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L’assenza di giustizia avvelena l’Italia

Anneghiamo nei ricatti

Ciò che, assolutamente, non può essere consentito è il regime attuale

di Davide Giacalone - 07 giugno 2010

L’assenza di giustizia avvelena l’Italia. I magistrati scioperano, ma a scendere in piazza dovrebbe essere l’Italia civile, avviluppata in una rete di minacce e ricatti, intrecciata con mille scandali, che ora emergono e poi s’immergono, per poi riaffiorare al momento giusto. Mai recisa, quella rete, da sentenze che affermino un qualche straccio di verità, benché giudiziaria. A questa matrice infetta appartiene anche la storia degli spioni che furono pagati da Pirelli e Telecom Italia. Anche in questo caso, come in tutti gli altri, prevalgono le tifoserie e le antipatie sul diritto e sull’etica pubblica, talché si consente ad uno dei protagonisti, Giuliano Tavaroli, di rilasciare periodiche interviste, solitamente coincidenti con la bella stagione, nelle quali ribadisce che del malaffare era perfettamente al corrente, essendone il mandante, Marco Tronchetti Provera. Ecco, per le ragioni che qui illustro, credo che questo sia un costume incivile.

Questa è una guerra sporca, resa possibile dalla bancarotta della giustizia. Non casco nella trappola del parteggiare, non ho mai ceduto al solletico di chi tenta d’utilizzare una presunta indignazione personale. Ciò che ha valore collettivo sono i fatti e i misfatti, è il possibile ricatto incrociato, non immaginari risentimenti. E i mali che emergono sono assai più preoccupanti della pur grave ipotesi di un gruppo di spioni pronti a tutto. Il mio, lo ricordo ai lettori, è un punto di vista privilegiato, perché fui oggetto delle loro attenzioni. Mi spiarono e m’intercettarono. Ciò mi aiuta a comprendere cose che, altrimenti mi sfuggirebbero. Per farla breve: quel gruppo non era, come Tavaroli tenta ancora di far credere, altamente professionalizzato ed esperto, bensì una discreta accolita di stracciaioli. Mi pedinarono, per scoprire che entravo in un determinato portone, ma è quello del mio studio, con indirizzo sull’elenco telefonico e che frequento, come si può immaginare, assiduamente. Mi attribuirono parentele mafiose e attività di riciclaggio, che se li incontro li prendo a calci fino all’orizzonte, ma erano invenzioni da cialtroncelli truffatori, non da esperti investigatori. Mi arrecarono danni enormi, intercettando le mai e distruggendomi la memoria di un computer, ma fu gesto da teppisti, che sfasciano le vetrine a sassate, non raffinatezza informatica. Dice Tavaroli che faceva lezioni in giro per il mondo. Non oso immaginare chi fossero gli studenti.

Questo frullato di spazzatura riemerge a cicli alterni e, di striscio, serve a insinuare che Massimo D’Alema ha qualche cosa da nascondere, circa l’Oak Found, cosa che non credo, così come hanno da temere Piero Fassino o Aldo Brancher. In un Paese civile non sarebbe consentito, perché queste cose o le dimostri o ti condannano per calunnia. Da noi si può, per decenni, giacché manca l’unica cosa che serve: uno straccio di verità processuale. I processi, anzi, diventano delle minacce, ma non per gli imputati. Capita, difatti, che nelle interviste annuali l’ottimo Tavaroli continui a promettere di dire la verità, che già anticipa nel succo: volle tutto Tronchetti Provera. Lo disse quando annunciò che non avrebbe mai patteggiato, e lo dice oggi, dopo avere patteggiato, annunciando che deporrà come testimone. Non mi sono mai permesso di discutere le strategie difensive. So cosa significhi subire un’inquisizione e ritengo che, nel rispetto della legge, ciascuno abbia il diritto di difendersi come crede. Però, il fatto resta: Tavaroli ha ammesso il reato, Tronchetti Provera non è neanche indagato. Mica possiamo far finta di dimenticarlo.

Veniamo, allora, al punto più delicato: la procura di Milano ha indagato per anni, senza mai ipotizzare responsabilità personali in capo ai vertici di Pirelli e Telecom (oltre tutto coincidenti). Per due volte il giudice dell’indagine preliminare e, adesso, quello dell’udienza preliminare, hanno scritto che i conti non tornano e che gli spioni agivano nell’interesse e su mandato dei vertici (tanto è vero che non si rinvia a giudizio per appropriazione indebita). E’ un cortocircuito che, però, non può essere sbloccato cadendo nella contraddizione di criticare le procure quando conducono le indagini arrestando tutti, salvo poi prosciogliere, e criticarle, in altri casi, perché non lo fanno. Questa inchiesta dimostra l’interezza del disastro giuridico, concentrata tanto nella fantasiosa pretesa che l’azione penali sia obbligatoria quanto nell’assurda condizione di non subordinazione gerarchia dei procuratori. Insomma, mi sta bene (ma cambiando la legge) che la procura scelga se indagare o meno, ma tale responsabilità deve ricadere sul capo dell’ufficio, mica sui sostituti.

E’ un tema di politica giudiziaria, mica una faccenda burocratica. Ciò che, assolutamente, non può essere consentito è il regime attuale, che da una parte sopporta indagini sbilenche, condotte con criteri e misure diverse, a seconda dei casi e dei soggetti, e, dall’altra, autorizza chiunque a considerare i non indagati più colpevoli dei patteggianti. E’ un assurdo che, lo ripeto, mostra il totale dissesto del sistema.

Poi c’è il lato societario, troppo spesso trascurato, per mancanza di cultura e di sensibilità. Le società per azioni, oltre tutto quotate, hanno guardiani, interni ed esterni, di regolarità e moralità. Qui ci si deve decidere: può darsi che i vertici di Pirelli e Telecom non sapessero niente, sicché sono stati incapaci del proprio ruolo, sta di fatto che, con i soldi delle società, sono stati finanziati non solo reati, ma anche servizi di sicurezza e informazione su familiari, figli, figli di amici, calciatori, gente varia, con un evidente e innegabile danno alle società stesse.

Amministratori successivi, assemblee degli azionisti e organi di controllo hanno superato tutto questo, non attivando alcuno degli strumenti a tutela e garanzia delle società. Per questo mi vengono le lacrime agli occhi, dal ridere e dal piangere, quando sento dire che la politica dovrebbe essere moralizzata e resa migliore a cura dei campioni cresciuti in quell’ambiente.

Immorale della favola: le indagini iniziarono nel 2002, ammesso che ora le si riavvii non arriveranno da nessuna parte, perché i presunti reati sarebbero prescritti; posto che quella è una perdita di tempo, non si può bilanciarla buttando a mare la presunzione d’innocenza; questo schema si ripete in molti altri casi avvelenandoci tutti. Dopo due anni d’inchieste su Tangentopoli l’allora procuratore, di Milano, Gherardo Colombo disse che era necessaria una “soluzione politica”, per evitare che fiorissero i ricatti. La situazione odierna è largamente peggiore, dimostrandosi che all’orrore non c’è fine, e i ricatti non sono un’ipotesi, ma la tangibile realtà.

Pubblicato da Libero

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