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La politica economica del wait and see non regge

Altro che “glocale”. Siamo al “lobale”

Per combattere la crisi agiamo sul versante della politica economica e istituzionale internazionale

di Angelo De Mattia - 03 febbraio 2009

La crisi alimenta una coincidentia oppositorum (non come in Cusano). A Davos “si predica” (bene): lanciando l’allarme contro le protezioni nazionali (forse non ancora divenute un vero e proprio indirizzo protezionistico), additando il pericolo che si infreni il processo di globalizzazione, ipotizzando, addirittura, l’istituzione, nell’Onu, di un Consiglio per la sicurezza economica, proclamando il rilancio, da parte del Wto, del Doha Round, ma poi nei singoli paesi – ad opera o dei Governi o delle popolazioni – “si razzola” (male) con gli slogan inglesi contro i lavoratori italiani (pour cause approvati da esponenti della Lega), con il disegno di legge tedesco per le nazionalizzazioni bancarie, senza coordinamento europeo, con il “buy american” che tanto sta facendo discutere.

Le nuove regole, il rafforzamento della supervisione finanziaria, la riforma degli organismi internazionali (Fondo monetario e Banca mondiale, prima ancora di pensare al Consiglio di sicurezza), il maggiore coordinamento tra gli Stati sembrano ricordare la prima parte delle relazioni “internazionaliste” nella sinistra di un tempo, che partivano per es. dalla Namibia per atterrare, poi, sui problemi del quartiere, unico tema all’ordine del giorno della discussione.

L’incapacità, finora, di conseguire soluzioni globali alimenta le chiusure nazionali. E la percezione dei gravissimi rischi di queste ultime è ancora debole. Altro che “glocale”. Al più, siamo al “lobale”. L’Italia rappresenta un caso a sé. Negli ultimi tempi, il Governo sostiene che la crisi deve essere affrontata a livello europeo e internazionale. Preannuncia proposte per dare vita a nuove giurisdizioni internazionali, per introdurre meccanismi di legal standard, per combattere i centri off shore. Si smorza, però, l’approccio globale quando – tra conti ignoti e assetto istituzionale incerto – si assegna priorità al federalismo fiscale, che viene fatto assurgere a riforma di struttura. Ritorna così la dimensione infranazionale. Ma non passa molto ed ecco una drastica manovra di accentramento: il Governo sottrae ai Comuni 1,5 miliardi derivanti dalle dismissioni immobiliari e si accinge ad intervenire in maniera pesante sulle risorse di pertinenza del Fondo sociale europeo, assegnate alle Regioni. Nel contempo, si autorizzano i Comuni di Roma e di Catania a derogare al Patto di stabilità interna. Centralizzazione contro decentralizzazione, dopo aver promosso l’inverso. Quale sia la linea dell’Esecutivo verso il basso (Regioni, Provincie e Comuni) e verso l’alto (Europa, organismi internazionali) è difficile individuare, se non quella del navigare a vista. Si risente del generale disorientamento di cui si è detto? Certamente, ma ad esso il Governo aggiunge un proprio impegno. E’ la politica economica del wait and see che non regge.

Ci sono due occasioni in cui si potrebbe cominciare a mettere un po’ d’ordine. La discussione alla Camera del disegno di legge approvato dal Senato sul federalismo fiscale e il G8 finanziario del 13 prossimo a Roma. Nel primo caso, sarebbe necessario un sostanziale ripensamento per fare piena luce sui costi, sulle connessioni, mancanti, con il più generale assetto istituzionale della rappresentanza, sui tempi di attuazione. Ci sarebbe un ampio spazio per il protagonismo dell’opposizione. Quanto al secondo evento, si tratterà di dare alla riunione un taglio efficacemente decisionale su regole e istituzioni, evitando che l’incontro si concluda con i soliti comunicati sullo stile della Sibilla Cumana. Sarebbe importante che l’evento – che poi sarà seguito dal G20 di aprile a Londra – fosse preceduto da un dibattito parlamentare. Sarebbe l’occasione per un generale dibattito sulla politica anticrisi. Un altro momento importante, per l’analisi dei profili internazionali, sarà il convegno “Forex” del 21 febbraio a cui interverrà Mario Draghi.

Ma già in questa settimana si potrà tentare di dedurre la linea di marcia del Governo dal modo in cui si risolveranno le questioni del sostegno al settore auto e della regolamentazione dei Tremonti bond, che potranno essere emessi dalle banche per la loro patrimonializzazione (il Ministro, abbandonando le citazioni dotte, ha detto, evocando le solanacee, che la disciplina sarà “così o Pomì”). Tuttavia, è sul versante della politica economica e istituzionale internazionale che è necessario agire con decisione. Non si può sostenere che la causa della crisi è a livello globale, che è lì che bisogna incidere e poi assumere una posizione di fatalistica attesa.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario