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Cosa può fare l'Italia per scrivere per l'Europa un buon patto per la crescita

di Enrico Cisnetto - 01 ottobre 2010

Mentre a Roma si svolgeva il tanto atteso quanto inutile rito della fiducia al Governo, a Bruxelles si consumava una battaglia che risulterà decisiva per la nostra economia e per quella europea: la riscrittura del Patto di Stabilità e Crescita.

E il fatto che il premier nella sua doppia relazione, Camera e Senato, non ne abbia fatto cenno così come le opposizioni non l’abbiano usato come argomento per esercitare la loro funzione critica, la dice lunga sul livello della classe politica di cui disponiamo. Per fortuna almeno uno che del tema si sia occupato e preoccupato c’è, mi riferisco al ministro Tremonti, cui si deve la linea scelta dall’Italia in quel consesso: insieme a Francia e Belgio – e contro il nord Europa, dalla Germania in su – contro l’ipotesi che si adotti un regolamento comunitario in base al quale nei confronti dei paesi che non rispettano gli impegni di riduzione del deficit corrente e soprattutto dello stock di debito scattano sanzioni pesanti e automatiche, e a favore del fatto che nella valutazione sulle politiche di bilancio adottate dai vari governi entrino anche altri elementi e parametri, a cominciare dall’indebitamento privato (che nel caso dell’Italia compensa significativamente quello pubblico).

Quale sia stato il vero esito di questo duro braccio di ferro lo vedremo nel momento in cui si riscriveranno i Trattati e soprattutto quando saranno concretamente applicati, visto che trattandosi comunque di un compromesso ora è consentito a tutti gridare vittoria. Non c’è dubbio, però, che due cose sono chiare. La prima è che, dopo la crisi della Grecia e i timori che si sono riaccesi negli ultimi giorni su Irlanda e Portogallo, con i loro spread sui bund tedeschi schizzati ai massimi storici, si è spostato il focus dell’attenzione dai deficit ai debiti.

Una scelta di priorità che cambia i rapporti interni all’Eurogruppo e dentro la Commissione. Con i tedeschi che vogliono – bastino le parole cariche di trionfalismo usate dalla Merkel a commento dell’esito del braccio di ferro – usare la fermezza assoluta nell’obbligare a piani di rientro e nell’applicare sanzioni per chi non li rispetta. Poi, lo ripeto, si vedrà solo strada facendo quanto saranno cogenti quei piani e quanto automatiche e pesanti le sanzioni, ma non c’è dubbio che per un paese indebitato come il nostro, con un rapporto debito-pil al 118,5% destinato il prossimo anno ad aumentare di un punto percentuale, dovrà cambiare non poco la politica di finanza pubblica.

La seconda certezza emersa dalle decisioni di Bruxelles finalizzate alla riscrittura del Patto è il fatto che l’Europa si è ancora una volta concentrata sulla “stabilità”, a discapito della “crescita”. Con conseguenze, questa volta per tutti e non solo per l’Italia, molto gravi. Anzi, tanto più gravi in quanto si è voluto inasprire il regime di vigilanza dei conti pubblici. Perché il combinato disposto tra politiche di bilancio restrittive e mancanza di politiche di sviluppo, rischia di bloccare la ripresa già timida in atto e far riprecipitare il Vecchio Continente nella recessione.

Insomma, il compito storico che avevano – ma diciamo pure che hanno, visto che non bisogna disperare – i governi europei era (è) quello di riscrivere e non ritoccare il Patto, rendendolo non solo meno stupido (e se gli automatismi aumentano, non lo si rende certo più intelligente) ma anche e soprattutto più articolato. Sì, certo, deficit e debito. Ma anche le politiche fiscali, quelli di welfare, quelle industriali. Per esempio, visto che un po’ tutti i paesi sono alle prese con riforme pensionistiche che hanno al centro la necessità di alzare l’età pensionabile, perché non stabilire una comune regolamentazione, fissando tempi di adeguamento e relative forme di incentivi-disincentivi? Tra l’altro, i paesi che hanno il debito alto – e peraltro se il parametro massimo rimane il 60%, praticamente un po’ tutti – se vogliono rientrare trovano proprio nella spesa pensionistica il primo rubinetto che devono stringere.

E questa regolamentazione comunitaria li favorirebbe, non fosse altro per meglio far digerire alle rispettive opinioni pubbliche misure considerate (a torto) impopolari. E come questa, tante altre possono essere le scelte da vincolare.

Così, come, al contrario sono molte le voci di investimento che possono aiutare la crescita che dovrebbero essere attivate in modo coordinato o addirittura comune. A questo fine, la proposta di eurobond per le grandi infrastrutture materiali e immateriali avanzata da Tremonti è un esempio di come si possa e si debba rivedere l’intero impianto della politica economica di Eurolandia. Ecco, è su questo e non altro che dovrebbe essere concentrata la nostra attenzione. E non sono argomenti da campagna elettorale.

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