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La caduta del senatùr

Anche Bossi

Situazione esecrabile, ma no a facili giustizialismi

di Enrico Cisnetto - 07 aprile 2012

Dopo Berlusconi, Bossi. Era inevitabile, è successo nel peggiore dei modi. Ed è davvero insopportabile la tanta melensa pietà che ha circondato la penosa uscita di scena del leader della Lega. Intanto perché quel moto di umana comprensione che ha fatto il giro di tutti i talk-show e ha riempito le pagine dei giornali – “è malato, gliene facevano di cotte e di crude alle sue spalle” – fa a pugni sia con la realtà di un “partito-califfato” di cui Bossi, prima e dopo la malattia, era pienamente padrone, sia con il cinismo giustizialista che il partito del cappio sventolato in parlamento ha sempre mostrato senza mai farsi alcuno scrupolo. E poi perché si è finiti per barattare il giudizio morale con quello politico: per il primo condanna, per il secondo assoluzione (di fatto). Invece gli episodi che stanno facendo cronaca, pur nella loro evidente gravità e intollerabilità, alla fine sono marginali rispetto alle responsabilità politiche che si possono e si debbono attribuire a Bossi. Semmai, confermano l’inevitabile deriva che prendono i partiti leaderistico-carismatici, ma anche questo è un giudizio politico. Il vero tema, dunque, è il ruolo che Bossi e la Lega hanno giocato in quella disastrosa stagione politica che abbiamo impropriamente chiamato Seconda Repubblica. E qui la condanna (politica, naturalmente) non può che essere nettissima: hanno sollevato alcuni problemi reali ma gli hanno dato risposte totalmente sbagliate. La “questione settentrionale”, per esempio: tanto la risposta federalista quanto, ancor peggio, quella secessionista – anche se sempre evocata ma mai praticata – si sono rivelate delle formidabili sciocchezze. Nel primo caso perché il decentramento, in una fase storica dove i paradigmi imposti dalla globalizzazione sono le grandi dimensioni e la velocità delle decisioni, e in un paese che ha il campanilismo nel suo dna, ha finito solo con il frazionare il potere (accrescendo a dismisura il contenzioso tra centro e periferia), distribuire a pioggia diritti di veto (bloccando le grandi opere) e con l’aumentare la spesa pubblica (tutti vogliono tutto sotto casa, dalle università agli aeroporti). Invece di capire che servirebbe un movimento di popolo per sollecitare gli Stati Uniti d’Europa, realizzando così il vero federalismo, quello verso l’alto che unisce ciò che è diviso e non viceversa, per colpa della Lega molti italiani si sono illusi che avvicinando il potere ai cittadini attraverso la moltiplicazione dei livelli del decentramento amministrativo avremmo risolto i nostri problemi di democrazia fragile e acerba. Se poi si aggiunge che quella becera evocazione dell’autonomia del Nord – fatta attraverso un frasario, parole e gesti, a dir poco elementare – ha generato disprezzo per l’unità nazionale e le sue istituzioni pur essendo chiaro a tutti quanto fossero ridicole le Camicie Verdi, il parlamento padano e la restaurazione della Serenissima, e ha alimentato il qualunquismo dell’anti-politica, si può meglio calcolare quanto danno abbia provocato il signore in canottiera che tanto a destra quanto a sinistra ha sempre suscitato simpatia per quel suo modo di essere popolare. Ma anche sul terreno della sicurezza dei cittadini, altro cavallo di battaglia leghista, si possono misurare i vuoti e i guasti delle parole d’ordine leghiste: dalle salvifiche ronde alle pulizie etniche anti-rom, nulla è servito a migliorare la qualità della vita degli italiani, ma molto è servito ad alimentare un clima di tensione fine a se stessa. E in economia? A parte la delega in bianco a Tremonti, la linea della Lega di Bossi è stata una contraddizione totale: gli stessi che facevano i liberisti con le tasse, fino a evocare gli scioperi fiscali, praticavano la difesa della peggior spesa pubblica corrente, impedendo la cancellazione delle province e la privatizzazione delle municipalizzate.

D’altra parte, non è un caso che la Lega tenga compagnia a Di Pietro, Vendola e Storace nell’essere all’opposizione del governo Monti e alla discontinuità che esso ha prodotto nel bipolarismo malato italiano. Solo che ora il tema è un altro: adesso che la premiata ditta “B&B” ha completato la sua rovinosa caduta, possiamo finalmente mettere una pietra tombale sopra la Seconda Repubblica? È sufficiente, per celebrare questo benedetto funerale, che il Cavaliere sia caduto per la pressione dei mercati finanziari e dei partner europei? E che il Senatur sia stato costretto alla resa non da una malattia che avrebbe dovuto suggerirgli la pensione, ma da uno scandalo che suscita molta più indignazione di quanto non ne meritassero gli episodi di corruttela vero o presunta su cui con il suo moralismo da quattro soldi la Lega ha costruito la sua fortuna politica? Per ora ci dobbiamo limitare a constatare che sono fuori uso – salvo futuri tentativi di auto-repechage, che non sono affatto da escludere – i due maggiori protagonisti e beneficiari di questi ultimi vent’anni di vita nazionale. Oltre non si può andare, anche perché è bene riflettere sul fatto che “B&B” sono caduti per fattori esogeni, e non endogeni. Per essere chiari: né Alfano, che anzi è segretario su investitura diretta di Berlusconi, né Maroni, che non ha avuto il coraggio di andare fino in fondo anche quando gli si erano spalancate porte dinnanzi, sono stati i protagonisti dei ricambi – non a caso ancora molto incerti – che sembrano essersi aperti nel Pdl e nella Lega. E per essere ancora più chiari: non basta che qualcuno subentri ai due vecchi leader, né che si smontino le loro satrapie, ci vogliono profondi, radicali cambiamenti di cultura e linea politica. E di questi cambiamenti, per ora, non si vede neppure l’ombra. Per questo la caduta rovinosa di Bossi, così come l’eclissi di Berlusconi, finora sono state solo premesse “teoriche” per l’avvio della Terza Repubblica. La quale, lo dicevamo la settimana scorsa, necessita di un salto di qualità sia nell’azione del governo Monti – e l’epilogo della riforma sul mercato del lavoro certo non va in quella direzione – sia nell’iniziativa politica di un nuovo partito o polo della “ricostruzione nazionale”, della cui nascita dobbiamo giocoforza rimandare di una settimana rispetto alle intenzioni l’analisi. Nel frattempo, buona Pasqua.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario