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La realtà storica è un bene dello Stato democratico

Anche Napolitano processa i magistrati

Il passato non passa, se non si ha il coraggio di affrontarlo

di Davide Giacalone - 19 gennaio 2010

Per la storia, è ancora troppo presto. Quando arriverà il tempo, sarà quella dell’epilogo della guerra fredda, non solo quella di un uomo. Le vicende di cui parliamo continuano ad essere calde, e lo dimostrano le reazioni, nervose e sincopate, che leggiamo ed ascoltiamo. La storia non si può ancora scrivere, almeno fin quando avremo un mondo politico che poggia i piedi sul fondo limaccioso di quegli anni. Una cosa, però, togliamocela dalla testa: il passato non passa, se non si ha il coraggio di affrontarlo.

Nella lettera che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato alla signora Craxi, mi pare di leggere questa consapevolezza. Che, per la cattedra da cui emana, è anche un impegno per il futuro. Napolitano, difatti, fa solo un cenno alle battaglie politiche di Craxi, e per porle nel quadro della sinistra europea. Cosa rilevante, che mette a tacere quanti ancora pretendono di parlarne quasi si sia trattato di una perversione italiana. Ma non entra nel merito, giustamente opponendo il suo attuale ruolo istituzionale. E proprio perché usa questo argomento, diventa decisivo il passaggio in cui afferma, a proposito delle inchieste giudiziarie, che “si è trattato (…) di aspetti tragici della storia politica e istituzionale della nostra Repubblica, che impongono ricostruzioni non sommarie e unilaterali”. Proprio così. Ancora non si possono fare, ma già si può dire che molte di quelle fin qui fornite sono autentici inquinamenti della verità. “Il nostro Stato democratico – ha aggiunto Napolitano - non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere”, anche in questo caso, la scelta delle parole è determinante: non è un problema politico contingente, la realtà storica è un bene dello Stato democratico.

Colpisce, inoltre, che il Capo dello Stato abbia scelto proprio il capitolo della politica estera, ed europea, per sostenere che la politica di Craxi trova larghissimi consensi, se proiettata nella realtà parlamentare di oggi. Colpisce, perché uno dei prodotti di quella politica, frutto della convergenza con un altro pezzo imprescindibile della sinistra europea, i socialdemocratici tedeschi, fu lo schieramento degli euromissili.

Una scelta che, allora, provocò l’opposizione furibonda della sinistra comunista, radicando un’avversità che sconfinava nell’odio. Ed una scelta importante, perché ricorda che sarebbe difficile comprendere quegli anni, come quelli delle inchieste e dell’espatrio, cancellando il quadro internazionale. E, infine (ma le riflessioni potrebbero essere numerose), è pensato e pesante, dato ancora il clima, il riferimento di Napolitano alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che giudicò iniqui ed ingiusti i processi subiti da Craxi.

Le celebrazioni sono, spesso, un modo per arrecare offesa ai celebrati. I celebranti, purtroppo, tendono a parlare di se stessi. Chi per ingigantirsi nel trapassato, chi per miniaturizzare le proprie responsabilità. Si dicono cose banali e comode, facendo mostra di floscio ardore. Di Bettino Craxi ho già scritto, aggiungo una sola cosa: in questa faccenda non c’è nulla d’umanitario, perché è schiettamente ed esclusivamente politica. Il modo in cui fu fatto fuori, il modo in cui fu abbattuto quel sistema politico, ci ha tolto il bene preziosissimo delle distinzioni e delle idee, regredendoci alla clava della contrapposizione civile, con venature da guerra etnica. Il compito delle persone per bene, di quelle che non hanno smarrito la ragione e non hanno piegato la schiena è quello di opporsi all’uniformarsi ed omologarsi della memoria, tenendo vive le distinzioni politiche. E anche morali (a tal proposito, dico, a Luca Josi, una cosa semplice: bravo).

Questi giorni, dicevo, ci hanno regalato molta prosa inutile. A quanti scoprono l’ovvio, propongo un cimento di memoria. 2 settembre 1992, è una lettera indirizzata al presidente della Camera. Si parla dei giorni delle inquisizioni: “al centro sta la crisi dei partiti (di tutti i partiti) che devono modificare sostanza e natura del loro ruolo. Eppure non è giusto che ciò avvenga attraverso un processo sommario e violento, per cui la ruota della fortuna assegna a singoli il compito delle ‘decimazioni’”.

Che il problema fosse politico, relativo al funzionamento dei partiti e della democrazia, come si vede, era già chiaro. Continua: “Un grande velo di ipocrisia (condivisa da tutti) ha coperto per lunghi anni i modi di vita dei partiti e i loro sistemi di finanziamento. C"è una cultura tutta italiana nel definire regole e leggi che si sa non potranno essere rispettate, muovendo dalla tacita intesa che insieme si definiranno solidarietà nel costruire le procedure e i comportamenti che violano queste regole”. Difatti, le ragioni per cui taluni andavano in galera ed altri si ergevano a censori erano le stesse per cui tutti s’erano votati l’amnistia, qualche mese prima. La violazione generale consentiva alla magistratura di perseguire solo alcuni, e usare solo con questi il metodo della decimazione. Era chiaro, anche allora.

La lettera, non si ferma: “Mi rendo conto che spesso non è facile la distinzione tra quanti hanno accettato di adeguarsi a procedure legalmente scorrette in una logica di partito e quanti invece ne hanno fatto strumento di interessi personali. Rimane comunque la necessità di distinguere, ancora prima sul piano morale che su quello legale”. Il piano morale era praticabile, per chi viveva la politica come passione civile. L’Italia, invece, scivolò su quello immorale. Furono i moralizzatori, i tribuni della pulizia etica, a favorire, propiziare e profittare della più vasta rapina alle spalle della collettività: le privatizzazioni senza mercato.

L’autore della lettera sapeva di non avere più diritto di parola, sapeva che non lui, ma la politica era stata assassinata, così spiegò: “Ma quando la parola è flebile, non resta che il gesto”. Si sparò una fucilata in testa. Commettendo il più folle degli errori politici, una leggerezza imperdonabile: “Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più seria e giusta, a scelte e decisioni di una democrazia matura che deve tutelarsi. Mi auguro soprattutto che possa servire a evitare che altri nelle mie stesse condizioni abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in piazza o in televisione) che trasformano un"informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna”.

Pazzo, visionario, idealista. Suppose che l’Italia di allora potesse capire, laddove ancora non capisce quella d’oggi, potesse fare i conti con la realtà, laddove s’apprestava a consegnare il Paese ad una classe politica che aveva perso l’ideale e l’onore, a quei comunisti che presto si sarebbero vergognati d’essere stati tali, manovalanza pronta a favorire il trasloco di ricchezza. Venduti. Pronti, con leninistico cinismo, a far fuori un Giovanni Falcone per avere a disposizioni toghe di supporto, complici. Salvo accorgersi, con il solito ventennale ritardo, del disastro provocato. Sergio Moroni, autore della lettera, non lo capì. Non lo capirono in molti. Quando la storia diventerà tale, quella sarà la loro vera colpa.

Pubblicato da Libero

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