ultimora
Public Policy

Un'efficace alternativa

Alternativa al suicidio

Pd e Pdl hanno un'ultima cartuccia a loro disposizione

di Davide Giacalone - 05 aprile 2012

I due partiti più grossi, il Pdl e il Pd, si stanno avviando verso il suicidio elettorale. Quello politico è già alle spalle. Il suicidio romantico è un’aspirazione all’eternità, che si traduce nella rinuncia alla contemporaneità. Quello di protesta è il gesto estremo di chi si oppone, salvo accettare la sconfitta. Il suicidio cui assistiamo non appartiene a queste categorie, essendo frutto dell’inedia e della confusione mentale. I partiti appoggiano il governo che li ha commissariati per la sola ragione che non saprebbero cos’altro fare. In tutto l’occidente democratico, Grecia compresa, sono gli unici in queste condizioni.

Le prossime elezioni amministrative saranno una sconfitta generale. I due interpreti del preteso bipolarismo non raggiungo, sommati l’uno all’altro, la metà dei voti annunciati, posto che la gran parte degli elettori manifestano un orientamento di rifiuto, anche solo di recarsi alle urne. Il centro destra perderà amministrazioni che oggi detiene, mentre il centro sinistra ne conquisterà alcune dopo avere già sconfitto il partito più grosso, il Pd. Le vicende che hanno coinvolto la Lega, con un Umberto Bossi oramai scagliolizzato (denuncerà chi ha usato soldi del partito per sistemargli la casa!), arrivano a fagiolo per indurre la convinzione che l’insieme del mondo politico merita d’essere spedito a quel paese. Diverso dal nostro. Il coma celebrale collettivo arriva al punto che si lascia il solo Gianfranco Polillo a dire una cosa di sconcertante ovvietà: gli “esodati” devono essere sanati con una norma transitoria. Dovremmo dargli il premio La Palice (gran enunciatore di cose scontate), mentre a quelli che tacciono o s’esercitano solo nel dire che “un accordo è necessario”, può affibbiarsi l’insegna del nobile ordine della viltà. Non metterebbe conto neanche scriverne, se non fosse che una diversa sorte è possibile. Una strada alternativa esiste. E’ chiaro che i partiti attuali incarnano il fallimento della (istituzionalmente) mai nata seconda Repubblica, se solo avessero un pizzico di testa e un avanzo di midollo potrebbero fare lo sforzo di guardare al futuro. Il delirante aumento della pressione fiscale, che non è un rimedio da tecnici, ma una pezza da disperati, produrrà recessione e rabbia sociale. Ci si ricordi che gli evasori fiscali non protestano contro il fisco, preferendo gabbarlo, mentre le misure adottate bastonano, con intollerabile arroganza, i cittadini per bene. Al tempo stesso le riforme del mercato del lavoro, così come sono state impostate, non creeranno nuovi posti, ma maggiori possibilità di ricorsi giudiziari, peggiorando la situazione. Eppure colpiscono bandiere che la sinistra sventola con orgoglio, sebbene prive di significato concreto.

Invece di cincischiare impotenti innanzi a tale terapia, i grossi partiti potrebbero approfittare dell’essersi già persi, sicché di non avere molto da perdere, per chiedere ai commissari di fare subito quel che serve: avviare le procedure per la creazione di un veicolo societario che consenta l’alienazione di beni pubblici, abbattendo il debito pubblico, riconsegnando fette di dirigismo statalista al mercato e avviando la diminuzione della pressione fiscale. E nel mentre i commissari procedono in tal senso, smettendolo di far finta di credere che siano le loro riforme ad avere fatto scendere gli spread, o di dire che è risolta la crisi dell’eurozona (la marchesa cui tutto va bene era italica e divenne continentale), i partiti prendano per sé il compito che compete loro: ristrutturare le istituzioni, stabilendo fin da ora che, chiunque vinca (perda meno, per essere precisi) le future elezioni politiche la prossima legislatura riscriverà la Costituzione. Precisandone l’indirizzo: la nascita di governi forti e stabili, con la fine del bicameralismo affollato e dilatorio. E sottoscrivano una postilla: il prossimo inquilino del Colle sarà eletto dalla maggioranza parlamentare, ma avrà il compito d’essere garante di quel processo e di considerare chiusa la propria esperienza con il varo della nuova Costituzione. Non so se ciò li salverebbe, perché il grado di discredito è alto. Ma, almeno, imposterebbe un nuovo inizio.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario