 2012

Cari moderati, cari riformisti, cari terzisti, cari centristi, cari amici che dall’esterno del perimetro della politica – attraverso associazioni, fondazioni, movimenti e liste civiche – vi proponete di riempire i grandi vuoti che si sono aperti nella rappresentanza dell’elettorato stanco di “non governo”, se non ora quando? Cosa c’è ancora da aspettare per promuovere la nascita di una nuova forza che si candidi al governo del Paese nel momento in cui attraversa, secondo la definizione del governatore di Bankitalia, Visco, una crisi di “gravità eccezionale”? Il quadro ormai è chiaro. Mentre l’emergenza che aveva portato al governo Monti non è affatto terminata, come dimostra lo spread che si riavvicina pericolosamente a quota 500, e nonostante il risultato inequivocabile delle amministrative, i due attori della (fallita) Seconda Repubblica si stanno preparando a recitare per l’ennesima volta il copione del bipolarismo armato. Da un lato si riaffaccia Berlusconi, che ha già calato il primo asso della sua campagna elettorale – “qui per governare ci vuole il presidenzialismo” – in attesa di altre “sorprese” di stampo populista (scommettiamo che dirà che l’Italia deve uscire dall’euro?). Dall’altro, Bersani che s’illude di poter vincere facilmente le elezioni, e poi di poter governare nonostante soci ingombranti come Vendola e Di Pietro (e magari Grillo, scommettiamo che nonostante tutto tenterà il rendez-vous?), rischiando o di fare la fine o di Occhetto o dell’ultimo Prodi. Insomma, nonostante il suo fallimento ormai evidente anche agli occhi dei suoi più incalliti sostenitori, il bipolarismo all’italiana ci viene riproposto tale quale proprio quando la discontinuità prodotta da Monti dovrebbe essere sistematizzata attraverso un accordo (preventivo rispetto alle elezioni) di “grande coalizione”. Ma gli elettori, già disorientati e incavolati come mai prima, sono disposti a trangugiare ancora una volta questo amaro calice? E se invece sono decisi a rifiutarlo, manifesteranno il dissenso solo con l’astensionismo o addirittura con un voto per dispetto, come per esempio quello a Grillo? La mia convinzione è che saranno ben felici di votare qualcosa di nuovo – senza per questo che abbia i tratti populistici del “nuovismo” – se solo gliene sarà data l’opportunità. Non intendo qualche voto, o anche un buon voto. No, intendo dire che se profilo, proposta programmatica e classe dirigente saranno quelli giusti, saranno felici di coronare il partito di maggioranza, o forse addirittura di larga maggioranza. Un partito che potrebbe perfino incarnare in sé quell’assetto di grande coalizione tra moderati (una volta di centro-destra) e riformisti (una volta di centro-sinistra) che avrebbero dovuto realizzare Pdl e Pd se solo avessero un po’ di sale in zucca e tenessero davvero alle sorti del Paese. Già, ma chi la mette in piedi una cosa del genere? So che molto bolle in pentola. Dentro la politica esistente, si va dal rifacimento (superamento) del Terzo Polo, sollecitato dallo scioglimento dell’Udc, ai mal di pancia di molti esponenti Pdl (si è già costituito un gruppo autonomo, “L’altra Italia”), alla evidente difficoltà di molti esponenti del Pd a stare dentro una politica sintetizzabile dalla fotografia di Vasto. Fibrillazioni che non porteranno a nulla se non nasce una nuova casa capace di dare risposte alle loro attese, ma viceversa tali da rompere il Pdl a destra e il Pd a sinistra se solo quell’edificio comincia ad essere costruito. Come? Fino a qualche tempo ero per una federazione di soggetti diversi, che avevo chiamato “partito holding”. In linea di principio non ho cambiato idea, ma mi rendo conto che il processo di perdita di credibilità della politica agli occhi dei cittadini è andato talmente avanti che oggi occorre qualcosa di più semplice e diretto. Vorrà dire che vi partecipa farà maggiormente lo sforzo di accettare le buone regole della coabitazione. Prima di tutto quella tra laici e cattolici. Su questo punto rimane valida la mia impostazione di sempre, e cioè che nel nuovo soggetto si convive perché si stabiliscono due principi: ciò che unisce è un programma di governo, e da quel programma sono escluse tutte le materie attinenti alla sfera della coscienza individuale; quelle materie sono di competenza del Parlamento e non del Governo, e quindi attendono esclusivamente ai singoli parlamentari, e dunque non possono essere oggetto di discussione e divisione all’interno del partito. Poi che nel partito le diverse componenti culturali tendano ad assicurarsi la maggiore rappresentanza possibile in Parlamento, questo fa pienamente parte del gioco democratico. Un’altra convivenza, che questa volta deve trovare un punto di sintesi nel programma di governo, è quella tra le componenti liberale e keynesiano-riformista. Superando i vecchi steccati e armandosi di un approccio non ideologico – peraltro illogico trattandosi di culture aperte – oggi si può tranquillamente arrivare ad un progetto di società che abbia come slogan, superando i due contrapposti, “più Stato e più mercato”, intendendo nel primo caso una maggiore capacità della politica di fare scelte strategiche (penso, per esempio, alla definizione di un nuovo modello di sviluppo e alla politica industriale che ne consegue) e nel secondo la costruzione di un’economia maggiormente basata sulla concorrenza e sul trasferimento ai privati di quote di servizi pubblici oggi inefficienti, burocratici e costosi. Insomma, il nuovo soggetto si colloca al centro dello scacchiere politico non perché centrista (nel senso arcaico della parola) ma perché capace di fare una proposta che supera una volta per tutte la vecchia e ormai desueta distinzione tra destra e sinistra. Non un pragmatismo becero, fine a se stesso, ma con salde radici nella cultura europea e nello stesso tempo capace di attingere a tutti i paradigmi della modernità. Lo so, chi è arrivato fin qui con la lettura vorrebbe sapere i nomi di chi potrebbe interpretare il ruolo di costruttore di questa nuova forza politica. E chi non ci è arrivato è perché avrebbe voluto leggerli ben prima. Ma non è il momento di fare nomi. Perché dobbiamo toglierci questo maledetto vizio del leaderismo a tutti i costi, e perché il nuovo partito avrà tante più possibilità di nascere e tante in più di sopravvivere e crescere bene, quanto più si sfuggirà dalla tentazione di cominciare dai nomi anziché dalle idee. Il cantiere è aperto, si attendono adesioni. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario