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15 anni da Tangentopoli, Paese uguale

Amare considerazioni

Avvisi di garanzia a orologeria. Nomi secretati sui giornali. In Italia nulla cambia. Mai

di Enrico Cisnetto - 22 giugno 2007

Guardo desolatamente il Paese che, 15 anni dopo Tangentopoli – gli stessi tre lustri nei quali il mondo è stato trasformato da cambiamenti epocali, verso i quali dovrebbe rivolgersi la nostra attenzione – torna a ripetere con colpevole pervicacia gli errori che hanno fatto della cosiddetta Seconda Repubblica la peggior stagione della storia repubblicana. E vedo, leggendo i giornali e ascoltando i commenti, che la storia si ripete persino nei minimi dettagli. Annoto qui alcune osservazioni sommarie, con una mancanza d’ordine proporzionale alla preoccupazione che mi anima. Prima considerazione. Possibile che non vi sia un’indignata sollevazione contro il fatto che si sono emessi avvisi di garanzia “eccellenti” due anni dopo le dichiarazioni di Ricucci – rese nella (comprensibile) circostanza di voler accontentare chi lo interrogava per uscire al più presto di galera – e solo quando i testi di quei verbali d’interrogatorio sono finiti (chissà come e perchè) sui giornali. Ai magistrati, con tutto il rispetto per il loro lavoro, ci sono voluti 24 mesi per avere “voglia di indagare”?

Seconda considerazione. Non è paradossale che negli stessi articoli in cui i giornali hanno dato notizia di quelle iscrizioni nel registro degli indagati – che hanno fatto i titoli di prima pagina, diventando come sempre un atto preventivo di condanna (morale, se non penale) – si sia specificato che tali atti (insieme ad altri) erano secretati? A questo punto la procura che fa, la solita indagine, con l’esito che ben conosciamo, contro l’ignota(?) manina che ha violato il segreto?

Terza considerazione. Nei riferimenti giornalistici ci sono cose che non stanno né in cielo né in terra, ma che nessuno evidenzia. Per esempio, si parla di violazione del limite del 15% che non può essere superato dalle imprese non bancarie nel capitale di una banca. Trattasi dell’articolo 19, comma 6 del Testo Unico Bancario: sfido chiunque a dimostrare che quella disposizione sia “concertativa”, cioè estenda il tetto ad una pluralità di soggetti, magari riuniti in un patto, e non si riferisca invece, come è del tutto evidente, a ciascuna impresa partecipante.

Quarta considerazione. L’indagine aperta sulla “scalata alla Bnl” – bene ha fatto il Foglio ieri a dubitare che già la definizione nasconda il solito riflesso condizionato – riguarda episodi che sarebbero avvenuti oltre 2 anni fa. Se è trascorso tutto questo tempo per definire la rosa degli indagati, quanto ne dovrà trascorrere tra interrogatori e indagini preliminari (che immagino inizino ora, altrimenti si dovrebbe presumere che si è indagato senza “avvisare”)? Tre anni bastano?

Quinta considerazione. Il punto dolentissimo della giustizia italiana, penale e civile, cioè l’impressionante lunghezza dei tempi – che è un danno per gli indagati, le parti lese, per l’economia del Paese e, soprattutto, per la stessa giustizia – non è stato minimamente scalfito da nessuna delle due coalizioni che formano il nostro squinternato bipolarismo. Senza che a nessuno sia venuto in mente di unire le forze per battere chi si oppone ad una giustizia giusta.

Sesta considerazione. Continua a persistere il vizietto di chi crede che in queste circostanze la “mors tua” sia la “vita mea”. Così è stato nel 1991-1992, quando molti esponenti della Prima Repubblica e del capitalismo nostrano hanno tentato di lucrare sulle disgrazie giudiziarie altrui. Così è oggi, magari a parti inverse, senza capire che la presunzione d’innocenza rovesciata – prima la condanna mediatico-giudiziario-popolare, poi il processo in tempi biblici, che spesso si conclude con lo scagionamento – è un’arma che non conosce mani amiche. Sarebbe dunque il caso che giornali e ambienti del centro-destra usassero maggiore cautela nel prendersi delle soddisfazioni contro gli indagati della parte avversa. Perchè se è vero che i garantisti di oggi sono i forcaioli di ieri, che si sono convertiti solo dopo essere finiti nello stesso ingranaggio che è servito a stritolare gli avversari di un tempo, è altrettanto vero che fare i giustizialisti oggi dopo aver vestito i panni dei garantisti ieri, favorisce il convincimento che la posizione di allora fosse solo strumentale. Ultima considerazione. Al di là degli aspetti tecnico-giuridici, sta andando in scena uno spettacolo che si compone della pubblicazione di verbali, intercettazioni e colloqui vari che, come la moneta cattiva scaccia quella buona, è ormai diventato un’arma di lotta politica e di lotta economica. Guerre, si badi bene, che alla fine non giovano a nessuno, perchè tutti sono destinati, prima o poi, a uscirne perdenti. Si può continuare così?

Pubblicato sul Foglio del 22 giugno

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