ultimora
Public Policy

La giustizia che non funziona

Amnistia e guerra togata

Se si fa l’amnistia solo per sfollare le celle non solo non si risolve il problema, ma si pratica l’aerosol lasciando progredire il cancro ai polmoni.

di Davide Giacalone - 24 giugno 2013

L’amnistia trova uno sponsor eccellente, il ministro della giustizia. Non mi scandalizzano né l’ipotesi (a favore della quale i radicali conducono una coerente campagna) né l’altolocata adesione. Ma supporre di usare quello strumento per rimediare al sovraffollamento carcerario è, al tempo stesso, un errore e un’illusione. Il nostro problema è una giustizia penosa, negata, lenta al punto di cancellare sé stessa. Il troppo alto numero di detenuti non è il frutto di una dura politica repressiva, ma la conseguenza della malagiustizia. Qui ho già fatto i conti, non li ripeto: se anziché scarcerare i condannati scarcerassimo gli innocenti, vale a dire coloro i quali non stanno scontando una pena, avremmo risolto il problema dei posti. L’incapacità di discernere fra innocenti e colpevoli, fra pericolosi e no, non è un problema di spazi disponibili, ma di giustizia inesistente.

Illusorio fu anche l’indulto: escono i condannati, restano in galera quelli in attesa di processo, si ristabilisce un numero accettabile e nel giro di qualche mese si torna al punto di partenza. L’amnistia ci vorrà, ma dovrà servire a non uccidere la riforma della giustizia, dopo che la si sarà fatta. Attenzione, perché la nostra condizione d’inciviltà precipita ogni giorno di più, senza che i mezzi di comunicazione ne avvertano la drammaticità. Nei palazzi di giustizia si gioca una spietata guerra di potere, intrecciata di ricatti e istituzionalmente devastante.

Dalle mie parti non troverete rammarico per la perdita alla giustizia di Antonino Ingroia. La toga stonava sulle sue spalle, non all’attaccapanni. Epperò segnalo che da quando il suo agire divenne politicamente non allineato agli stessi che, altrimenti, non avrebbero mosso un dito, attorno a lui s’è stretta una tenaglia che ha stritolato l’intera procura di Palermo. Tenaglia fatta d’inchieste giudiziarie e interventi di un sempre più inquietante Consiglio superiore della magistratura. Essendo allergico alla faziosità e non avendo ragione alcuna di personale avversità, quel tipo di metodi mi fanno orrore sia che Ingroia li usi sia che li subisca. Quel che considero ancora più inquietante è che il presidente del Senato, Piero Grasso, non aveva ancora consumato l’iniziale emozione di pavoneggiarsi nelle sue nuove vesti, non aveva ancora appieno dimostrato di esservi inadeguato (ad esempio supponendo di potere esprimere giudizi preventivi sull’attività legislativa dei singoli senatori, che è cosa gravissima), che già spunta un verbale del 1999, nel quale Gaspare Spatuzza non solo gli dice che l’intero processo per l’uccisione di Paolo Borsellino (in quel momento ancora in corso) è basato su prove fasulle, ma fa anche il nome di chi organizzò quel potente depistaggio (La Barbera).

Posto che le successive risultanze processuali diedero ragione a Spatuzza, il Grasso di allora fu un incapace. In alternativa un connivente. Ma il Grasso odierno somiglia molto a un ricattato. E il Csm ha appena mandato via il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, perché ricattabile. Non sono in grado di dire come stiano realmente le cose, vedo, però, che da quelle parti si agita un poderoso pozzo nero. Senza dimenticare che in un paio di procedimenti penali sul banco degli imputati siedono dei singoli cittadini, ma figurativamente il Ros, se non direttamente l’Arma dei Carabinieri. Si può pure essere ipocriti al punto di credere che stiano processando Mario Mori, ma è solare lo scontro fra apparati di sicurezza e di giustizia facenti capo al medesimo Stato. E ciò suggerisce che nessuno controlla più nulla. E’ un errore credere che il problema più grosso sia la politicizzazione di diversi magistrati, perché quello gigantesco consiste in un corpo separato e autoreferenziale, a sua volta in preda a una selvaggia guerra intestina.

Tutto ciò per dire che se si fa l’amnistia solo per sfollare le celle non solo non si risolve il problema, ma si pratica l’aerosol lasciando progredire il cancro ai polmoni. Può darsi che l’aroma sia avvincente, ma di sicuro il resto è asfissiante.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario