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La famiglia e la riforma delle pensioni

Altro che Family Day

La protesta la facciano i figli che manterranno i padri. Grazie alla sinistra di Governo

di Davide Giacalone - 11 maggio 2007

Nel mentre s’organizzano le manifestazioni per la famiglia, i padri s’industriano a farsi mantenere dai figli. Spettacolo imbarazzante. Superati i cinquantacinque anni un lavoratore italiano vede avvicinarsi l’età della pensione. Con l’introduzione dello scalone l’età minima passerà, dal prossimo primo gennaio, da cinquantasette a sessanta, per poi giungere a sessantadue. Nel programma di Prodi era prevista la cancellazione dello scalone ed una non meglio precisata riforma. E’ passato un anno e non s’è mossa foglia, talché il ministro dell’economia avverte: se non si trova l’accordo lo scalone resta dov’è.

E’ naturale che chi compie cinquantasette anni a gennaio non ami lo scalone, ma anziché cercare di rabbonirlo, come fa la sinistra al governo, sarà meglio dirgli, a lui ed a tutti, che anche sessantadue anni sono troppo pochi, che in Italia, mediamente, si lavora troppo poco, per troppo poco tempo e che il conto della rendita pensionistica la facciamo pagare ai più giovani. Con una significativa differenza: il cinquantaseienne di oggi dovrà aspettare due anni in più per avere la pensione, il ventenne, dovendogliela pagare, non avrà mai i soldi per farsene una propria.

I pensionati, nell’Italia d’oggi, non sono solo i nonni, ma anche i padri, e per mantenere tutta questa gente che ha lavorato poco e non lavora più s’impoveriscono i giovani. Bella roba! Sappiamo che ci si sposa e si figlia sempre di meno e sempre più tardi, quindi un pensionando d’oggi ha figli di circa venticinque-trenta anni. Questi avranno il padre ed il nonno in pensione e di figli da mantenere. In più la loro pensione sarà basata sul modello contributivo, quindi potranno permettersi la vecchiaia solo risparmiando. Ma come fanno a risparmiare dovendo mantenere tutta quella gente? Ed essendo meno numerosi devono mantenere anche i parenti altrui.

E’ capitato, insomma, che a forza di parlare dei diritti dei lavoratori e d’ignorare le compatibilità economiche si è creato un sistema totalmente ingiusto, in cui sono i produttori superstiti a dover rinunciare al valore del proprio lavoro, per giunta privi di sindacato, dato che l’esistente difende le rendite. Progresso, equità e libertà chiedono la demolizione di tale sistema. Non è senza significato che la sinistra della conservazione voglia consolidarlo.

Pubblicato su Libero di venerdì 11 maggio

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