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C’è la recessione e io non ho niente da mettermi

Altro che il federalismo all’italiana

Contro il declino, la “crescita sottozero” e l’insostenibilità del debito vi vuole ben altro

di Enrico Cisnetto* - 05 novembre 2008

Quando il declino, fenomeno che ha i tratti dell’inarrestabilità ma anche della lentezza, diventa emergenza, allora vuol dire che tutti i nodi stanno venendo al pettine. Ci voleva la crisi finanziaria internazionale per farci aprire gli occhi di fronte ad una realtà – il decadimento dell’Italia – che era di fronte a noi già da molti anni, ma che abbiamo fatto di tutto per non vedere, e che anzi, ancora oggi qualcuno cerca di esorcizzare ostentando un inutile quanto odioso (per chi la crisi la vive sulla propria pelle) ottimismo di maniera. E la cosa è paradossale, se si pensa che il collasso del sistema finanziario non è affatto la “crisi del 1929” come si paventa, e che la recessione prossima ventura per l’Italia avrà caratteri prevalentemente interni, preesistenti e perfettamente individuabili e aggredibili prima. Insomma, stiamo passando dalla stagione della “crescita zero” a quella della recessione – pur mantenendo inalterato, o addirittura peggiorandolo, il gap di un punto percentuale di pil all’anno nei confronti degli altri paesi dell’area euro, che negli ultimi 15 anni ci è costato qualcosa come 150 miliardi di minor ricchezza prodotta – e pur avendone avuti tutti gli avvertimenti possibili e immaginabili, ci facciamo cogliere impreparati. Affidandoci, come al solito, a misure di puro tamponamento e contenimento, quando invece non solo ci vorrebbero interventi finalmente strutturali, ma per la loro realizzazione ci sarebbero le “condizioni psicologiche” ottimali. Eppure, la classe politica (dilettantesca), il sistema politico (debole, inefficace, improprio), la classe dirigente (vecchia, ignava) e la stessa società civile (conservatrice, illusa) non riescono a prodursi in quel salto di paradigma cui invece siamo chiamati, a pari di tutti nel mondo, per affrontare quella che si preannuncia una fase di straordinaria transizione da un’epoca, che potremmo definire della “crescita a debito”, ad un’epoca che sarà caratterizzata da una ridefinizione degli equilibri economici, politici, strategici e valoriali del pianeta.

UNA CRISI SALUTARE
E’ difficile non definire epocale la crisi del sistema finanziario mondiale che si è aperta nel luglio del 2007 con l’esplosione della “bolla immobiliare” e il conseguente fallimento del mercato dei mutui subprime, cui ha fatto seguito la discesa verticale dei corsi di Borsa e il crack di alcune banche, prima di tutto americane, che a sua volta ha generato una grave crisi di liquidità. Di fronte alla violenza, alla dimensione e alla velocità con cui si sono manifestati questi fenomeni, si è parlato di “recessione mondiale”, di “crisi come quella del 1929”, se non addirittura più grave, di “spettro della miseria” incombente, di “fine del capitalismo”. Ma, soprattutto, si è diagnosticato il fallimento della globalizzazione, individuata da questa sorta di “partito nichilista” come la vera causa di tutti i mali odierni, e si è preconizzato un suo tanto necessario quanto probabile superamento.
Società Aperta non condivide questa diagnosi infausta. Stando a coloro che l’hanno formulata, tra l’altro, la recessione avrebbe dovuto esserci negli Stati Uniti già da un paio di anni, e la crescita mondiale quest’anno avrebbe dovuto arrestarsi. Invece non è così. Finora il trasferimento della crisi finanziaria all’economia reale è stato parziale e circoscritto al terzo trimestre 2008. E lo sviluppo dell’Asia, e in misura minore del Brasile, assicurerà al pil mondiale un tasso di crescita per quest’anno e probabilmente per l’anno prossimo di almeno il 3%. Questo non significa, naturalmente, che non sia successo niente, o che si tratti solo di cattiva congiuntura. Siamo certamente di fronte ad un passaggio paradigmatico, che conclude una stagione contrassegnata in economia dall’uso eccessivo del debito e in politica dalla primazia, militare e strategica, degli Stati Uniti. Ciò non vuol dire che sparirà il debito e che gli Usa saranno marginali, ma “semplicemente” che si delineerà una situazione più equilibrata e aperta. In sostanza, il modello di sviluppo vedrà una rivalutazione dell’economia reale – la produzione e commercializzazione di beni materiali e l’offerta di servizi ad essa funzionali – e un ritorno della finanza all’originario ruolo di supporto dell’attività economica. Dunque, basta con lo sviluppo basato sui consumi a debito delle famiglie, su un’eccessiva sottocapitalizzazione delle imprese grazie ad merito di credito tendente a zero, sull’uso eccessivo della leva finanziaria da parte delle banche, sulla creazione di finanza sintetica neppure più basata su modelli matematici, sul debito degli Stati. Così come, sul fronte geo-politico, non più unilateralità americana, ma creazione di un nuovo ordine mondiale, basato su un maggiore equilibrio di forze non solo all’interno del vecchio quadro occidentale, ma anche in relazione alle aree del mondo che in questo momento, e presumibilmente in modo crescente nei prossimi anni, contribuiscono di più alla formazione della ricchezza mondiale. Il primo banco di prova, presumibilmente, sarà la creazione di un nuovo sistema monetario, che chiameremo Bretton Woods III giacché la seconda esiste già – di fatto, anche se non formalmente – e si è sviluppata dall’inizio del secolo con i paesi asiatici che hanno seguito la stessa strada percorsa da Europa e Giappone nel dopoguerra, quando il “gold exchange standard” prevedeva che tutte le monete facessero riferimento alla valuta Usa (a sua volta legata all’oro), e ciò ha permesso al Vecchio Continente e al Giappone una rapida ricostruzione industriale trainata dalle esportazioni, in cambio della quale essi si impegnavano ad utilizzare il biglietto verde come moneta di riserva e ad investire in bond. E una grande riforma dei cambi, che non si limiti a fotografare l’esistente ma che abbia il coraggio di uno scatto in avanti, si può realizzare solo affiancando al dollaro altre divise forti. Oltre all’euro, magari dopo che avrà inglobato sterlina inglese e franco svizzero, anche tre nuove monete che sarebbe opportuno nascessero in fretta: una valuta asiatica in cui convergano Cina, India, Corea del Sud e Giappone; una valuta del Golfo, che raduni i maggiori paesi petroliferi; una valuta del Mercosur. Tutte armonizzate in una sorta di “serpente monetario” mondiale che realizzi un sistema monetario policentrico. D’altra parte, siamo obiettivi: se guardiamo i trend di crescita attuali vediamo che nel 2007 i paesi “maturi” (Usa, Giappone, Germania, Francia, Spagna, Uk, Italia, Canada e Paesi Bassi) hanno rappresentato il 62% del pil mondiale ma hanno contribuito solo per il 38% alla crescita della ricchezza. Al contrario dei cosiddetti “Bric” (Brasile, Russia, India e Cina) – che sono solo l’11,5% del pil mondiale ma hanno un ritmo di crescita del 22% – e dei paesi della futura moneta asiatica, che contano per il 19,1% ma crescono per ben il 24,7%.

Dunque, tenuto presente che il flusso conta molto di più dello stock, è chiaro che un regime monetario solo euro-atlantico non avrebbe ragion d’essere. E che se per riscrivere le regole toccherà rileggere il Keynes visionario del 1944 che proponeva un “paniere” composto di tutte le valute del mondo, questo vorrà dire che non meno fantasia servirà per fissare una sorta di “nuova Yalta” anche per definire la governance del mondo globale.
Insomma, per Società Aperta quella che si è appena dischiusa non è affatto una fase negativa, ma un “cantiere aperto” che consentirà all’umanità nuovi entusiasmanti traguardi. Ma che, di converso, s’incarica di dirci con nettezza che con il “vecchio mondo” se ne vanno anche tutte le nostre certezze, i diritti acquisiti, le comodità di uno status quo che non c’è già più. Questo significa che dobbiamo nuovamente metterci in gioco, che la partita ricomincia daccapo. Abbiamo delle chances, ma corriamo anche il rischio di perdere, e di brutto.

L’ITALIA DELL’ETERNA EMERGENZA
In bilico tra incoscienza e paura, agli italiani è sfuggito che la peggiore notizia economica di questa grama epoca non riguarda i seguitissimi indici di Borsa, ma l’andamento dei rendimenti dei titoli di Stato, o meglio il differenziale tra i nostri Btp e i Bund tedeschi, che nei giorni scorsi ha sfondato per l’ennesima volta il record storico dall’introduzione dell’euro, arrivando per l’esattezza a 132 punti base. Si tratta di un campanello d’allarme pericolosissimo, perché segnala che i mercati stanno percependo il “rischio Italia” come nettamente in aumento, tanto da preferire titoli meno remunerativi ma considerati più sicuri (i Bund, appunto). Certo, siamo lontani dai tassi-monstre dell’era pre-euro (nel periodo 1990-1996 il differenziale medio tra i Bund e Btp è stato di 452 punti base), ma è pur vero che siamo distanti anche dai 25 punti di media del periodo successivo alla creazione dell’eurozona (1999-2005), dai 27 di un anno fa e persino dai 70 di agosto 2008. E siccome nulla di analogo è successo agli altri paesi europei, anche quelli che sul fronte bancario hanno dovuto lasciare sul campo morti e feriti che noi non abbiamo avuto, questo significa che all’Italia viene attribuita una specificità – negativa – che in questa crisi così acuta rischia di essere assai penalizzante. Con quali conseguenze? Senza bisogno di arrivare a immaginare scenari di tipo argentino – che con quasi la metà (45%) dei “buoni” italiani nelle mani di istituzioni straniere, oggi di sicuro in “fuga verso la qualità” (ricerca di titoli sicuri), non sarebbero del tutto remoti in caso di un downgrade sul debito, visto che già qualche mese fa aste pubbliche sono andate deserte – ci basti sapere che per i conti pubblici ogni punto percentuale di interessi in più comporta un maggior esborso dello Stato di 13 miliardi di euro (una manovra finanziaria). D’altra parte, prima dello tsunami finanziario mondiale il nodo dei rapporti Italia-Ue era prevalentemente quello dell’azzeramento del deficit entro il 2011 – cosa prevista nella Finanziaria triennalizzata di Tremonti – ma ora si aggiunge e si rende più urgente quello del rientro del debito entro il perimetro del 60% del pil. E siccome su questo l’Italia ha la coscienza sporca, visto che nei sedici anni che ci separano dal 7 febbraio 1992 quando fu firmato il Trattato di Maastricht abbiamo ridotto il rapporto debito-pil dal 108% di allora al 104% di oggi (ben 0,25 punti percentuali all’anno!) – peraltro avendo nel frattempo venduto i gioielli di famiglia (con le privatizzazioni) per far cassa – è ragionevole immaginare che i nostri partner della moneta unica non abbiano nessuna intenzione di concederci altro tempo. E siccome non è un caso che da tempo circolino voci su studi effettuati in altre capitali europee – si parla con insistenza della Bundesbank – che ipotizzano come starebbe meglio l’euro senza l’Italia, è assai probabile che l’Europa, e in particolare l’asse franco-tedesco, ci porrà di fronte ad una secca alternativa: o uscire dall’euro, o fare una manovra straordinaria (e concordata con le due cancellerie che contano) sul debito. Se a questo si aggiunge che non è difficile pronosticare per l’Italia un livello di recessione maggiore e di più lunga durata di quello che toccherà Eurolandia e Stati Uniti – e il fatto che Bruxelles, che di solito sbaglia le previsioni, ipotizzi diversamente immaginando un uguale invarianza di pil per tutti i paesi Ue nel 2008-2009, è purtroppo un motivo di più per pensarlo – visto che noi eravamo già dalla metà del 2007 a “crescita zero” mentre i nostri competitor non erano scesi sotto il punto e mezzo di aumento del pil, se ne deduce che non è azzardato usare la parola emergenza per definire la situazione economica del Paese. Lo stesso esplodere di varie conflittualità sociali – dalla recrudescenza degli scioperi dei lavoratori dipendenti alla protesta studentesca – è una spia inequivocabile o di un malessere già esistente o della paura che il circuito benessere-diritti in cui finora si è vissuti possa venir meno. Per questo sarebbe sciocco non meno che deleterio opporsi a misure che dovesse adottare per fronteggiare la congiuntura avversa. Avendo però a mente tre cose decisive: che non possiamo e non dobbiamo contare troppo sull’ammorbidimento dei parametri di Maastricht; che una dose eccessiva di statalismo di ritorno può far male; che fronteggiare l’emergenza è condizione necessaria ma per nulla sufficiente, e che essendoci bisogno di interventi strutturali di tipo straordinario, sarà bene accompagnare le misure tampone con scelte strategiche di fondo, in modo che le prime s’inquadrino nelle seconde. Perché una cosa deve essere chiara: non avendo fatto nulla di strutturale negli ultimi 15 anni e di strategico negli ultimi tre decenni – pur essendoci stati nel frattempo cambiamenti epocali: dalla fine di Yalta, datata 1989, alla globalizzazione, passando per la rivoluzione tecnologica – limitarsi ancora una volta a scelte puramente congiunturali proprio mentre siamo di fronte a niente meno che salti di paradigma come la fine della finanziarizzazione dell’economia e la creazione di un nuovo ordine monetario, significa condannare il nostro Paese alla definitiva marginalità. Stiamone certi: il mix tra la dimensione planetaria dei problemi straordinariamente complessi che si sono aperti e l’incrostazione dei problemi interni irrisolti da troppo tempo, produce impatti così forti che sarà impossibile ricondurre le nostre scelte economiche, e di conseguenza quelle politiche, alla mera gestione dell’emergenza. Pena non più il declino, ma una diffusa “nuova miseria”.

SPENDERE O TAGLIARE? BERLUSCONI O TREMONTI?

E’ ormai fin troppo evidente che nel Governo esistono due linee. Una, che sembrerebbe non dispiacere al premier, intende approfittare del diverso orientamento europeo in materia di deficit spending e di aiuti di Stato – che coincide con la crisi dell’inutile Commissione Ue, speriamo irreversibile, e il ritorno dei leader, Sarkozy e Brown in testa, speriamo propedeutica al rilancio dell’unità politico-istituzionale di Eurolandia – per tentare il rilancio della vecchia ricetta “più consumi delle famiglie, più investimenti delle imprese” da realizzare con misure di spesa pubblica. L’altra, che viene ricondotta al ministro dell’Economia, punta ad una difesa della Finanziaria già approvata, o quantomeno del suo perimetro, alzando le difese contro chi, per guadagnare consenso in una stagione di nuova e imprevista conflittualità, punta ad ammorbidire la manovra in nome di un presunto “stato di calamità” di derivazione internazionale. Essa trova riscontro anche negli ultimi dati di finanza pubblica, che indicano un aumento di 14,5 miliardi del fabbisogno del settore statale registrato nei primi dieci mesi dell’anno (circa 52,5 miliardi) rispetto a quello dell’analogo periodo del 2007, dovuti in misura significativa (5 miliardi) ad un maggiore costo del debito. Società Aperta ritiene che sia che si tratti di detassare le tredicesime per ridare fiato ai consumi degli italiani in vista dello shopping natalizio, sia che si tratti di iniziative di defiscalizzazione a favore delle imprese – purché mirate e non a pioggia – o infine che si tratti di ricapitalizzare le banche per impedire che il credit crunch blocchi l’economia reale, in tutti i casi sarà opportuno che le forze sane del Paese aiutino il Governo a fare scelte coraggiose e lungimiranti. Questo significa non sfidare i partner europei sul deficit se non si vuole essere sfidati in modo pesante sul debito, evitando di aumentare la spesa pubblica corrente con salvifiche “misure per famiglie e imprese” del tipo di quelle fin qui decise tanto dal centro-destra quanto dal centro-sinistra – per nulla dissimili – e che finora mai sono riuscite davvero ad alimentare in modo significativo consumi e investimenti. Sia chiaro, oggi non è il caso di fare gli schizzinosi: in una fase davvero di emergenza recessiva come questa, misure specifiche e temporanee hanno una loro logica. Ma tutto questo ha un senso solo se contemporaneamente si dice la verità al Paese, e cioè che la nostra recessione viene da lontano, che la crisi internazionale la accentua ma non ne è all’origine, e che dunque essa si rivelerà per noi molto più intensa e lunga rispetto agli altri paesi occidentali e, infine, che per fronteggiarla occorre rimuovere le cause strutturali che l’hanno determinata. Anche perché non si può continuamente oscillare tra sane pulsioni di riduzione e riqualificazione della spesa pubblica – seppure purtroppo mai accompagnate da strategie riformiste a tutto tondo – e l’eterna tentazione di distribuire a pioggia le risorse.

PIÙ STATO, PIÙ MERCATO
Ma gli stretti sentieri che la finanza pubblica c’impone di percorrere nell’affrontare la crisi dal lato della spesa, non sono l’unico pericolo che in questo momento corriamo. L’altro, non meno importante, è quello che il ritrovato keynesismo di cui tutti in questi tempi si dichiarano profeti senza sapere bene di cosa parlano possa trasformarsi in una nuova ondata di statalismo, in un abuso di strumenti che richiederebbero ben altra cura di quella che si profila nell’essere maneggiati. Questo help Società Aperta lo lancia a buon diritto, non essendo mai stata né “neo-liberista” né “neo-statalista”. Quando il dibattito di oggi era lungi dall’essere praticato, quando nessuno aveva proferito parola che gli potrebbe consentire di rivendicare ora una qualche primogenitura sulla fine dell’ubriacatura liberista, Società Aperta nel febbraio 2005 rispose all’inutile scontro tra sacerdoti del mercato, cui doveva corrispondere uno Stato minimo, e vetero sostenitori della proprietà pubblica a tutti i costi, con un’iniziativa pubblica dal titolo inequivocabile di “Contro il declino +Stato, +Mercato, +Europa”. A significare che nella tradizione politica e culturale italiana – da Alcide De Gasperi a Ugo La Malfa – c’era già stato chi aveva individuato, teorizzato e praticato una via “pragmatica” tra le due concezioni estreme del Novecento, e che la radicalizzazione proprio quando il mondo sperimentava l’impensabile (come la Cina leader della crescita capitalistica mondiale) finiva per portarci fuori strada. Così mentre gli altri difendevano i loro “campioni nazionali”, quando sostenevano con investimenti pubblici le loro economie (per esempio, gli Usa dopo l’11 settembre 2001), noi eravamo prigionieri di un “liberismo senza Thatcher” che ci ha impedito di essere un paese liberale normale, dove il mercato viene salvaguardato regolandolo e dove la Politica si assume la responsabilità di tracciare gli indirizzi strategici sapendo che l’interesse generale che essa deve rappresentare è supremo. Ma proprio perchè noi di Società Aperta non siamo mai caduti nella fino a ieri facile tentazione di elevare il mercato a divinità da adorare, oggi ci sentiamo nella condizione di segnalare il pericolo di eccessi di segno opposto e di una difesa dell’italianità fuori tempo massimo. Perchè, così come non ci scandalizzavamo ieri e non ci scandalizza ora la difesa del sistema bancario o l’ipotesi di rendere più difficili le scalate di alcune società quotate, così come non abbiamo mai considerato le opa, le stock options, i rating o l’ansia da prestazione dei bilanci trimestrali necessariamente come segno della modernità di un capitalismo, così come abbiamo sempre pensato che in mancanza di un interesse europeo fossero le imprese nazionali a dover essere difese, così come abbiamo sempre giudicato che l’antitrust dovesse essere un mezzo (da usare cum grano salis) e non un fine, proprio per questo adesso ci permettiamo di segnalare almeno due grossi rischi che stiamo correndo. Il primo rischio riguarda un clamoroso misunderstanding relativo al concetto di politica industriale. Di essa c’è grande bisogno, è forse la cosa che più ha latitato nella Seconda Repubblica, ma non significa necessariamente, per esempio, entrare nel capitale della Fiat o sovvenzionare questa o quest’altra impresa. Un conto è individuare le linee guida lungo le quali far camminare l’economia – il che significa utilizzare la politica dei settori oltre che quella dei fattori della produzione, significa manovrare la leva fiscale in modo che il gioco degli incentivi e dei disincentivi indirizzi gli imprenditori verso scelte di utilità generale (aziende più grandi e più capitalizzate, comparti produttivi a maggiore valore aggiunto e intensità di innovazione tecnologica), significa usare la moral suasion per indurre il mercato ad essere meno egoista – altro è l’intervento pubblico di salvataggio, peraltro senza prima aver definito una strategia di sviluppo. In definitiva: no allo “Stato Caritas”; sì allo “Stato stratega”, che definisce il modello di sviluppo; sì allo “Stato decisore”, che scrive le regole che sovrintendono il funzionamento del libero mercato; sì allo “Stato ingegnere”, che disegna un grande piano di opere pubbliche, da realizzare usando gli strumenti della finanza sana come il project financing, per colmare le lacune infrastrutturali (materiali e immateriali) del nostro Paese. Secondo pericolo: un’eccessiva concentrazione di potere in capo al Governo. Prendiamo la questione dell’eventuale intervento del Tesoro nel capitale delle banche. Nonostante, per fortuna, si è detto che dovrà essere temporaneo, privo di diritto di voto e tale da non poter decidere degli assetti manageriali, già s’intravede la tessitura di una trama di potere che in un sistema bancocentrico come il nostro rischia di creare equilibri poco sani. Equilibri che diventerebbero addirittura sovversivi – per l’Italia come per la Bce – se dovessero passare i ventilati progetti di trasferire, di fatto se non anche formalmente, il controllo della Banca d’Italia all’Esecutivo, facendone decadere l’autonomia. Un altro esempio? La norma, già passata alla Camera e ora al vaglio del Senato, relativa alle società pubbliche, che subiscono un vero e proprio commissariamento con l’abolizione della figura del vicepresidente, la sterilizzazione di quella del presidente (niente deleghe se non lo decide l’assemblea, cioè il Tesoro o gli enti locali in caso di utility) e la totalità dei poteri in capo all’amministratore delegato. A parte il fatto che se ne intravede un’incostituzionalità, la norma appare davvero eccessiva, specie se si parla di aziende di grandissime dimensioni e con logiche di governance complesse. Insomma, evitiamo l’effetto pendolo, cerchiamo di non passare da un eccesso all’altro. Lasciamo senz’altro la sponda dell’applicazione scolastica e ideologica della libertà di mercato, ma non approdiamo a quella non meno pericolosa di stampo opposto. Se la “mano invisibile” di smithiana memoria ha dimostrato di essere un po’ troppo disinvolta, non dimentichiamoci che quella che fabbricava i panettoni di Stato non è affatto da rimpiangere.

NON SOLO EMERGENZA, QUI CI VOGLIONO 200 MILIARDI DA INVESTIRE
Se l’emergenza non può e non deve farci dimenticare la specificità della “crisi italiana”, questo è il momento per mettere finalmente a segno quelle riforme strutturali di cui il Paese ha estremo bisogno. C’è un modello di sviluppo da ridefinire nell’ambito del processo di globalizzazione, che chiude i vecchi spazi nel quale era abituato a muoversi il nostro capitalismo, ma ne apre altri di cui occorre cogliere tutta la portata. C’è uno stato sociale da riconvertire dalle garanzie alle opportunità – verso il modello cosiddetto di “welfare to work” – il che dovrà significare un vasto programma di privatizzazioni e liberalizzazioni di tutti i servizi alle imprese e di molti servizi alle persone, con obiettivi di sburocratizzazione dei processi e di modernizzazione degli strumenti. C’è un gap infrastrutturale da sormontare, obiettivo che deve essere raggiunto non con il solo scopo di colmare le lacune ma anche di porre le basi per una crescita economica mirata. Per esempio, se nell’Italia del futuro due asset fondamentali dovranno essere rappresentati da un turismo finalmente “industrializzato” e da un’attività di logistica che il Paese intero dovrà svolgere, sfruttando il suo posizionamento geografico per intermediare i rapporti commerciali tra Europa e Asia, ecco che il sistema autostradale, ferroviario, portuale e aeroportuale dovrà essere pensato come un grande hub funzionale allo sviluppo di questi due business. C’è un sistema formativo totalmente da reinventare, visto che oggi scuola e università sfornano disoccupati che non hanno né la cultura umanistica di un tempo né quella tecnico-scientifica che il capitalismo moderno richiede. Cambiamento che non è certo rappresentato dalle misure pur in gran parte giuste e condivisibili inserite nella Finanziaria e proposte dal ministro Gelmini – con tutta la buona volontà impossibile chiamarle una “riforma” – ma che tuttavia non è affatto leggibile né nella reazione corporativa degli insegnanti a difesa di privilegi e contro la meritocrazia, né tantomeno nel tratto decisamente reazionario che ha assunto il movimento studentesco, la cui cifra è la pretesa restaurazione di un mondo che sta scomparendo, quello dei loro padri, ma che la grande maggioranza dei ragazzi, impegnati più a sognare i Telegatti che il Nobel, vorrebbe per vedersi assicurata a spese della collettività l’intera vita, dalla laurea (di cui si vuole ovviamente conservare il valore legale) alla pensione (più anticipata possibile). Insomma, in una parola, dovremo passare da una stagione di spesa pubblica corrente ad una di investimenti pubblici e pubblico-privati (usando le tecniche della finanza sana, a cominciare dal project financing) capace di arrestare il declino e dettare i tempi e i modi del rilancio del Paese. Questo significa tagli, ripristino della serietà e del principio di autorità laddove era scomparso – in questo senso Società Aperta apprezza in particolare il lavoro che sta svolgendo il ministro Brunetta – ma significa anche la contemporanea capacità di realizzare grandi riforme, prime fra tutte quella della giustizia e del sistema dell’istruzione, e di mettere in moto la politica industriale. In altre parole, significa avere in testa un disegno strategico di largo respiro, quel “progetto paese” che la Seconda Repubblica ha la grande responsabilità di non aver saputo neppure immaginare. Ma quanti soldi ci vogliono per un simile disegno? E dove si possono trovare, se si vuole tener fermo il principio del risanamento e non del peggioramento della finanza pubblica? Società Aperta ha calcolato 200 miliardi di euro la dotazione minima di cui bisogna assolutamente disporre. E ha individuato in quattro voci dell’attuale spesa pubblica – previdenza, sanità, interessi sul debito, assetto istituzionale – i bacini da cui ricavarli. Dicendo con chiarezza che è ora di finirla di costruire ipotetiche agibilità finanziarie su i due capisaldi del populismo che ha imperato in questi anni, i “tagli sprechi” e la “lotta all’evasione fiscale”, terreni su cui si è sempre riusciti a consuntivare poco più di nulla. Naturalmente, questo non significa che non occorre agire nell’una (magari senza tagliare indiscriminatamente, ma entrando nel merito) come nell’altra direzione (magari senza brandire l’arma del giustizialismo fiscale, ma rendendo più ragionevole il sistema impositivo), ma sapendo che con la riduzione delle auto blu non si costruisce il rilancio di un’economia stagnante da anni. Inoltre, occorre avere coscienza che sui quattro capitoli di spesa individuati, i risparmi da realizzare devono essere indicati al Paese non come il primo degli obiettivi, ma come la conseguenza di una scelta di razionalizzazione che ha motivazioni proprie e come la causa del recupero di risorse da investire in una gigantesca operazione anti-declino. Ed è solo così che si potrà creare una virtuosa alleanza tra la politica che si deve assumere la responsabilità di imboccare una strada impopolare e gli italiani, a cui va spiegato che i sacrifici cui si sottopongono – e ai quai comunque non si potrebbero sottrarre nel momento, più vicino di quanto non si pensi, in cui il sistema non reggerà più – sono finalizzati ad un progetto di modernizzazione e di rilancio del Paese. Ma vediamo in dettagli i quattro tipi di interventi che Società Aperta propone di fare. Partiamo dalla previdenza. Mentre le ragioni della demografia e della crescita delle aspettative di vita militano da tempo a favore di un aumento dell’età pensionabile e a una definitiva trasformazione del sistema alla tipologia contributiva, in questi anni il bipolarismo italiano ha prodotto “scaloni”, cancellazioni degli stessi, rinvii sine die dei meccanismi di aggiustamento dei coefficienti (che pure dovevano essere automatici), fino all’ultima stupefacente decisione dell’attuale Governo di “metterci una pietra sopra” in nome di una (presunta) pace sindacale e sociale. Invece, occorre assumersi la responsabilità di passare dall’epoca di “troppe pensioni, troppo basse”, a quella di “meno pensioni, ma più alte”. Il che si realizza con un doppio innalzamento dell’età di fine lavoro: uno obbligatorio a 65-67 anni e uno volontario e incentivato anche oltre. Difficile? Noi siamo convinti che il Paese, se messo nelle condizioni di capire, capirebbe. Così come esprimerebbe il suo consenso se si predisponesse un piano per evitare il default della sanità. Piano che, a nostro giudizio, dovrebbe essere basato su un ritorno al sistema mutualistico, la cui realizzabilità comporterebbe necessariamente l’esproprio alle Regioni di questa funzione. D’altra parte, è ancora possibile andare avanti con una modalità di spesa che in molti casi è totalmente fuori controllo, e con un livello di controllo politico – introdotto per legge, si badi bene – che produce sprechi, inefficienza e premia la mediocrità? Tagliare, commissariare, introdurre ticket sono interventi anche giusti ma che non sono in grado di cambiare la nostra “malasanità”. E siccome, oltre a introdurre elementi di perequazione e moralità, con una riforma radicale su questa voce si potrebbero risparmiare non pochi miliardi, solo l’ignavia e la mediocrità della classe politica può impedire di realizzarla. E veniamo al costo del debito. Tra i tassi alti voluti dalla Bce, lo spread crescente che il Tesoro è costretto a riconoscere rispetto agli altri bond sul mercato e la quantità di debito che si mantiene a livelli record (oltre 1650 miliardi), siamo costretti a pagare interessi annui che si avvicinano ai 100 miliardi. Dunque, già questo sarebbe un ottimo motivo per immaginare un intervento una tantum di riduzione dello stock di debito, che porti il suo rapporto con il pil almeno al 70%. Se poi si aggiunge la previsione già espressa prima, e cioè che saranno i nostri partner europei a toccarci sulla spalla per chiederci un veloce rientro, allora se ne deduce che dovremmo cominciare a interrogarci non più sul se ma sul come. Noi di Società Aperta già da tempo abbiamo espresso interesse per la proposta del professor Guarino, che prevede la creazione di una società pubblica – cui, aggiungiamo noi, potrebbe essere dato il profilo di “fondo sovrano” – nella quale conferire tutte le partecipazioni (Enel, Eni, eccetera) e tutti le proprietà immobiliari dello Stato, per poi essere quotata in Borsa in diverse tranche – e nel frattempo emettendo anche obbligazioni ad alto reddito – in modo che con il ricavato, e anche con la vendita di asset, il Tesoro possa tagliare il debito pubblico. Sappiamo che questa non è l’unica proposta che sia stata elaborata, sappiamo che su questa come su altre sono state sollevate molte obiezioni tecniche, ma sappiamo anche che finora nessuno ha fatto niente e che il meglio è nemico del bene. Dunque ci aspettiamo dal ministro Tremonti la disponibilità almeno ad aprire un fronte di discussione. Infine la questione assetti istituzionali e federalismo merita un approfondimento in più.

ALTRO CHE FEDERALISMO!
Società Aperta da sempre ritiene che il vero federalismo che dovremmo realizzare è quello verso l’alto, finalizzato a creare gli Stati Uniti d’Europa, l’unica cosa che potrebbe preservarci dalla marginalità nel mondo globalizzato. Ma siccome il Paese è andato pervicacemente nella direzione opposta, il federalismo verso il basso, e ora si accinge ad una riforma di rango costituzionale come quella cosiddetta del federalismo fiscale” – anche se la “Calderoli” finora ci sembra vuota di reali contenuti, concepita solo per far marcare un punto alla Lega nella partita politica – allora sarà bene porsi delle domande. La prima: nelle condizioni in cui è l’Italia, serve il federalismo? La seconda: che esiti ha dato il “federalismo realizzato” fin qui sperimentato? La terza: si può modificare l’ordinamento dello Stato in senso federalista senza un passaggio costituzionale adeguato, Bicamerale o ancor meglio Assemblea Costituente? Per rispondere alla prima, occorre partire dal fatto che tra gli elementi distintivi del decadimento italiano, insieme causa e conseguenza del declino economico, c’è l’asimmetria tra Nord e Sud, già figlia delle contraddizioni della stagione dello sviluppo, ma poi cresciuta a dismisura – inevitabilmente – nel periodo del rallentamento e della stagnazione. Dunque, l’obiettivo numero uno di una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe essere quello del recupero dello sviluppo, e in particolare il superamento di quell’Italia a due velocità la cui esistenza non ci consente di vincere la sfida della competitività internazionale. Ma ammesso, e purtroppo non concesso, che questo sia l’obiettivo, è utile a tal fine cambiare in senso federale il proprio assetto istituzionale, usando a tal fine – com’è logico che sia, si badi bene – la leva fiscale? Le uniche due esperienze storiche che possono servirci come casi di scuola, quella americana e quella tedesca, ci dicono di no. La prima ha funzionato negli anni della “golden age”, cioè quando trionfavano fordismo e keynesismo in un’economia sostanzialmente chiusa, in cui il tema della redistribuzione era prevalente rispetto a quello dello sviluppo. Oggi, invece, gli Stati Uniti sono federali dal punto di vista istituzionale ma centralisti dal punto di vista politico e globali da quello economico. Quanto alla Germania, il suo assetto federale temperato, peraltro basato su macro-regioni come sono i lander, non le ha impedito di porsi l’ambizioso obiettivo della riunificazione – ben più complicato del superamento delle differenze tra Nord e Sud in Italia – e di centrarlo. Successo che è intestato a Kohl, non certo ai governatori dei lander. Così come la trasformazione del capitalismo renano, attraverso la delocalizzazione ad oriente e il lancio del “made by Germany”, è merito prima di Schroeder e poi della Merkel, due cancellieri che si sono posti l’obiettivo di ridurre il federalismo preesistente proprio perchè – giustamente – lo hanno giudicato incompatibile con la globalizzazione e le sue regole, fatte di grandi dimensioni e di decisioni accentrate e veloci. Dunque, è arduo immaginare che il federalismo possa sia ridarci lo sviluppo che sanare il gap Nord-Sud. Anzi, quella forma di localismo esasperato che in questi anni abbiamo praticato ha contribuito a farci cadere dentro il declino. Un localismo – predicato dalla Lega, subito dal centro-destra e aggravato dal centro-sinistra con la modifica del titolo V della Costituzione – che ci ha “regalato” la crescita esponenziale dei costi della macchina amministrativa, del contenzioso tra centro e periferia e dei diritti di veto. Allora, perchè dovremmo credere che chi ha fatto questo disastro ora sia diventato improvvisamente virtuoso? E il fatto che finora nessuno abbia parlato di semplificazione istituzionale – nonostante che una delle promesse elettorali fosse l’abolizione delle province – come altra faccia della medaglia del federalismo fiscale, non è forse sospetto? Non ha senso decentrare quando il decentramento è fatto di 8100 comuni, 107 province, 20 regioni, 330 comunità montane, 63 consorzi di bacino che servono 2 mila comuni, e così via. Un dato per tutti: dal 1995 al 2006, mentre le tasse nazionali al netto dell’inflazione sono aumentate del 12%, quelle locali sono passate da 37,6 a 95,9 miliardi di euro, con un incremento del 111%. E quel che più conta, prima rappresentavano l’11% del totale, ora esattamente il doppio. Questo per cosa? Per mantenere in vita enti inutili come le Province (costo complessivo 17 miliardi, di cui l’80% per auto-mantenimento) e le comunità montane (2,2 miliardi), o per ritrovarsi con un numero di regioni e di comuni doppio rispetto al necessario. Dunque, si dia il via ad una radicale semplificazione di un assetto storicamente datato, che comporterebbe un risparmio di almeno un centinaio di miliardi. Se a questo si aggiungesse un ridimensionamento della pubblica amministrazione centrale, il risparmio previdenziale, il recupero di costi nella sanità e il taglio del debito, il Paese avrebbe a disposizione una cifra che gli consentirebbe di perseguire contemporaneamente il vero risanamento della finanza pubblica e il rilancio strutturale dell’economia.

BIPOLARISMO ADDIO, COSTRUIAMO LA GRANDE COALIZIONE
Alla luce dell’analisi fin qui svolta, come si può ben immaginare, non si mette in conto di occuparsi più di tanto dello “scontro” che sarebbe in atto nel Governo sulle misure urgenti. No, con un dibattito – cui dà manforte da par suo un’opposizione sempre più “dipietrista” – ancora una volta tutta basata su come tamponare la crisi, quando non prende addirittura i toni surreali della contrapposizione tra pessimismo e ottimismo (sic), non si va da nessuna parte. Non perchè non siano importanti le modalità con cui ricapitalizzare le banche o perchè non faccia differenza se cambiare o meno la Finanziaria, ma perchè è ben altro il terreno su cui occorre che le forze sane del Paese portino la discussione e il confronto. In particolare, occorre dirci con franchezza che questo sistema politico non è in grado di realizzare la “grande trasformazione” di cui il Paese ha bisogno, e che oggi con questa iniziativa di Società Aperta – l’ennesima fuori dagli schemi della mediocrità imperante – si è cercato di definire. Il bipolarismo coatto, ma più in generale l’intero impianto della Seconda Repubblica è miseramente fallito. Lo era già prima, certificato dal declino, lo è a maggior ragione adesso che il vento gelido della crisi internazionale ha messo a nudo tutti i difetti che si è cercato di nascondere. La dimensione delle difficoltà in cui siamo immersi, e la portata epocale dei cambiamenti cui dobbiamo costringerci, pena un doloroso downgrading delle nostre condizioni di vita e soprattutto delle prospettive future dei nostri figli, richiedono una collettiva assunzione di responsabilità. Da tempo Società Aperta indica la necessità di un passaggio – temporaneo ma non certo breve – di unità nazionale, un patto di ferro tra le forze moderate e quelle riformiste che consenta di dar vita ad una “grande coalizione” con un programma di risanamento e di rilancio alla cui definizione abbiamo cercato di dare il nostro contributo di movimento d’opinione che in questi anni ha intercettato il latente ma quasi disperato bisogno di Politica con la maiuscola, ma è stato costretto a predicare in un deserto popolato di mediocri attori della vita pubblica. Ora è il momento del risveglio delle coscienze. Ora o mai più.

*Presidente di Società Aperta

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario