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Arresto Tegano: speriamo che sia solo l’inizio…

Applausi e indifferenza

Lo Stato non può e non deve accettare la convivenza con il mondo criminale

di Davide Giacalone - 28 aprile 2010

Giovanni Tegano è un assassino, condannato all’ergastolo in via definitiva. E’ stato latitante per diciassette anni, continuando a delinquere. Un esponente della ‘ndrangheta, la più ricca e sanguinaria delle tre organizzazioni criminali radicate in Italia. Siamo l’unico Paese europeo ad avere questo triste e vergognoso primato. Se volete capire perché, guardate le immagini dell’arresto di Tegano, con la gente che anziché applaudire lo Stato applaude il criminale.

Evitiamo generalizzazioni e speculazioni, non c’era Reggio Calabria ad applaudirlo. Moltissimi cittadini calabresi la pensano assai diversamente, non si sentono vicini agli sciacalli armati delle ‘ndrine, non hanno motivi per rammaricarsi. Ma è anche vero che non si resta latitanti per diciassette anni, come avviene anche ai mafiosi in Sicilia, senza il favore del tessuto sociale, e se c’è chi è andato a festeggiare l’assassino non c’è stato chi ha sentito il bisogno di isolare e condannare quella forma di complicità. La donna che urlava, definendo il delinquente quale “uomo di pace”, può anche darsi sia un’esaltata, ma il resto della città, comprese le forze politiche, vive nella depressione, se non ha trovato la forza di reagire platealmente.

In vaste, troppo vaste, aree del meridione il rischio è sempre lo stesso: che a fronte di una fiorente economia criminale, che sottrae territorio e popolazione alla sovranità dello Stato, vi sia una grande parte della cittadinanza che vive la situazione con indifferenza, magari con privata rabbia, ma senza la reale speranza che alzare la testa significhi cambiare la realtà, e a questo si aggiunge una minoranza politica che della falsa antimafia fa esercizio professionale e speculativo, come ricordavamo ieri a proposito dei fatti palermitani.

Come accade nelle aree dove dominano i cartelli colombiani della droga, fra la miseria collettiva e la corruzione istituzionale, i capi della criminalità sono vissuti quasi come benefattori della municipalità, comunque garanti della stabilità. Se con loro si sa convivere, se si pensa la propria vita come speranza di guadagno, non importa se regolare, e aspirazione al consumo, si può nascere, crescere e morire senza avere sentito il bisogno di combatterli. Ma lo Stato non può e non deve accettare la convivenza, perché coinciderebbe con la propria morte.

C’è un’ampia pubblicistica che, oramai, ha raccontato la realtà della ‘ndrangheta, e, da ultimo, in ordine di tempo, l’ottimo lavoro di Andrea Pamparana (“Malacarne”, Tropea), che ha scandagliato la quotidianità di quel mondo criminale, sezionandone il corredo genetico e dimostrando l’enorme infezione che genera tutt’intorno. Non siamo autorizzati a non sapere, e a nessuno può essere consentito credere che con questa roba si possa convivere senza mettere a repentaglio l’intera convivenza civile.

Non siamo neanche autorizzati a credere che sia solo un problema dei calabresi, perché la ‘ndrangheta ricicla e riutilizza il denaro nelle imprese di costruzioni in giro per l’Italia e l’Europa, come nella ristorazione e tanti altri settori. E’ un problema di Milano, insomma, tanto quanto di Reggio Calabria. Ma è nella seconda città che, ieri, hanno applaudito, e questo pone un problema non occultabile, non riducibile, non accettabile.

Lo Stato indirizza al sud molta spesa corrente, destinata a finanziare attività improduttive. Quella spesa ha avuto un ruolo assistenziale, oggi ne ha uno corruttivo. Corrompe l’anima, ancor più che le tasche. Quella spesa genera, al sud, la peggiore giustizia d’Italia, che è la peggiore del mondo civile. Finanzia la peggiore scuola, offendendo ragazzi che figurano sempre in fondo alle classifiche europee. Il bilancio è fallimentare. Va raddrizzato con durezza, richiamando lo Stato al suo inderogabile dovere: stabilire il dominio della legge e mantenere l’ordine. Deve farlo con la forza. Della legge, ma anche quella armata.

Oggi sarebbe un errore mettere quegli applausi sul conto di tutti i calabresi, nella quasi totalità estranei. Ma ieri fu un errore descrivere l’attentato alla procura di Reggio Calabria (un bombolone fatto esplodere, il 3 gennaio scorso, prima dell’alba, poi descritto, con impareggiabile fantasia, quale bomba ad alto potenziale) come il frutto dell’azione repressiva dello Stato.

Molti scrissero: finalmente si fanno i sequestri, e le cosche reagiscono. Poveri illusi, o pessimi collusi con le versioni di comodo. Il bombolone era un messaggio, non un attentato. Lo scrivemmo subito. Arrestare gente come Tegano è l’unica risposta accettabile. C’è da sperare che sia solo l’inizio.

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