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Il sistema politico dopo le elezioni

Après Berlusconi

Si è aperta la fase che porterà alla successione del Cavaliere. Con l’intralcio della Lega

di Angelo Pappadà - 12 giugno 2009

Ora che Berlusconi ha definito “inopportuno” il sostegno al referendum da parte del PdL, il futuro della legislatura appare segnato: un lungo, inesorabile declino della capacità di governo, nonostante che gli stessi risultati elettorali dimostrino che il Paese è ancora saldamente del centro-destra. Perché ciò accada ad un solo anno dall’inizio della legislatura (la parabola ricorda quella del 2001-2006, ma allora il logoramento iniziò l’anno delle regionali, quasi allo scadere del termine) non è difficile da comprendere, se si adotta uno schema di analisi della “anomalia berlusconiana”. Secondo alcuni, non è mai esistito un progetto politico di Berlusconi: la forza dirompente della sua azione consiste nell’associazione, ancora tipicamente imprenditoriale, tra un pragmatismo senza reticenze ideologiche e la superiorità tecnica nella comprensione e gestione dei meccanismi di creazione del consenso elettorale.

Per i politici di professione (inclusi quelli del centro-destra, concentrati in An), il comportamento del Cavaliere è sempre risultato spiazzante: deve essere frustrante fare il dirigente di un partito, come il Pdl, il quale sarebbe nato per governare da solo e che rinuncia all’opportunità di farlo cambiando la legge elettorale a proprio favore. E non certo con le motivazioni di De Gasperi dopo il 18 aprile ’48. Nonostante il trauma vissuto dal Paese al momento del crollo della prima Repubblica, i partiti sono e restano l’ossatura di una democrazia. E i partiti portano informazione al sistema politico, nel senso che formulano “progetti”, cioè proposizioni sul futuro che rispecchino valori ed interessi in primo luogo dei loro aderenti. E’ vero che il peso della personalità del leader si è accresciuto in tutta Europa, ma la funzione del partito come organizzatore del consenso e selezionatore delle élites non è venuta meno: semmai, laddove, come nei Paesi dell’Est, la democrazia è più giovane ed i partiti sono sorti più facilmente attorno ad ambizioni personali, si è registrata una maggiore instabilità.

Tornando a Berlusconi, egli ha sempre affermato che l’oligarchia da lui stesso nominata fosse d’impaccio al dispiegarsi del rapporto carismatico tra il Capo ed il popolo. Un’oligarchia, quindi, sacrificabile quale capro espiatorio di fronte ad incoerenze ed insoddisfazioni: condizione, evidentemente, più tipica di un regime autoritario in una società arretrata che non di una democrazia occidentale. Eppure, all’evidenza, ha funzionato a tal punto da indurre i suoi avversari all’imitazione, abbandonando i partiti tradizionali per inventare un “partito nuovo” (il Pd) anch’esso privo di un progetto. Il risultato, tuttavia, è che la rappresentanza politica del centro-destra è completamente dipendente dalle fortune personali di Berlusconi, il quale non solo avrà fra poco 73 anni, ma si scopre vulnerabile anche nel mantenimento del rapporto carismatico con il “suo” popolo.

La vicenda politica di Berlusconi, infatti, si è alimentata dell’esposizione e dell’utilizzo di tutte le diverse personalità dell’uomo: il conflitto di interessi è stato, in questi lunghi anni, una garanzia di efficacia della sua azione, anziché un handicap da occultare. Tuttavia, se finora l’esuberante stile di vita personale e lo stesso successo imprenditoriale hanno avuto un riverbero positivo sulla tenuta del consenso, quest’ultima può soffrire per eventi che si originano in sfere diverse da quella politica. Soprattutto, questi eventi possono esacerbare il sempre latente conflitto con l’oligarchia insediata nel governo parlamentare, la quale è pur sempre in grado di esercitare un’azione frenante o semplicemente indirizzata ad esigenze particolari. La stessa competizione con la Lega è per ora un falso problema, per la maggioranza: innanzitutto perché, almeno alle Europee, non vi sarebbe stata una cannibalizzazione di voti a danno del Pdl (semmai la Lega erode il consenso tradizionale ex comunista in Emilia Romagna, nelle Marche ed in Toscana) ed in secondo luogo perché la Lega insterilisce i suoi voti nella mediazione parlamentare, finendo quindi con il dipendere anch’essa dalla tenuta del carisma del Capo.

Si apre quindi, con maggiore concretezza che in passato, il tema della successione, e della guerra di successione. Ma prima di parlare dei pretendenti, occorre introdurre alcuni elementi di razionalità nell’analisi. Innanzitutto: senza Berlusconi, l’alleanza con la Lega non è più possibile. Chiunque “erediti” il Pdl dovrà aprire, allora sì, la competizione con la Lega, e dovrà apparire in grado di vincerla. Ne consegue che, per mantenere contendibile il governo del Paese, l’attuale partito di maggioranza relativa dovrà integrare, su un progetto che preveda un “nemico a destra”, l’attuale Udc e forse anche la parte non diessina dell’attuale Pd. La discussione sul futuro è aperta: ma la sensazione è che la rifondazione del centro-destra post-berlusconiano (beninteso, le modalità di questa rifondazione dipenderanno largamente da come, e quando, avverrà la successione) non potrà svolgersi con successo sotto la sola insegna democristiana. Almeno nel Nord, questo significherebbe non riuscire a battere la Lega, tornando, di fatto, al ’94.

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