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Le analogie del Sistema Italia

Anche nelle battaglie economiche si sente il bisogno di un sano terzismo

Urge una classe dirigente capace di andare oltre lo scontro

di Enrico Cisnetto - 22 aprile 2005

C’è un’inquietante simmetria tra la battaglia intorno alle opa su Antonveneta e Bnl che sta sconvolgendo il mondo finanziario, e il bipolarismo deviato e inconcludente della politica.

Stesso fanatismo nello scontro tra le parti, stesso livello di demonizzazione dell’avversario, stesso uso delle argomentazioni (a prescindere dal merito) in maniera polemica e strumentale. E, conseguenza più grave, stessa incapacità di arrivare ad una sintesi che sia di una qualche utilità alle esigenze del Paese. Da quando due banche straniere, la spagnola Bbva e l’olandese Abn Amro, hanno lanciato un’offerta pubblica rispettivamente su Bnl e Antoveneta, la polarizzazione tra i “difensori del mercato” e i “paladini dell’italianità” è stata esponenziale. Due poli che, proprio come la destra e la sinistra della nostra Seconda Repubblica, non comunicano se non a insulti.

Eppure la dicotomia tra italianità e mercato è in gran parte artefatta: è stupido credere (e indurre a credere) che per far prevalere l’una bisogna far soccombere l’altra, sono piuttosto due facce di una condizione politico-economica che andrebbe fatta evolvere con intelligenza ed equilibrio. La consapevolezza che le possibilità di invertire il declino dell’economia italiana passi soprattutto da un mercato europeo veramente unico – per il quale è indispensabile un governo federale legittimato dal voto popolare – deve essere accompagnata dalla constatazione che dall’euro in poi Bruxelles non ha fatto passi avanti nella direzione della convergenza e che sempre più le istituzioni comunitarie funzionano da camera di compensazione tra gli interessi dei singoli membri. Una sorta di negoziato continuo in cui l’Italia soccombe a causa di due lacune gemelle e correlate: il suo scarso peso politico e la debolezza del suo capitalismo. Entrambe sono alimentate dalle pessime performance economiche del sistema paese che tolgono margini di manovra al governo, costretto ad inseguire un bilancio pubblico sempre in emergenza; e che rendono i nostri “campioncini nazionali” semplici prede dei concorrenti continentali. Quindi, la strategia più intelligente sarebbe quella di spingere per la contemporanea apertura di tutti mercati europei avendo l’accortezza di non essere travolti nel frattempo per la nostra debolezza strutturale. Non è semplice, ma proprio il fatto che ora il processo di colonizzazione si sia spostato sul sistema creditizio, vero centro nevralgico del sistema paese, dovrebbe suonare come campanello d’allarme. Invece, assistiamo agli stessi riflessi pavloviani che tanto abbiamo criticato nei politici. Gli esponenti dei due “poli” pronti a criticare ogni avvenimento a prescindere, secondo schemi predefiniti. E se il clima della “campagna elettorale permanente” si trasferisce dai palazzi della politica ai salotti dell’establishment, non possiamo certo aspettarci effetti diversi: gli “estremisti” di entrambi gli schieramenti determinano il tono del confronto, in cui dare arbitrarie patenti di moralità ad amici e nemici diventa il modo più ovvio per legittimare le proprie tesi. Corollario di questo meccanismo è che i “riformisti” di entrambi i fronti hanno due possibilità: adeguarsi ai loro colleghi più schierati e quindi sparire, oppure tirarsi fuori facendo sparire risorse e idee dal panorama nazionale (scelta fatta da tutti i nostri maggiori banchieri).

Come uscirne? La risposta, esattamente come in politica, è il terzismo: ovvero non accettare etichette che nascondono altri interessi – andatevi a rivedere le cronache sulla guerra di Mediobanca e scoprirete come gli schieramenti che si oppongono ora, sono clamorosamente simili ai partiti che si affrontarono allora – ma non per questo rinunciare ad ogni speranza di cambiare il Paese. Tante cose si possono fare da subito per incidere sulla nostra economia, lasciare il timone agli “estremisti” significa condannarsi a soccombere con loro. Qualunque sarà l’esito delle due opa non ci sarà nessun trionfo del mercato sull’italianità o viceversa, quanto piuttosto l’ennesima soluzione interlocutoria nella battaglia tra “poteri deboli” che si illudono di decidere i destini di questo Paese ma che in realtà contribuiscono solo a renderlo ogni giorno sempre più declinante.

Le radici e prospettive di persistenza del declino si possono vedere non solo nei freddi indicatori macroeconomici dell’export o della produzione industriale, ma anche soprattutto nei comportamenti e nelle percezioni della sua classe dirigente. Il primo passo per invertire la tendenza è quello di sottrarsi alla spirale “bipolare”. Qualcuno si propone?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario