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Public Policy

Il mancato successo dell’operazione Fiat-Opel

“Anche gli eroi piangono”

Facciamo tesoro dell’esperienza compiuta e affrontiamo meglio le ulteriori sfide

di Angelo De Mattia - 04 giugno 2009

Il giudice federale americano ha autorizzato la vendita degli asset buoni delle Chrysler alla nuova società – oggetto della partnership con Fiat – , che gestirà l’azienda automobilistica Usa e al cui capitale parteciperanno, oltre alla casa torinese con il 20 per cento che potrà salire al 35 per cento, il fondo pensione del sindacato con il 55 per cento e i Governi americano e canadese per la parte restante. Si tratta di un nuovo ostacolo superato, che attenuta l’amarezza per il risultato del recente negoziato tedesco. Non può passare in secondo piano, infatti, il mancato successo dell’operazione Fiat-Opel.

Sono più che giuste le critiche sul modo in cui, da parte tedesca, si sono svolte le trattative e, in particolare, per quell’inestricabile groviglio di governi, poteri regionali, partiti, sindacati, banche che ha quasi annullato l’opera dei soggetti, i manager, più direttamente interessati, e il ruolo e il futuro della produzione. Politica, dunque, contro economia.

Un insuccesso deve però fare riflettere anche sulle carenze dell’iniziativa italiana. Non si può ritenere di non avere nulla da rivedere quando, alla fin fine, si è determinato un ampio schieramento a favore di Magna e, dunque, contrario al progetto Fiat, nonostante le straordinarie capacità dimostrate anche in questa circostanza dall’amministratore delegato, Sergio Marchionne.

E’ corretto sottolineare che quello della Fiat era un progetto industriale con solide prospettive e che ad esso è stato preferito, tuttavia, un progetto meramente finanziario. E’ anche vero, tuttavia – e qui sta un primo punto di osservazione – che alla robustezza del piano industriale sarebbe stato opportuno, pur nella limitatezza delle risorse che potevano essere messe in campo dalla casa torinese, fare uno sforzo per unire un piano finanziario, soprattutto dopo che le due principali banche italiane, Intesa-SanPaolo e Unicredit, si erano dichiarate disponibili al sostegno dell’operazione.

A questa possibile integrazione – da promuovere con l’apporto anche di qualche istituto di credito tedesco – sarebbe stato importante affiancare un più diretto coinvolgimento – la seconda riflessione – delle rappresentanze sindacali, considerati il vigente sistema di cogestione e, dunque, il ruolo che il sindacato svolge con i suoi esponenti nel consiglio di sorveglianza della Opel.

E’, questo, un aspetto cruciale. E’ difficile pensare a una omissione. Solo chi è parte del negoziato può dire come le cose siano effettivamente andate al riguardo.

Queste due osservazioni e qualche altra sottovalutazione giustificano l’esclusione della Fiat? Niente affatto. In una occasione del genere sarebbe stato lungimirante guardare con favore al progetto della casa torinese in grado di dare un avvenire alla società automobilistica. E’ stato un errore dell’Esecutivo tedesco far prevalere gli aspetti politico-governativi e le relazioni politiche internazionali sulla sostanza di un progetto valido. Ma la considerazione delle carenze testé segnalate avrebbe offerto forse uno spazio maggiore al negoziato di Marchionne che, però, complessivamente non può dirsi aver commesso errori gravi anche nel versante delle trattative.

E’ azzeccata, poi, la metafora secondo la quale la parte italiana è scesa in campo per giocare a calcio in Germania, ma si è trovata improvvisamente a giocare a rugby con l’intervento dei Governi e degli altri poteri.
Sicuramente si è trattato di una competizione difficilissima e con condizioni e regole create su misura di volta in volta. Tuttavia, che a questo tipo di “gara” si sarebbe pervenuti, forse lo si poteva prevedere, considerati i rapporti politico-sindacali in Germania, il ruolo della Volkswagen, concorrente della società che sarebbe nata con l’apporto della Fiat, le relazioni russo-tedesche, le imminenti elezioni europee e, soprattutto, quelle prossime in Germania.

Di fronte a uno scenario del genere, il Governo italiano avrebbe potuto decidere di intervenire per fiancheggiare più direttamente la Fiat. Ma ciò avrebbe significato impegnare risorse pubbliche, dal momento che non sembrava essere il momento propizio a un intervento che si fosse mosso esclusivamente sul piano politico-diplomatico. In ogni caso, svolgendosi l’apporto governativo eventualmente in quest’ultimo ambito, i risultati non sarebbero stati particolarmente esaltanti.

Piuttosto, avrebbe potuto esservi una iniziativa nei confronti dell’Unione europea, quantomeno per la fissazione dei criteri di comportamento per questa competizione, da parte della Commissione.

Avrebbe avuto, quest’ultima, la forza di farlo? Poteva comunque essere una linea da seguire da parte italiana, quantomeno per dimostrare la non adeguatezza dei poteri europei in questo campo. Del resto, già in queste ore, in alcuni Paesi dell’Unione si critica la scelta di Magna che, per la verità, è oggetto di perplessità anche da parte di settori della stampa russa. Si afferma, pure, che si allontana una strategia europea dell’auto.

Comunque, le cose, purtroppo, sono andate così. Factum infectum fieri nequit, avrebbero detto gli antichi giuristi. Non si può ribaltare ciò che è accaduto. Non si tratta, però, di una sconfitta come quelle subite a suo tempo dalla Pirelli, dalla Comit, dal Gruppo De Benedetti. Del resto, anche per la Chrysler vi è stato l’intervento (politico, oltre che di impegno finanziario per il bilancio Usa) di Obama, così come per la vicenda Opel è stato decisiva la telefonata Obama-Merkel.

Non si possono emettere giudizi diversi sul Presidente Usa a seconda che assuma decisioni o no in favore delle imprese italiane.

La riflessione può essere, invece, utile per la linea da tenere in vista delle prossime iniziative della Fiat, se confermate, che dovrebbero riguardare la svedese Saab e le società della General Motors in America Latina.

Per Marchionne vale l’espressione dei tragici greci “anche gli eroi piangono”. Occorre far tesoro della dura esperienza compiuta e affrontare ancor meglio queste ulteriori sfide, cercando di coprire l’intero campo industriale-economico-finanziario-socialie-politico. Non è affatto facile, ma è la strada da seguire.

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